Quando il corpo è in trasformazione devi adeguare i ritmi, la tua vita, alle nuove esigenze. Devi imparare a sorridere per quel che viene meno e ad apprezzare quello che impari giorno per giorno. Avevo previsto mille cose ma non il mio ritrovato senso dell’ironia. E serve, eccome se serve, giacché non puoi non ridere quando vedi che lui si sforza di farti venire con uno dei suoi fantastici cunnilinguus e la tua fica non riceve. Nada de nada. Come se ce l’avesse sulla punta della clitoride ma non riuscisse a emergere. Come se avesse dimenticato quale strada percorrere. Come se avesse perso fiato, battito, fiducia in se’.
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Nessun@, a parte lei, può gestire il corpo della “donna malata”
Quando ho letto “La Teoria della Donna Malata” ho subito pensato quanto mi riconoscessi in quella dimensione personal/politica. Qualche tempo fa il mio corpo si è ribellato, probabilmente lo aveva fatto da prima ma io non avevo preso in considerazione i segnali. Ho dovuto ripensare i miei ritmi, le mie relazioni sociali. Ho valutato quali fossero le mie reali priorità. Ho cominciato a rivolgere la parola solo a persone che stimo e che mi fanno bene. Perché ho chiara la dimensione dell’aver cura che prescinde da identitarismi e posizionamenti ideologici. Mi sono ritrovata a scontrarmi con stereotipi che avevo lasciato da parte per un bel po’. Gli affetti che vivono la “cura” nei termini in cui la società impone. Come ruoli predestinati e non come scelta libera e lieve. D’altronde io ho concesso molto poco di me. Fintanto che ho gambe e braccia per muovermi e un cervello che funziona diciamo pure che posso essere autonoma tanto quanto basta. Invece non è stato così. Non è mai così. Quando più sentivo che sarei stata di peso, perché il tempo di recupero sarebbe stato lungo, estenuante, doloroso e pieno di concessioni da parte mia che difficilmente mi affido a qualcun@, in quel caso vivevo male le attenzioni. Passaggi in auto, la spesa fatta da qualcun altr@, poi altre cose semplici, nel tempo pre e post operatorio. Cucinare, fare le pulizie, farmi anche lo shampoo. Tutto difficile e tutto delegato ad altre persone. Se non avessi accanto persone che mi vogliono bene e che vivono la cura come momento di relazione, l*i in una più stretta relazione con me, per arrivare a quella zona vulnerabile che lascio vedere difficilmente, per fare appello alla mia fiducia indubbiamente necessaria per lasciare fare ad altri, medici, chirurghi, senza aver paura, se così non fosse stato io mi sarei sentita completamente sola.
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