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Cronache postpsichiatriche: l’estetica della depressa

E dovrei aggiungere quella della donna affetta da disturbi alimentari, l’autolesionista, l’agorafobica, quella con tendenze suicide, eccetera.

Dato che stanotte ho dormito bene, mi è venuta voglia di cercare su Google la parola depressa. Non solo la parola viene più spesso associata alle donne ma le immagini che vi ricorrono sono quasi sempre raffiguranti una modella con le sopracciglia perfette e col viso perfetto che resta in ombra in qualche angolo della casa. Da che io mi ricordi essere depressa per me ha significato in primo luogo trascurarmi dal punto di vista estetico. 

E a parte dimenticarsi di fare doccia e shampoo, ci si dimentica di spiluccarsi le sopracciglia in eccesso e di sicuro non ci si fa la manicure. Se mi guardo indietro, non parlo di anni fa ma solo di qualche settimana fa, mi vedo stiracchiata sul divano, come componente che integra il divano, un monolite, a guardare serie tv per ore e ore mangiando schifezze e tirando su il culo solo per andare a fare pipì al cesso. 

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Cara ragazza “brutta”, sono stata brutta anch’io

ll  brutto anatroccolo - paola minelli

Lei scrive:

“Cara Eretica,

Seguo il tuo blog da relativamente poco, ma devo dire che lancia sempre degli spunti interessanti. Leggo quasi tutti gli articoli che pubblichi, trovo spesso delle riflessioni e delle testimonianze che mi colpiscono.
Ti scrivo perché vorrei rispondere alla ragazza che ti ha scritto dicendo di vergognarsi perché è “brutta”. Non ho scelto a caso di inserire la parola tra virgolette, ora spiegherò perché.

Anche io sono stata una “brutta” per anni: le prese in giro sono cominciate quando avevo solo dodici anni e tutti gli strascichi che ne sono seguiti si sono fatti sentire fino all’anno scorso. Ora di anni ne ho ventuno. Ma quanto tempo passato con l’autostima sottozero, quante insicurezze, quanti pianti davanti allo specchio. Tempo perso, ma te ne rendi conto solo alla fine di un lungo percorso di crescita, autocritica e scoperta di sé che ti porta a volerti bene perché sei, non solo per come sei.

Ho sempre avuto dei lineamenti che vanno fuori dai canoni della “bellezza” stabilita come tale: ho occhi grandi, rotondi e sporgenti; una gobba sul naso; denti regolari, ma certamente non bianchi come quelli delle ragazze che si vedono alla televisione o sui giornali patinati; viso sottile; fronte alta. Ho una terza scarsa di seno e un sedere rotondo molto evidente, rispetto alle caviglie sottili; e la pancetta, una pancetta morbida alla quale ho imparato a voler bene perché ho capito che neanche calando di peso se ne sarebbe andata.

A undici anni scoprii di essere brutta. Un gruppo di ragazze della mia età (all’epoca avevo appena terminato la quinta elementare) mi aveva lasciato dei bigliettini sul letto durante il camposcuola dove c’era scritto che non mi volevano come amica perché ero brutta e sfigata. C’era scritto proprio così, né più, né meno. In prima media cominciai a notare come i ragazzi mi evitassero, o comunque non ricercassero la mia compagnia, per dedicarsi a quelle coetanee alle quali Madre Natura aveva donato altre cose, come un bel seno prosperoso o un viso grazioso. Un giorno trovai un grafico dove avevano incolonnato i nomi delle ragazze di tutta la nostra classe, dando un voto da 1 a 10 ad ogni parte del loro corpo – viso, seno, gambe, culo – e nelle righe che corrispondevano a me e ad altre due ragazzine “brutte” c’era scritto N.C., non classificato. Cioè, nemmeno cessa ero, proprio fuori da ogni catalogazione sensata o sessista.

Al liceo, stessa storia: il mio carattere schivo e i miei voti alti non mi aiutarono ad avere molti amici e quindi anche gli spasimanti latitavano. Mi guardavo allo specchio e mi vedevo allo stesso modo di quei ragazzetti cattivi che mi avevano giudicato “inclassificabile”. Non volevo nemmeno scattare foto assieme alle mie amiche “belle”; quando uscivo con loro me ne stavo in disparte a guardare come flirtavano con i ragazzi mentre io mi allenavo a mimetizzarmi con la tappezzeria. Poi tornavo a casa e piangevo, augurandomi di nascere bella in una vita successiva, almeno per sentire cosa si prova.
Quando qualcuno mi faceva un complimento, non ne ero felice. Non ci credevo mai ed è capitato più di una volta che, invece di ringraziare, rispondessi in maniera sgarbata.

Le prime sbronze a diciotto anni, poi, non ne parliamo: alcune finivano con me in lacrime a biascicare che nessuno mi voleva perché ero brutta.
Avevo cominciato a dare la colpa di ogni sconfitta al mio aspetto: avevo pochi amici perché non ero bella; non stavo simpatica a quel professore perché non ero bella; non mi parlavano perché non ero bella; non mi invitavano a quella festa o in discoteca perché non ero bella.

E poi, poi mi sono rotta i coglioni. Mi sono guardata allo specchio e ho capito che i miei occhi sporgenti non sarebbero mai rientrati, così ho imparato come truccarli per farli sembrare ancora più grandi. Ho smesso di usare gli occhiali da vista spessi due dita che mi aiutavano a nasconderli e sono passata alle lenti a contatto. Ho scoperto di avere uno sguardo espressivo, dei lineamenti insoliti con un’armonia particolare, un sorriso dolce. Ho compreso quanta femminilità possedessi e non me ne sono più vergognata. E soprattutto ho capito che la bellezza è qualcosa che sta dentro, certo, ma non bisogna aspettare che qualcuno ci scavi in profondità per scoprirla: siamo noi i primi a doverla trovare, apprezzare e amare per capire che i “brutti” non esistono, esistono solo persone che hanno bisogno di giudicare per sentirsi qualcuno.

Non puoi piacere a tutti, esteticamente parlando, ed è bene così. Ma puoi – devi! – piacere a te stessa e alle persone che riescono a cogliere la stessa bellezza che vedi in te. Io so bene che partecipare ad un concorso di bellezza e avere una qualche possibilità di vincere è improbabile, per me, ma mi vedo bella. Sono bella, quando mi sento a mio agio con l’ambiente e le persone che frequento. E i miei lineamenti non sono poi così cambiati da quell’anno in cui finii tra le N.C., sai. Ho solo acquisito consapevolezza e sicurezza. E ho un po’ di cellulite in più. 😉

Non so quanti anni hai, ma mi sembri molto giovane, forse più di me. Non me la sento di darti consigli di vita da seguire rigidamente, ma lascia che ti faccia un augurio: spero che un giorno potrai guardarti allo specchio e renderti conto che i brutti anatroccoli non esistono, per il semplice fatto che sono sempre stati cigni.”

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Soffro perché sono brutta

Ugly Betty
Ugly Betty

Lei scrive:

“Ciao, ti scrivo perché amo il tuo blog. È uno spazio di confronto, di condivisione di idee, esperienze, opinioni. E oggi tocca a me. Sì, perché dei miei problemi da primo mondo non frega niente a nessuno. Sono una brutta.

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Ti voglio depilata ma mi tengo la mia foresta vergine, egli disse

23GIU2004 OCCHI ELIO

Non ho mai capito perché agli uomini è concesso di andare in giro con sopracciglia tipo alberi dopo il passaggio di un tifone. Invece un giorno è capitato che io uscissi fuori con le sopracciglia non allineate. Ne avevo ripulito una e mi ero scordata l’altra. Così potevo usare l’opzione doubleface per adescare uomini con gusti assai diversi. Il tizio che mi aveva invitato a cena non era incline all’ironia, perciò non era una storia che potevo sistemare con una battuta. Per tutta la cena si percepiva il suo imbarazzo e alla fine pure il mio. Maledicendomi per aver dimenticato la pinzetta a casa – diversamente avrei potuto sistemare il pelo in bagno – mi concessi il diritto di continuare a conversare come se niente fosse. Ci sono mode di ogni tipo sul trucco e il pelo delle donne. Perché non è possibile annoverare tra quelle pure la moda delle sopracciglia spaiate?

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Sessismo è: disprezzare una donna per complimentarsi con l’altra

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Sui social network, dopo gli insulti razzisti, i vari sputi di odio, arrivano sempre le valutazioni sui corpi. Non parlo solo di donne perché ho letto commenti sui corpi degli uomini che vanno più o meno di pari passo. In questo caso prendo ad esempio un’immagine che viene commentata con frasi di disgusto. E’ brutta, andrebbe ripassata, disgustosa, troppa carne, troppe curve, fa schifo.

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Il brand antisessista che realizza altri stereotipi sessisti

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C’è stato un tempo in cui avremmo fatto carte false pur di leggere un ragionamento critico sui condizionamenti estetici che obbligavano le donne a ritoccarsi per adeguarsi al modello offerto dalle riviste patinate. Poi avvenne che ci si interessò, fino all’ossessione, di quel che il corpo delle donne doveva patire per guadagnare punti in paradiso. Qualcuna fu felice di veder scippate lotte antisessiste da chi ne realizzò un ulteriore business ed eccoci ad avere a che fare con il brand donne, antiviolenza, antisessismo, riprodotto in salsa glamour senza che sia minimamente messo in discussione nulla di quel che bisognerebbe far notare.

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Io, brutta e con il sesso appeso

Foto da RiotClitShave.com
Foto da RiotClitShave.com

25 anni e ancora non mi era capitato di vivere un rapporto sessuale. Qualche bacio, carezze, un po’ di masturbazione, ma tutto senza impegno. Ero profondamente timida e, secondo alcuni, brutta. Non mi curavo molto e non mi interessavo del mio aspetto. Ero rassegnata al fatto di non piacere e mi impegnavo in casa, nello studio, programmavo il mio futuro e mi sentivo serena immaginando che un giorno sarei riuscita a realizzare un sogno: andare all’estero e restarci.

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Lo shatush non è una malattia

Questo è un post di puro cazzeggio.

Oggi, in ospedale, incontro una tizia che mi dice che deve fare uno shatush. Pensavo fosse una roba grave. Le ho chiesto: ma per quali sintomi? E lei mi fa: devo fare una tinta sfumata, sopra più scuri e sotto più chiari, ma non biondi perché è da terrona. La guardo stupita. Io sono una “terrona” ma non ho la più pallida idea di cosa sia lo shatush. Avessi dei soldi da spendere al massimo mi farei una gita da qualche parte. E non capisco perché il capello sfumato biondo in punta è da terrona. Io vedo le “terrone” curatissime o con riflessi biondi naturali che sono dovuti al sole. Se il sole e il mare schiariscono i capelli è colpa delle donne meridionali? Per inciso, io sono rossa, con le sfumature biondo rame. I momenti in cui il biondo è diventato quasi trasparente sono stati quelli in cui sono stata per mesi al mare. Ad ogni modo non è finita lì.

Dato che ho mostrato una enorme ignoranza in proposito allora la tipa si è sentita in dovere di spiegarmi per filo e per segno come si fa uno shatush. Tentando di mostrarmi molto interessata, tra le mie domande più intelligenti segnalo:

– ma come si tingono i capelli di tre sfumature diverse e graduate?
– ma la sfumatura graduata non era tipica di chi, dopo una passata di colore, dopo qualche mese, mostrava la ricrescita?
– Cosa c’era che non andava con il capello in tinta unita?
– ma se io volessi i capelli di tre sfumature di colori diversi si può fare o no? Tipo se li volessi rossi, sfumati azzurro, sfumati boh?
– posso farmi lo shatush in un’altra zona pelosa del corpo? (questa, tascissima, avrei voluto chiederla ma ho taciuto… e però, mumble mumble)

Sicché vedevo la tizia incaponirsi per tentare di colmare le mie terribili lacune. Infine, spazientita mi fa: comunque lo shatush bisogna farlo con i capelli molto lunghi e preferibilmente lisci. E così mi ha liquidata in un colpo solo perché al momento ho il capello mediamente lungo e riccio. Alla domanda: quanto costa? Mi dice che costerà all’incirca un centinaio di euro o poco più.

– Poco più? – le faccio eco.
Ma come… poco più… Con cento euro arrivo in un’altra città e respiro aria diversa. Faccio la spesa per tutta la famiglia per una settimana. Pago una bolletta e se sono fortunata potrebbe restarmi anche qualcosa per rifarmici un cinema. Sto parlando ovviamente di una spesa per volta, perché tutte assieme costano un botto di più, ma spendere cento euro per lo shatush mi sembra da sprecona: altro che terrona.

Non glielo dico, anzi, mi mostro estremamente interessata mentre lei si infervora e mi propina le sue competenze in fatto di trucco e parrucco. Spero che da un momento all’altro mi chiamino per fare qualunque cosa. Fatemi una pera consistente, per favore, di modo che io possa dirle si con un sorriso da ebete stampato sulle labbra. Invece niente.

Fortuna che ho le amiche, anche quelle online, che emergono per dirmi le cose più buffe. E si, potete “babbiare” sulla mia bacheca fintanto che non vi sfiderò a duello, triello, quadriello, di lotta nel fango. Nud*. 🙂

Ps: devo fermarmi qui ancora per un po’ di ore. Se voleste farmi il favore di attaccarmi o insultarmi quando sono in grado di rispondervi lo gradirei. 😛

Market Girl

Diario di una aspirante collaboratrice porno-politica

Sono diplomata, quasi laureata, ho idea che non troverò mai un lavoro stabile, un contratto a tempo indeterminato, neppure a pagarlo, a meno che non passo dalle solite anticamere a richiedere favori come da sempre tutte fanno in questa nazione piena di opportunità.

Bisogna che io ci pensi per tempo e scelga bene perché si può anche darla via ma con un minimo di dignità. Per dire, c’è una ragazza che conosco che fa pompini ad un vecchio democristiano riciclato in un partito di centro-sinistra e che a modo suo si accontenta. Prende più o meno 1000 euro al mese per fargli fotocopie, rispondere al telefono e si improvvisa tuttofare tenendo relazioni per le dichiarazioni di reddito, gli acquisti, gli appuntamenti. Quelli sono pompini moralmente accettabili perché il compenso è giusto e poi così si mantiene una parvenza di rispetto per le convenzioni sociali. Chi mai potrebbe dire che si mette in discussione l’equilibrio della famiglia o che sia immorale aiutare una povera ragazza senza lavoro che sfacchina da mattina a sera per un uomo così pio?

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