Ieri, mentre facevo la quinta uscita dopo anni di clausura volontaria per depressione, decido di guardare la cassetta della posta e trovo un avviso di giacenza per una roba definita “atto giudiziario”. Non potrò vedere il suddetto atto fino a che non sarà depositato alla posta e dunque l’ansia mi ha momentaneamente ucciso. Nella mia situazione qualunque cosa si conclude con un “un suicidio risolverebbe”. Ma non so di che si tratta, non ci si fascia la testa prima di romperla e chi mi consola dice che l’idea possibile di essere trattata da “criminale”, per una come me, non dovrebbe essere così angosciante. Non ho un curriculum per candidarmi alla partecipazione di attività criminali per guadagnare ma stamattina, dopo aver preso sonno con difficoltà ed essermi svegliata per un assurdo incubo (io che femministicamente parlavo di comprensione ad una madre che nel sonno mi avrebbe abbandonata da piccola), per prima cosa ho cercato su Google “come diventare una criminale”. Ovviamente google non rilascia simili informazioni e i link che si riferiscono a questo giurano vendetta contro il crimine ma la cosa mi ha fatto davvero ridere. E non ridevo così di gusto da non so quanto tempo. Per una persona normale come me, angosciata dalla depressione, con probabili debiti economici e relazionali, immobilizzata e invecchiata mentre perdevo l’abilità di fare cose tipo la cameriera (che ho fatto per un bel po’ prima della menopausa), con principi e ideali di chi mai vorrebbe fare danno ad altri, essere oggetto di qualunque cosa targata “atto giudiziario” può diventare spaventoso. Ma in fondo sono sopravvissuta a tante cose. Alle legnate di mio padre, alle violenze del mio lontanissimo ex coniuge, alle pressioni sociali di genere, alla precarietà economica di un’epoca in cui il lavoro a progetto era l’unica chance e la forza delle gambe e delle braccia l’unica risorsa per reggersi con tre lavori precari in un giorno. Che vuoi che sia essere considerata in qualunque modo una criminale?
Continua a leggere “La “depressa sobria” cerca lavoro (anche come “criminale”)”