La mia era una famiglia disfunzionale che attribuiva al cibo una funzione compensativa per colmare abbandoni e carenze affettive e soprattutto le violenze che venivano esercitate da mio padre e taciute da mia madre. Sedere a tavola durante il pranzo era una tortura perché non si poteva lasciare un briciolo di nulla sul piatto, pena una punizione col corporale, lo sganassone di mio padre e l’insistenza di mia madre che continuava a chiedere se ne volessimo ancora. Mia madre era anche una compratrice compulsiva di qualunque nuova marca di merendine immesse sul mercato che in genere mangiava dopo aver fatto finta di essere l’agnello sacrificale familiare che rinunciava alle parti buone delle pietanze per poi abbuffarsi di sera e infine assumere lassativi come fossero pillole della buonanotte. Questo comportamento c’è stato ovviamente trasmesso e almeno per me è diventato deleterio perché al cibo attribuivo un piacere e una compensazione legittimati in famiglia e uniti al fatto che mangiare tutto significava essere una brava bambina, non prendere sganassoni, forse guadagnarsi un po’ di affetto. Nel frattempo cominciavo a manifestare ritenzione idrica nelle cosce già a 9 anni perché fino a tardi facevo la pipì a letto e il medico, furbo, prescrisse qualcosa per farmi trattenere liquidi.
Continua a leggere “Fame da morire: infanzia”Tag: Disturbi Alimentari
Deviati siete voi, non chi soffre di disturbi alimentari
La destra si distingue ancora per ignoranza. Illustra un piano contro le devianze giovanili e include una serie di cose che in ogni caso non c’entrano affatto. Obesità, autolesionismo, bulimia, anoressia, sono disturbi e non devianze. I giovani italici sani che vorrebbero i destrorsi sono magri o ariani o cosa? Dopo la speculazione sulla pelle di una donna vittima di stupro adesso questo. E’ una campagna elettorale che non risparmia nessuno e calpesta tutto. Ricordiamo la mentalità nazista che osannava l’eugenetica e l’eutanasia coatta per persone con disturbi mentali. Ricordiamo quel che pensavano i fascisti mentre torturavano le donne in manicomio finché l’elettroshock non è diventato obsoleto e i manicomi non sono stati chiusi.
Se davvero sapessero cosa dire a proposito di salute mentale, disturbi da stress post traumatico, disturbi alimentari, non le definirebbero devianze e non sarebbe neppure previsto che ad occuparsene sia il servizio sanitario nazionale. Immaginiamo la destra al governo e pensate a come sarebbero trattate le persone affette da anoressia o bulimia, obesità o autolesionismo. Da bulimica vorrei spiegare tante cose a questi fascisti da operetta che non fanno che offendere le categorie umane che non prediligono, accentuando lo stigma che già pesa su di noi. Da femminista e persona auguro a queste persone di non dover mai trovarsi nelle condizioni di doversi vergognare per vulnerabilità che non possono essere trattate come devianze. Questo è un danno che fanno a loro stessi, ai loro figli, a tante persone che per un’ideologia colpevolizzante si vergogneranno di chiedere aiuto.
Il fascismo, con le liste di proscrizione sulle categorie umane da odiare è la vera “Devianza”, se così possiamo chiamarla. Più che altro è un esempio di totale ignoranza e assenza di empatia. Tutte le persone che soffrono di questi disturbi non si affliggano da sole, per favore e non vergogniamoci, non lasciamo che ci definiscano perché siamo in grado di prendere la parola e di dire la nostra su quello che ci succede. Noi ci autorappresentiamo.
A presto, con il mio racconto sul blog a proposito di tutto quello che riguarda la bulimia e i disturbi alimentari.
Eretica
Fame da Morire: la mia bulimia
Non riesco a venirne a capo e dunque penso che dovrò cominciare da capo, un po’ per volta, a riflettere ad alta voce, come ho fatto per la depressione. Il mio secondo step sulla bulimia. Perché ho fame, di cosa ho fame. Perché mi serve, perché mi sento in colpa e disperata, perché non mi riconosco, perché l’immagine che ho di me non somiglia a quella che vedo allo specchio. Perché non si placa questo bisogno di nutrimento non necessario. Perché mi sento così e come posso convivere con una parte di me che non conosco e non controllo ma che controlla me? La dipendenza da cibo non è diversa da qualunque altra forma di dipendenza ma del cibo non si può fare a meno e iniziare con un morso significa attivare il bisogno di affogare nel cibo. Un bisogno ossessivo e compulsivo che si placa solo se poi riesco a smettere o se per qualche giorno mangio normalmente e vedo che il mio peso scende. Non uso la bilancia da tanto, oramai, ma sento che il peso aumenta o scende. Lo verifico dagli abiti che mi vanno stretti o larghi. Mi porto dietro l’insicurezza, per quel che pare un danno al mondo intero, come una ladra mi nascondo, perché nessuno sappia, invece ora lo sanno, io lo so. Non mi vergogno ma nonostante questo non riesco a risolvere e c’è qualcosa da capire che non posso risolvere, forse non da sola.
Ho dovuto sospendere lo psicologo a pagamento, perché con il mio compagno bisognoso di cure non potevo contare sui soldi che metteva da parte per me. Quindi riparto da qui. Domani a mente più lucida. Per ora cerco di ascoltarmi, in silenzio, senza anestetici fisici o visivi. Continuando a fare ciò che mi ero ripromessa.
a presto.
Eretica Antonella
Dopo abbuffata: appunti da bulimica parte seconda
Sento lo strascico ancora oggi. Stamattina ho fatto colazione e lo strascico dell’abbuffata mi ha fatto venire sonno. Mi sento irritabile e se il sonno della notte con i farmaci inibisce la fase R.E.M. quindi non mi fa ricordare quello che sogno, di giorno è diverso e quel che ricordo è un incubo. Cercavo di parlare con mia madre ma chiudeva tutte le porte e ho sfondato diversi muri, scavalcato finestre e distrutto molte cose per riuscire a raggiungerla e per dirle che stavo soffrendo. Volevo solo dirle che sono bulimica e depressa e che questo mi procura una grande sofferenza. Nell’incubo lei non ascoltava ed era inutile qualunque cosa facessi perché anche la mia voce non sembrava uscire e il mio urlo restava muto. È possibile che lei fosse una mia proiezione ovvero che io cercassi di parlare con me stessa. Ho cercato di disinnescare dopo l’abbuffata per impedirmi di restare immobile e quindi ho spostato le mie cose e mi sono ripiazzata alla mia scrivania che mi ricorda una postazione di lavoro. Ho ricominciato a leggere il libro che devo finire ma l’irritazione non passava e il disinnesco non funzionava, il malessere continuava a circolarmi all’interno. Quindi il tempo del mio post abbuffata dura due giorni per ciò che riesco a capire ed è quello che riferirò alla mia psichiatra e ancora non credo di esserne uscita. Sembra uno scherzo ma quell’unica abbuffata porta ad altre esagerazioni e perdite di controllo e mette a rischio il mio equilibrio e mi fa stare male fino a questo punto. Lo scrivo per spiegare che essere bulimica non significa solo strafogarsi. Significa soffrire moltissimo ed è quello che credo succeda a molte altre che vivono la stessa esperienza. Sia che si tratti di bulimiche che di anoressiche. Il cibo dovrebbe far produrre al cervello ormoni del piacere. Ma qualcosa evidentemente non va e alla prima fase di anestesia segue tutto questo malessere che riesco a malapena a quantificare e si tratta di un solo episodio sperimentato su suggerimento della mia psichiatra prendendo appunti su ogni sensazione e su ogni effetto. Non riesco neanche a pensare a tutto quello che ho vissuto in passato inconsapevolmente. Spero che questo sia quantomeno utile a qualcun altra che vive lo stesso problema. Essere cavia di se stessa può essere utile per capire da dove inizia e dove finisce la sofferenza e come farla smettere. Cercherò di tenervi al corrente.
Ps: dimenticavo che il post abbuffata fa venire voglia di alienarsi in modi diversi pur di non pensare e io mi sto obbligando a pensare.
Un abbraccio
Eretica Antonella
Dopo l’abbuffata: appunti da bulimica
Ho fatto quel che mi ha consigliato la psichiatra. Ho perso il controllo e mi sono abbuffata, con gusto, di cose che amo mangiare, senza sforzo, lentamente. Ma non sono cambiate le conseguenze. I sensi di colpa uniti alla voglia di procrastinare per qualunque impegno. Senso di immobilità, nervosismo, timore di uscire fuori. Non so come disinnescare. Devo fare da spettatrice e prendere appunti come se io mi osservassi dall’esterno. Per riferire alla psichiatra e per capire dove sta l’innesco e dove il disinnesco. Dopo mi sento come se fossi venuta fuori da una brutta sbornia, con un gran mal di testa, la fine degli effetti passeggeri di benessere che il cibo anestetizzante mi procura, e il conto che mi presenta la realtà.
Devo andare in farmacia, dovrei andare a fare la spesa e non riesco a fare nulla se non delegare. Come riprendo il controllo? Mi sento uno straccio. Non riesco a fare nulla. Questa è la prima osservazione concreta del post abbuffata da quando sono in terapia. Capisco perché la psichiatra ha affrontato ora l’argomento, dopo aver visto che ho stabilizzato la depressione. Pensavo di aver fatto gran parte del lavoro di riesame di me stessa, del caos interno, ma ora devo ricominciare da capo. Intanto rifletto e poi guardo qualcosa di innocuo perché non ho voglia di analizzare nulla. Anestetico sostituisce anestetico. Dal cibo alla visione di qualcosa di insignificante. Cercando di darmi tempo per correggere la rotta e ritrovare la forza per riprendere il controllo.
Ecco tutto. E’ faticoso.
Un abbraccio
In piena lotta
Eretica Antonella
La bulimia e la perdita del controllo
La bulimia per me è un grande problema. Quando ho voglia di abbuffarmi e perché voglio anestetizzare qualcosa, per non mettere in evidenza un disagio che dovrei affrontare ed è difficile se l’abbuffata implica una sorta di perdita di controllo in una concezione della vita che separa tutto da un niente. Iniziare a mangiare attiva il meccanismo del tutto o niente e se non sono riuscita a tenere sotto controllo quell’impulso allora tutto il resto va in malora. La mia non è una bulimia dove si vomita ma era compensativa, la tenevo sotto controllo con enormi sforzi fisici e tanta attività o digiuni. Quando pensavo che tutto fosse sotto controllo riuscivo a mostrare me stessa l’esterno pensando che il mondo mi recepisse come una figura piena di certezze e non vulnerabile. La perdita del controllo con il cibo invece mi fa sentire insicura e mi è più difficile mostrarmi non tanto per il mio aspetto fisico ma perché come se immaginassi che gli altri vedessero la mia vulnerabilità. Proietto sugli altri quel che io penso di me stessa perché se mangio mi sento in colpa e non riesco più a tener fede agli impegni presi, non riesco a parlare con qualcuno, non riesco ad uscire e alla lunga questo si lega all’agorafobia.
Continua a leggere “La bulimia e la perdita del controllo”Pausa estiva: tutto o niente
Oggi ho incontrato la mia psichiatra e a quanto pare la depressione è sotto controllo farmacologico mentre la bulimia richiede qualche aggiustamento. Il problema della bulimia è che normalmente va di pari passo al concetto del tutto o niente. Mangiare qualcosa che non dovrei significa perdere il controllo e sentirsi in colpa e questo porta ancora a mangiare e ad abbuffarsi e poi ancora a sentirsi in colpa e a rinchiudersi perché non ci si accetta e si ritiene che il mondo non ti accetterà in quello stato. La perdita del controllo associata al concetto del tutto o niente diventa deleteria. Significa che non c’è più controllo sugli impegni presi, non si tiene fede agli appuntamenti, non si riesce a comunicare il proprio malessere, anzi si ritiene che lo si porta in giro stampato in faccia, motivo per cui non si riesce ad uscire e ci si rinchiude sempre di più fino a dimenticarsi di se’ stessi.
La psichiatra mi ha suggerito di slegare le abbuffate e di concedermi di perdere il controllo senza perciò dover rinunciare agli impegni presi e a tutto il resto. Mi ha detto che devo smettere di proiettare sul mondo ciò che io penso di me stessa e di cercare di lavorare sui toni grigi della mia esistenza. Fare questo lavoro significa accettare le mie perdite di controllo e continuare tuttavia a rispettare gli impegni presi a cominciare dagli appuntamenti con lei e tutto quello che verrà dopo. Importante sarà vedere come io mi comporterò mentre realizzerò il reinserimento socio terapeutico presso la biblioteca femminista sotto osservazione del Centro Salute Mentale per verificare se riuscirò nonostante tutto a portare avanti gli impegni presi fino poi a slegarmi e a pensarmi adeguata a svolgere qualunque tipo di lavoro retribuito.
Se riuscissi a fare questo sarebbe per me fondamentale tanto più che parlarne è già un passo avanti perché l’istinto a rinchiudersi dopo la perdita del controllo viene meno se sai che il mondo ti capisce e che puoi condividere quella tua particolare vulnerabilità senza dover subire rifiuti.
Questo per ora è tutto e stremata dal caldo dopo aver attraversato un pezzo di città a queste temperature mi riposo e cerco di rinfrescarmi con una doccia.
Un bacione a tutti
Eretica Antonella
Sogni bulimici
Pomodorini tagliati a piccoli pezzi e rosolati in padella con un’aggiunta di basilico e un pizzico di sale. Spaghetti al dente appena due forchettate, tanto per assaggiare. Due uova frantumate, un pizzico di sale, qualche fetta di ricotta fresca, un po’ di parmigiano. La mia frittata mi sfida e per mangiarla senza sentirmi in colpa aggiungo un po’ di insalata verde e scondita. Mentre tento la risalita, questi sono i dilemmi che mi tengono impegnata. Ricordare i sapori e gli odori che mi legano ad un momento della mia vita. Assaporare una spremuta di arancia dolce senza aggiunta di zucchero. Peccato che ieri ho dovuto ingerire limoni in quantità per un improvviso mal di pancia. Pare che non abbia più l’enzima che mi permette di digerire una fetta di anguria. Eppure era così fresca e dolce. Così buona. Amare il cibo, imparare a cucinarlo con creatività e poi essere bulimica. E’ una punizione, tanto più che dopo l’intervento di chirurgia bariatrica fatto anni fa il mio stomaco fa un lavoro piccolo piccolo, non digerisco molto, non posso mangiare alcune cose. Certe sono indigeste, per alcune non ho più la possibilità di digerirle. Non riesco ad assorbire le vitamine utili e quindi devo aggiungere integratori che costano parecchio. Eppure sono i medici che mi hanno detto che sono obbligata a prenderli, proprio come per i farmaci per la depressione. Perché gli integratori devo pagarli di tasca mia? I traumi mi hanno portata a distruggere il corpo e lui si ribella, ora che è un po’ più quieto per tenerlo in piedi devo pagare. Perché tutto il mondo dice che è sempre colpa mia. Ma ho già superato questa fase. So che non lo è. Lo sa la mia psichiatra e lo sanno i medici e chi mi conosce.
L’importante è non lasciare spazio a meccanismi che ritornano, come le paure, perché questi non sono mali che guariscono. Imparo a conviverci, solo da poco, sebbene me li porti dietro da anni. La scienza non ne sa nulla, a parte usarci come cavie per capire come funziona il cervello. In realtà non lo sanno. Tirano fuori metodi brutali, come la chirurgia, quando non possono farne a meno, per combattere l’obesità, ma il male resta, le cause che l’hanno determinato sono sempre lì. Più ci penso e studio e ascolto ricerche scientifiche sul cervello più mi convinco del fatto che la coazione a ripetere non è semplice da risolvere. Mi ammantavo di consapevolezze che non avevo quando tentavo di convincermi che avevo il controllo. Ora che so di non averlo mi pare di riuscire a volte quasi a tirare un sospiro di sollievo. Come al termine di una battaglia, come quando confessi un peccato, come se cedere, sentirmi umana, mi consegnasse una chiave per riuscire a sbirciare dietro la porta in cui è nascosta la parte già determinata, quella che non posso evitare, quella che devo accettare e comprendere. Se l’anguria non mi avesse fatto quell’effetto avrei preparato un dolce che adoro. Si fa addensare il succo dell’anguria con un po’ d’amido e zucchero, si stende il composto su un recipiente e si aggiungono pistacchi tritati, gocce di cioccolato fondente e succo ottenuto dal fiore di gelsomino. Non quello che si trova qui a Firenze, ma il gelsomino siciliano. Un fiore la cui infusione ti fa ottenere un succo meraviglioso. Lo adoro. Se ne avessi un po’ potrei farci anche il gelato. Così come mi piace il gelato alla cannella o la cioccolata di Modica con il peperoncino.
Continua a leggere “Sogni bulimici”Pausa estiva, atto secondo
Da un po’ di tempo non sto benissimo, come se avessi ripreso alcune cattive abitudini, mangiare male, non seguire i miei ritmi. Preparare i pasti per chi sta con me significa che mi viene voglia di abbuffarmi e questa è la controindicazione per chi ha una bulimia come la mia. Gli antidepressivi funzionano e riesco a recepire tutto in maniera normale ma è come se mi sfuggisse qualcosa ed è come se il mio centro si fosse spostato e di conseguenza dormo male e mi risveglio peggio e ho mancato un impegno che avrei dovuto rispettare. Nulla di irrimediabile ma mi fa sentire come se avessi perso il controllo e riesco a percepire lo schema: un viaggio che termina in discesa con una brutta caduta. Dunque devo disinnescare ma non so come. Sto seguendo un itinerario di studio faticoso e questo rinvia il fatto che vorrei scrivere ma voglio prima ultimare il percorso e poi attendo nuovi inizi e questo caldo mi uccide e non so davvero cosa fare. Tempesta emotiva, curva discendente, ora che l’ho scritto forse riesco a disinnescare ed evitarlo. Continuo a studiare e spero che tanto basti.
Un bacione a tutti
Eretica Antonella
La psichiatria non sa nulla di disturbi alimentari. Esperienze e traumi ignorati.
La prima volta che mi recai da uno psichiatra per i disturbi alimentari non volle sapere nulla di me. Disse semplicemente che dovevo cambiare abitudini e modo di pensare perché nel pensiero distorto stava la malattia. corretto quello sarebbe andato tutto bene. Ho partecipato a decine di terapie per la rieducazione alimentare e il primario, col suo stuolo di specializzandi, ci dava la sua benedizione, dettava ordini sui farmaci da prescrivere e la nutrizionista svolgeva un ruolo di controllo. I day hospital venivano realizzati per le pazienti anoressiche e bulimiche e i toni rivolti soprattutto alle anoressiche erano intimidatori. Se non mangia sai che domani ti peso e se non hai preso almeno cento grammi ti rimettiamo il sondino nasogastrico. Così l’anoressica piangeva e tra le lacrime mangiava le sue carotine e un po’ di pasta in bianco. Ma il peso di giorno in giorno varia per una serie di motivi per cui non la bilancia non è affidabile se ti pesano tutti i giorni. L’anoressica tornava stremata dalla visita e le imponevano il soldino nasogastrico anche se aveva mangiato tutto quello che era destinato a lei. Il comportamento di psichiatri e nutrizianista faceva insorgere un cameratismo tra le pazienti che così aiutavano le ragazze aumentando la porzione o diminuendola senza che i medici se ne accorgessero perché non c’è nulla di più deleterio delle minacce e dei ricatti.
Continua a leggere “La psichiatria non sa nulla di disturbi alimentari. Esperienze e traumi ignorati.”Malattia mentale e prevenzione ed educazione al rispetto dei generi
Se parliamo di malattie mentali che colpiscono maggiormente le donne, come la depressione, i disturbi alimentari, l’agorafobia, dopo averle osservate e analizzate da un punto di vista di genere possiamo immaginare delle forme di prevenzione. Per prevenire i disturbi alimentari bisogna combattere il sessismo, il body shaming, i modelli estetici imposti. Voler essere magre non è sempre la dimostrazione che è quella donna si affetta da una malattia ma se si raggiungono stadi in cui si ritiene di poter avere il controllo su se stesse soltanto digiunando o stadi in cui si perde il controllo su tutto abbuffandosi e poi vomitando, siamo di fronte a un disturbo che si potrebbe prevenire se solo le pressioni sull’estetica femminile non fossero così enormi. Voler essere belle non e qualcosa di malvagio, non riuscire a vedere la propria bellezza perché non si somiglia ai modelli estetici imposti diventa invece patologico. Dobbiamo spiegare con attenzione che quei modelli non rappresentano la realtà delle tante donne esistenti al mondo, con corpi di ogni peso e misura e colore, con aspetti differenti l’una dall’altra. Dobbiamo spiegare che la diversità è un valore e se impediamo a quelle pressioni sessiste di insistere nel far sentire inadeguate le donne nei propri corpi potremmo prevenire patologie invalidanti che hanno certamente una derivazione anche culturale.
Continua a leggere “Malattia mentale e prevenzione ed educazione al rispetto dei generi”La malattia mentale come conseguenza
Tutte le questioni fin qui trattate, relativamente alla discriminazione sessuale e di genere nei confronti delle donne, possono essere individuate come cause di alcune precise malattie mentali. Se non osserviamo la questione della salute mentale senza anteporvi la questione di genere, non potremmo capire come realizzare una prevenzione che alleggerisca il peso di tanta pressione sulle donne.
Quella pressione deriva dagli stereotipi di genere, dal sessismo e dalla misoginia, dal body shaming, dalla mancanza di rispetto per il consenso, dal revenge porn, dal maschilismo o antifemminismo che dir si voglia, all’interiorizzazione del maschilismo che ci riguarda, dalla cultura dello stupro, dal victim blaming, dall’essere considerate oggetti del desiderio invece che soggetti, dalle molestie subite da bambine, dall’omertà che obbliga tante hanno svelare quel che hanno subito dai loro carnefici, dalle molestie sul lavoro, dalla violenza ostetrica, dall’obbligo di assumere ruoli di ammortizzazione sociale, dall’idea che la famiglia eterosessuale sia l’unica destinazione è l’unica salvezza per tutte noi, dai modelli estetici imposti, dagli stessi errori che vengono compiuti nelle campagne contro la violenza di genere, dal considerare femminismo come qualcosa di vago e non il personal politico a cui ci riferiamo noi, dalla criminalizzazione della donna in quanto donna e dalla colpevolizzazione della vittima in qualunque situazione, dallo stigma che pesa sulle donne alle quali viene detto che se non sono madri non valgono niente, dalle politiche contro l’aborto, dai ruoli di cura di mogli, madri, badanti, dall’idea di poter essere liberate dai ruoli di cura attraverso la schiavitù delle donne migranti.
Continua a leggere “La malattia mentale come conseguenza”Sono Sangue Pazzo e me ne vanto!

Dal mio ultimo libricino, Sangue Pazzo, ecco un estratto:
“Qualunque sia l’opinione degli altri sulla depressione io posso dire che una persona depressa è ancora viva, resta lì da qualche parte, continua ad esistere e ha il diritto di essere considerata come un’identità con una propria storia, un proprio vissuto. Da persona depressa non ho smesso di credere nelle idee in cui credevo prima, non ho smesso di essere di sinistra e femminista. Non ho smesso di avere dubbi e non ho smesso di usare il mio senso critico. Una persona depressa ha diritto ad autorappresentarsi, ad esprimere la propria opinione e a raccontarsi. Io non sono soltanto una persona che soffre di una malattia mentale. Non è questo che mi caratterizza. Non è questo che fa di me quella che sono.
La depressione è solo uno dei tanti aspetti che compongono la mia identità. Non per questo ho smarrito ricordi o mi si può ingannare dissimulando quando interpreto la realtà per quella che è. Non per questo mi si può ingannare dicendomi che non ricordo bene, banalizzando le mie sensazioni, togliendomi credibilità. La depressione è una malattia che sto curando con i farmaci adeguati, con l’assistenza di una psichiatra competente e cercando di risolvere i miei traumi con l’aiuto di uno psicoanalista.
Continua a leggere “Sono Sangue Pazzo e me ne vanto!”Bodyshaming
Una delle pratiche più odiose messe in circolo da uomini con la clava e relative consorti è quella del bodyshaming. Letteralmente vuol dire vergognati del tuo corpo. Dunque ogni volta che qualcuno vi importuna e fa delle battutacce per disprezzare il vostro aspetto fisico sta usando una forma di molestia che può riferirsi a tutto ciò che non corrisponde con il modello estetico imposto dalla maggioranza o particolarmente gradito al o alla idiota che vi disprezza. Il modello estetico cui certa gentaglia fa riferimento prescinde dal fatto che voi siate sane, debilitate, qualunque cosa. Loro disprezzano tutto quello che nella loro testa suona come anormale. L’influenza dei media nel creare un immaginario normativo per i corpi di ciascuna di noi è enorme. Tant’è che l’idiota di turno disprezza spesso una donna che potrebbe perfino somigliare a sua madre o sua sorella o alla sua fidanzata. L’importante è dar fiato alla bocca o metter mano alla tastiera, cosa che rende il web una giungla nella quale spesso si è più soggette ad aggressioni di haters che si nascondono dietro nickname e schermi per schernire con tutto l’odio che hanno in corpo e in testa.
Continua a leggere “Bodyshaming”La ragione dell’isolamento della bulimica
Anche oggi tra i contributi arrivati sulla pagina facebook di Abbatto i Muri per la Campagna #tuttacolpamia ce n’è uno che merita una riflessione, almeno da parte mia che ho lo stesso problema.
Se il cibo non fosse visto in termini ricattatori, non solo in una coppia, come la storia che ella racconta, ma anche e soprattutto in famiglia, la bulimica non avrebbe alcuna ragione per trincerarsi nell’isolamento più assoluto. In questa nazione dove il magna magna generale, festivo, domenicale, natalizio e pasquale è una sorta di compensazione per ogni altra carenza affettiva, è difficile per una persona che soffre di disturbi alimentari far parte di tutto questo o non farne parte senza che lei non nutra sensi di colpa.
Continua a leggere “La ragione dell’isolamento della bulimica”