Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze

Dove sta l’autonomia del discorso femminista?

Elettra Deiana commenta il mio post sul femminismo bottegaio, riflette ad alta voce assieme a me, ed ecco quel che scrive e che io condivido con voi:

Cara Eretica, il femminismo è stata un’esperienza dell’umano, non un incipit metafisico, non l’epifania di un nuovo mondo. Solo un’esperienza dell’umano femminile, ma poderosa e dirompente, che ha cambiato il gioco delle parti, messo al mondo l’inaudito, condensato, per fare un esempio a me caro, nel dissacrante gesto della vagina, ostentato negli spazi pubblici a sfida del patriarcato. Ha insomma sbaragliato l’ordine del discorso dominante e alcune donne vi hanno contribuito con una particolare lucidità del pensiero e forza dell’azione, che va loro riconosciuta. Ma come tale – come esprienza dell’umano – il femminismo ne porta intrinsecamente i limiti, quelli per cui non si esce dalle ricorrenti follie umane o se ne esce in forma claudicante e provvisoria.

Come qualsiasi altra vicenda rivoluzionaria, anche il femminismo (nelle sue infinite filiere) si è presto trasformato in un’aspirazione al potere e in uno strumento di partecipazione al potere. Politico, istituzionale, accademico, mediatico, economico e altro, IL femminsmo e la politica; qui si è persa la forza della critica, l’autonomia dell’azione, la capacità femminile di parlare al mondo “spostando le sguardo”, come dicevamo a quei tempi, ed è cominciata la lagna della “qualità” femminile, da aggiungere come una salsa salvifica alla politica degli uomini, l’ossessione delle quote rosa, che da sacrosanta norma antiscriminatoria è diventata qualità della democrazia, mentre la democrazia si sgonfia come un palloncino e l’ordinamento democratico dello Stato non accende più nessuna passione popolare. Per non parlare del seguire l’onda mediatica della lotta per il potere. Tutte le critiche che tu fai mettono in evidenza proprio questo.

Che cosa resta di quell’esperienza che ha tuttavia davvero cambiato il mondo e cambiato ognuna di noi e cambiato le donne, comprese quelle delle nuove generazioni? Bisogna, secondo me, guardare in profondità. Prevalgono innegabilmente gli scarti femminili dell’attitudine umana alla competizione per stare a galla in una politica del potere. La supposta, speciale “grandezza” femminile ha ceduto le armi? Non ha resistito di fronte alla strutturante e pervasiva potenza del neoliberalismo che si nutre proprio della competizione e concorrenza in tutte le dimensioni? Perché le cose “al femminile”, ancorche femministe, sono quello che sono in prevalenza? Per complicità antropologica funzionale al maschile? Perché i cambiamenti possibili sono solo quelli che si misurano nello spazio del tempo che viviamo e buona notte al secchio?

Perché anche laddove tutto il potere del maschile fosse eroso e un fiume di donne li sostituisse i meccanismi del potere rimarrebbero uguali e le donne non ne possono essere immuni? Io sono femminista dagli anni sessanta continuo a essere ostinatamente femminista perché il mio femminismo è un tutt’uno col mio stare al mondo e guardare le cose. Ma, proprio per questo, non ho mai teorizzato virtù angelicate, differenze magistrali, sapienze strategiche delle donne. Registro che nell’esperienza umana femminile, antropologicamente sedimentata e singolarmente vissuta, ci sarebbe materiale per acchiappare le cose del mondo da un altro punto di vista, che forse potrebbe contribuire a cambiare almeno un po’ le cose. Ma a parte riflessioni solitarie, prevale quello che tu registri. Ma tutte le grandi idee, passioni, promesse, rivoluzioni si logorano, diventano altro. Più o meno rapidamente. Spesso nello spazio di un mattino. Io sono di sinistra e quello che tu dici di certi femminismi e del femminismo io potrei dirlo – e spesso lo dico – della sinistra. Anche di quella in cui oggi mi colloco

Potremmo magari organizzare un incontro “eretico per parlarne”.

Un abbraccio e grazie per l’ostinazione e l’acribia delle tue argomentazioni.

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Un corpo a corpo

di Elettra Deiana

Paola Bacchiddu ha compiuto un inaspettato atto di rottura del meanstreaming politico comunicativo della sinistra, animando oltre misura l’invasivo blablare gossiparo della rete e, soprattutto, quella mescolanza tra politica e gossip che oggi va per la maggiore. Tuttavia ha anche rimesso in scena questioni non di poco conto per chi ha avuto a che fare con la vicenda del femminismo e oggi pensa che il femminismo non debba essere soltanto il lontano fantasma di una magica stagione politica. Io sono tra chi la pensa così ma penso anche che, come per altre dimensioni del pensiero e dell’esperienza umana, ci sia femminismo e femminismo e oggi valga la pena discuterne il più liberamente possibile. Sono infatti convinta che il modo di pensare le cose da parte delle donne continui a influenzare le più complessive dinamiche politiche e sociali, dell’Italia, per quel che ci riguarda, proprio perché il femminismo ha rovesciato il senso delle cose e l’ordine del discorso che le rappresenta. Ma il rovesciamento spesso poi prende le direzioni più diverse, come è inevitabile che succeda. Non tutte esaltanti.

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