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Ho “abbandonato” mio figlio. L’ho fatto per me stessa!

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Uno, due, tre. Arriverà la sera prima o poi, e io potrò andare a dormire, nel mio letto, nella mia stanza, con accanto un uomo che conosco così poco, ma è sempre meglio che restare in balia di sua madre e delle sue sorelle. Quattro, cinque, sei. Da quando ho tentato il suicidio non mi lasciano un attimo da sola. Mi impediscono di prendermi cura di mio figlio. Mio marito mi guarda come se fossi una povera pazza e abbiamo dovuto traslocare in casa dei suoi. Sette, otto, nove. Non voleva lasciarmi da sola e prima che pensare a quel che aveva causato il mio malessere, si assicurò che io terminassi la mia gravidanza. Non ero io che gli interessavo. Era il bambino che avrei dovuto partorire dopo pochi mesi. Dieci, dieci, dieci. Perché il mio conto delle mie possibili opzioni non supera quel numero e quando torno indietro vedo i miei dieci anni, poi i venti, poi i dieci mesi di fidanzamento, i dieci mesi di mio figlio. Le dieci pillole ingerite con una dose altro veleno. I dieci giorni rimasta in ospedale a ripulirmi dalla merda e a tentare di ricominciare.

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Se non allatti tuo figlio sei una “cattiva madre”?

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Se ho allattato mio figlio? Intanto vorrei dire che trovo antipatica l’esaltazione del materno con tante signore con le tette esposte in battaglia contro i social media, i ristoranti, gli alberghi, i vigili urbani, affinché sia consentito allattare in pubblico. Non si battono perché le donne mostrino le tette a prescindere dall’allattamento, eppure ci sarebbe bisogno di una battaglia antimoralista in tutti i sensi. L’unica tetta plausibilmente nuda deve allattare qualcuno. Non lo trovate un po’ sessista? Giusta rivendicazione, per carità, ma per quel che mi riguarda si porta dietro una cultura sempre più insidiosa che parla di ritorno alla natura, di maternità vissute al limite del sacrificio umano. Orgogliose del dolore provato, di tutto quel che hanno vissuto e del loro rapporto con quel figlio attaccato al seno. Sono i medici, in primo luogo, che consigliano, anzi, impongono l’allattamento materno. E io vorrei intanto dire che non ritengo sia un caso se qui da noi la madre ha il dovere di allattare un figlio e nel paesi del “terzo mondo” invece danno subito una pillola che secca tutto perché lì vendono quintali di latte in polvere ovunque. Le donne nere parrebbero portatrici di malattie comunque e le donne bianche, invece, non corrono il rischio, secondo questo pensiero neocolonialista, di infettare nessuno.

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Come sono fatte le madri delle altre madri in difficoltà?

Le madri in difficoltà che stanno raccontando a me e a voi le proprie storie dialogano tra loro, si leggono, si capiscono. MammaQualunque, ovvero colei che ha iniziato questa difficile e straordinaria carrellata, mi scrive:

“Ho seguito, e sto seguendo, con interesse il seguito della discussione sulla maternità. Mille scelte, mille vite.
E da qui, mi è partita spontanea una riflessione, forse una provocazione che ti invio.
Leggendo e leggendo, mi sono detta: la mamma, c****, la mamma in questi situazioni dovrebbe essere tutto. E intendo, la nostra mamma, la mamma delle donne che sulla tua pagina hanno raccontato le loro storie. Le nonne, per essere chiara. Non voglio escludere dalla questione il genere maschile, che a volte c’è e a volte fa venire il voltastomaco, ma per logica le nostre mamme ci dovrebbero sentire più vicine a loro, e viceversa. Sono madri, hanno vissuto almeno una gravidanza, una maternità e ci sono passate, bene o male, abbastanza anni fa per averne ora una visione più lucida, e soprattutto, la maggior parte di loro si è probabilmente conformata a quel modello, che oggi incatena le nuove generazioni a mille aspettative. Tuttavia, proprio perché incatenate a quel modello, spesso non ascoltano i malesseri e le difficoltà delle proprie figlie o, nel migliore dei casi, cercano di riportarle entro i binari con qualche parola mal piazzata. Ora, arrivata fin qui ho provato a riflettere.

Ma quel modello non prevede l’accettazione di tutte le fatiche materne senza alcun lamento, senza alcun pentimento, senza alcuna fatica? Ma quel modello non prevede una madre abnegata alla propria prole comunque essa sia? Urlante, faticosa, ingestibile o insopportabile, sofferente o esaurita? Ma quel ruolo non vuole che una madre metta se stessa in secondo, terzo, quarto o quinto piano, per il bene e le esigenze della progenie? Allora io, forse, non ho capito. Si tratta di un modello “a scadenza”? Insomma, una donna deve essere la mamma perfetta e abnegata fino al compimento del x anno dei propri figli e poi può fottersene e lasciarli a loro stessi? Oppure, forse, dal momento che la prole passa dal lato genitore smette di esser prole e quindi le regole del gioco possono essere cambiate? È un modello che funziona con i figli maschi o con le figlie femmine a dipendenza del tema in questione? Che ne so, se un figlio è omosessuale posso disinteressarmene, se lo è una figlia magari l’accetto di più, se è un maschio e non vuole fare il padre lo ascolto, ma se lo stesso problema ce l’ha una femmina me ne allontano? Insomma, mi son detta, chi mi spiega come funziona?

Lasciare una figlia in difficoltà nella propria maternità senza tenderle la mano o l’orecchio dopo averle sussurrato un “Non sei sola, io ci sono” è più accettabile che esternare queste difficoltà? Io, questa cosa, non la capisco. Non è che io non riesca a capire l’ipotetico meccanismo malato che sta dietro a una madre che a un certo punto non ascolta più, che non vuol sentire cose che lei nemmeno ha osato pensare, ma non capisco come fanno alcune ad ergersi paladine della maternità perfetta e a dormire sonni tranquilli dopo aver guardato con delusione le loro figlie, come fanno ad indicare con certezza l’unica e giusta via per essere una buona madre e a cadere così rovinosamente, come fanno, loro, a non vedere la sofferenza di una figlia adulta che ormai parla e usa il pianto solo per esternare il proprio dolore e ad essere state così brave ad interpretare ed accettare con serenità e calma i mille pianti di quelle stesse figlie quando erano piccole, accogliendole affettuosamente e pazientemente fra le loro braccia, sempre. Basterebbe che dicessero la verità, che loro si sono sacrificate e hanno sopportato senza possibilità alcuna nemmeno di fiatare, e che ora si aspettano che noi facciamo lo stesso, perché così è e deve essere, perché così quel peso immane chiamato abnegazione si divide in modo solidale fra donne, nella speranza e nell’illusione che si soffre tutte, ognuna di noi soffre un po’ meno. Almeno ci sarebbe una logica, crudele, ma coerente con il fatto che si sono adeguate ad un modello che ora ci ripropongono tale e quale. Senza sconti.

Ecco, questo mi fa forse più riflettere dell’ultimo post di Evinrude, dove è evidente e chiaro che il padre è una comparsa e parecchio mal riuscita.”

Leggi anche:

Il diario di Evinrude, che descrive il disagio e la solitudine di una madre
La mia bambina è figlia di uno stupro
Io, madre spaventata e figlia pentita
Il corpo della maternità
Mio figlio? E’ da mia suocera. Io non voglio fargli da madre!
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Mia figlia, l’ho odiata. Poi è cresciuta, per fortuna!
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Ho voluto un altro figlio e ora sento che non esisto più
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Perché una madre deve, per forza, essere felice di occuparsi di un figlio?
Ho un figlio e sono pentita di non aver abortito
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Quelle che “se non sei madre non vali niente”
L’istinto materno non esiste
Costruendo un discorso antimaterno
Liberare la maternità – di Brigitte Vasallo
Come hackerare il ruolo materno!
I post raggruppati su Tag Beddamatre Santissima
La saga delle Preoccupazioni materne, da QUI, seguendo i link in fondo al post
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Mia nonna e mia madre, alla mia età, erano madri. Io no!

Tra 20 giorni compirò 26 anni. Mi dirai: “Cosa c’è di speciale nei 26 anni? Non sono nè i 25 nè i 30, è un’età di mezzo che non significa niente”. Per me il 26 significa essere “scampata” ad un’ aspettativa delle donne della mia famiglia, di mia nonna soprattutto. Quando la mia bisnonna aveva 25 anni ha avuto la sua prima figlia (femmina), per mia nonna è stato così e anche mia madre ha avuto me a 25 anni appena compiuti.

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Quelle che “se non sei madre non vali niente”

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Lo sappiamo: uno degli argomenti preferiti di alcune donne che hanno voglia di vedere in giro loro cloni è quello della maternità. Pare che non abbiano di meglio da fare che rompere le ovaie a quelle che di figli non ne hanno, per una qualunque tra le mille ragioni possibili, così da sentirsi forse, non so, più realizzate? Migliori? Superiori? Non si sa. Fatto sta che tante, purtroppo, sono le “amiche” che dopo aver stra-bestemmiato per la fatica che fanno ogni giorno, devono pur vedere compensato quel sommo sacrificio.

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Madre uccide il figlio: meglio morto che in affido al padre?

“L’ho ucciso perché me lo vogliono portare via” – così Deborah Calamai giustifica il fatto di aver ucciso il figlio, Simone Forconi, 13 anni, prima che venisse a prenderlo il nonno paterno per fargli trascorrere il natale assieme al padre. Lo ha inseguito, accoltellato, fino a farlo morire. I media sono pronti a offrire letture giustificazioniste: raptus, stress da separazione. Nessuno parla del motivo reale che talvolta, quest’anno in realtà abbastanza spesso, spinge una donna ad uccidere il proprio figlio. Cultura del possesso, sei mio e di nessun altro, la totale assenza di aiuto preventivo, nei confronti dei genitori, quando spinti da violenza e rapporto morboso con i figli.

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L’istinto materno non esiste

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«C’è ancora una pressione molto forte sulle donne, le quali sembrano essere sottomesse a una falsa equazione: essere donne significa essere madre», afferma lo psicologo Mariano Torres.

Da Intersezioni:

Essere donna non implica essere madre, ciononostante le donne subiscono ancora una forte pressione sociale rispetto alla maternità, un’idea che si perpetua attraverso il celebre “istinto materno”. Tuttavia, il desiderio di essere madre (o no) non ha alcuna causa fisiologica provata.

«No, non avrò figli», risponde Alicia Menéndez alle impertinenti domande delle vicine, delle zie, e anche delle amiche. Queste, sorprese, contrattaccano con un  «Ma è perché non ti piacciono i bambini?» o «fra qualche anno cambierai opinione e sentirai la chiamata». Alicia, che ha appena compiuto trent’anni e lavora come assistente amministrativa, assicura che “non voglio avere figli” è il nuovo “non voglio sposarmi”, anche se sostiene che la seconda affermazione non produce lo stesso ‘disordine pubblico’ della prima.

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