Personale/Politico, Salute Mentale

Pandemia e riacutizzazione depressione

Qualcuno chiede: ma qualche anno fa uscivi, venivi alle manifestazioni e partecipavi in giro. Che è successo? Ero già in terapia, non funzionava benissimo ma per lo meno ero riuscita a superare a tratti, non spesso, lo scoglio agorafobico. Poi la pandemia mi ha costretta a restare chiusa in casa. Infine avevo il terrore perfino di andare dal medico. Ho fatto i vaccini con molte cautele. Ho ricevuto una visita domiciliare da una psichiatra che comunque non mi reputava “grave”. Ho delegato il ritiro farmaci al compagno e tra noi si sono ingigantiti scogli mai affrontati, forse. Lui fuori, lavorava, io sempre a casa, sola, avevo staccato da tutto, non riuscivo più neppure a gestire la pagina, a scrivere, leggere, a fare nulla. Me ne stavo seduta sul divano ad abbuffarmi, vomitare, anestetizzarmi con sedativi e serie tv in streaming. Se dovevo affrontare il mondo esterno, vedere qualcuno, parlare al telefono, andavo nel panico. Il mio compagno non poteva ovviamente portare a casa nessuno perché io mi sarei chiusa in camera da letto. Lui frustrato, scandendo gli ultimi periodi, io completamente massacrata e senza forze.

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Depressolandia e la camicia sciolta

In reparto stanno maschi, in alcune stanze e donne in altre. Ci si osserva a malapena, Gli uomini maniaco ossessivi, nevrotici, psicotici o schizofrenici e le donne depresse, affette da disturbi alimentari, autolesioniste, bipolari. Le diagnosi sono palesi, non ci si nasconde gli uni dalle altre. Le storie degli uomini restano impalpabili. Quelle delle donne più visibili.

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Storie raccolte da una depressa sobria

In reparto, due generazioni diverse, diverse culture a respingere o accogliere e supportare la malattia mentale. Lei ha 65 anni, depressa da molto, sposata, con figli, un marito violento, maniaco del controllo, si è concessa di annunciare ai figli della sua depressione solo quando lui è morto. Prima era sottoposta a umiliazioni da lui e dalla famiglia di lui. Era una vergogna, la sua malattia vista come un’offesa all’onore di una famiglia che si reggeva su un regime patriarcale. Un patriarca non sbaglia, non ha mogli depresse o figli con disagi. Un patriarca nega tutto o te ne addebita la colpa. Tutta colpa sua, di lei, troppo pigra, spenta, fredda, spaventata, inutile, incapace, fallita. Lei ha convissuto con il senso di colpa per decenni, ora ne parla con scioltezza, liberata, con un briciolo di speranza che si legge da un guizzo lucido nello sguardo. Nata in un’epoca di maschilisti retrogradi, di patriarchi che usavano le donne per alimentare il proprio ego o la propria fama. Nata nell’epoca in cui quelle come lei potevano solo finire in manicomio o nascoste, in stanze chiuse, finestre senza fessure, al buio, perché gli altri non dovevano sapere, ne andava dell’onore del padre padrone, di colui che si vergognava della moglie pazza. Da quella donna però si pretendeva che rifacesse i letti, spolverasse, mettesse il cibo in tavola, creasse armonia familiare, cucisse vestiti per i figli, mentre il marito si lamentava di questa donna che lo rendeva infelice, poco affettuosa nei suoi confronti, poco rapida nelle risposte quando lavava i piatti e lui esigeva spiegazioni perché lei non voleva fare sesso. Una depressione non curata diventa cronica e cronicizzata diventa anche la situazione viziata, morbosa e personale di tutta la famiglia. Oltre alle lamentele per lo scarso apporto sessuale della donna c’erano anche le offese: zitta, tu non capisci, sei stupida, non hai il cervello per pensare bene, non capisci niente. Perché uno così riteneva che essere depresse significasse essere idiote.

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Depressolandia, storie e desideri

Piani di recupero. Più contatto con la pelle. Sposto il culo dal divano alla mia stanza per scrivere. Con l’aiuto del mio compagno proverò a mettere il naso fuori dalla porta. Forse per prendere il sole su uno scalino o riuscire a raggiungere il giardino a un paio di centinaia di metri di distanza. Lavare i capelli, quello mi viene difficile, perché se mi piego in avanti sulla doccia temo di scivolare e non saprei come risollevarmi. Mi farò aiutare? Tento di misurare i farmaci per capire quale sia il dosaggio giusto, incontrerò la psichiatra e proverò a ragionare di terapia di coppia con il mio compagno per capire dove stiamo andando e cosa è accaduto nel frattempo.

Nel frattempo sono stati archiviati vari lutti, persone che mancano. di cui non posso parlare, per non indispettire il resto della mia famiglia e perché non mi sento in diritto di farlo. Come se mi fosse negato accesso al dolore perché ho rifiutato la cura per loro negli ultimi tempi. Ciò che mi ha liberata mi ha anche imprigionata. Le famiglie sanno essere crudeli e disfunzionali ma da lì partiamo e lì torniamo. Sola al mondo, con un compagno come unica fonte di affetto. Via lui non so come farei. Il timore di perderlo, il terrore di passar sopra ai miei desideri per tenermelo.

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Anestetizzarsi: come si diventa dipendenti

Penso molto a ciò che mi distrae dal non pensare, ovvero da quello che mi fa paura affrontare, anche se non dovrei provarne per quello che ho narrato e vissuto. Eppure la ricerca di metodi per anestetizzarsi è una parte quasi cosciente della vita di molte persone. C’è chi beve (io per fortuna almeno quello no), c’è chi fuma (nicotina a tratti un decennio sì e uno no e adesso il tabacco impera), c’è chi mangia e si abbuffa (poi vomita, come faccio io e chi soffre di disturbi dell’alimentazione). C’è chi eccede nell’uso di droghe (quelle illegali e quelle legali, tipo i farmaci calmanti che mi vengono prescritti). C’è chi si anestetizza guardando la tv per ore e ore, guardando sui social le vite altrui che scorrono mentre la tua resta salda sul divano. C’è chi affoga le paure nei videogiochi, o con un milione di altri metodi che ti danno l’illusione di muoverti mentre sei ferma.

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Nulla di nuovo sul fronte di depressolandia

Malinconia, voglia di piangere, farmaci o non farmaci la depressione resta. Abbiamo cambiato dosaggi, aggiunte e roba sostituita ma nulla migliora o per lo meno tiro avanti. Ancora non riesco ad uscire e mi capita di cadere per terra, d’un tratto, come se l’equilibrio non esistesse. Scivolo in bagno, in cucina, strapiombo su una scatola, sul materasso, quando va bene, come se non riuscissi più a coordinare i movimenti e le gambe non rispondessero ai miei ordini.

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Figlia di una donna affetta da disturbi alimentari

Lei scrive:

Cara Eretica,

ti ringrazio molto per lo spazio che offri e per le cose di cui parli. Manca però qualcosa. Le conseguenze di certi disturbi riguardano anche chiunque stia attorno alla persona che ne è affetta. Mia madre, anoressica/bulimica, probabilmente senza rendersene conto, mi guardava con repulsione quando mangiavo “troppo”. Mi obbligava a fare passeggiate che compensassero il suo desiderio di controllo sul suo corpo e per estensione anche sul mio. Non voler fare attività fisica e non voler dare importanza al cibo che ingerivo per lei diventava un’offesa, la irritava e mi trattava male. Se è vero che dai figli si pretende che siano il riflesso di sé stessi allora io sono nata per dare a mia madre l’illusione di poter forgiare un’immagine corporea che avrebbe voluto per sé. La mia disobbedienza mi costrinse a riconoscere che lei aveva un problema e non voleva ammetterlo.

Quando cominciò ad affrontarlo e mi chiese scusa per avermi fatta sentire brutta e grassa non migliorò molto la situazione già tesa tra noi. Volevo solo fuggire da lei e non essere oggetto delle sue osservazioni svilenti che mi facevano sentire inutile, imperfetta, improponibile in qualunque contesto. Mi sono portata dentro queste emozioni controverse perché da un lato le volevo molto bene e la capivo perfino e dall’altro pensavo che lei fosse una figura deleteria per me. Sono diventata timida, introversa, con tendenza all’isolamento. Non mi sentivo a mio agio coi miei coetanei e questo mi ha esposto in una relazione con un uomo più grande che mi manipolava. Sono dientata una persona fragile, priva di autostima e solo dopo aver subito una violenza mi sono resa conto che mia madre probabilmente aveva vissuto le stesse cose o quanto meno simili. Era una vittima, lo ero anch’io per effetto delle sue ossessioni sul cibo e la magrezza.

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Dubbi da insonne

La psichiatra ha aggiunto un altro farmaco alla collezione che devo assumere per favorire il mio sonno. Devo tenere un diario nel quale raccontare delle ore in cui dormo e quelle in cui resto sveglia. Poi devo incontrarla e verificare insieme se la terapia funziona. Sono un po’ scoraggiata, perché mi sembra di tornare alle tante situazioni passate, con altri psichiatri, quando il farmaco in più diventava la speranza di poter stare meglio e inevitabilmente, dopo l’assuefazione, bisognava aumentare le dosi, fino al’annichilimento.

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Pagare visite non disdette per fobia da comunicazione: la burocrazia della salute mentale

Il giorno in cui mi resi conto di avere un problema cercai di rintracciare il capo del filo per raggomitolarlo e trarne l’illusione di poter tenere insieme il caos della mia vita. Lessi libri e articoli per tentare di razionalizzare quello che non potevo razionalizzare e alla prima seduta da uno psichiatra, specializzando in disturbi alimentari, andai con una diagnosi, dissi che stavo sprofondando nella depressione e nell’isolamento e che mi era quasi impossibile fare cose che per altri sembravano normali. Chiedere aiuto, rispondere al telefono, recarmi da un medico, andare in farmacia, organizzare una mia eventuale agenda di appuntamenti. Secondo le regole della Regione in cui vivo il reddito del mio compagno (pur se impiegato per la maggior parte nel pagamento dell’affitto e delle bollette) supererebbe di un minimo una certa fascia che non mi consente di pretendere la gratuità degli interventi sanitari e della prescrizione dei farmaci. Perciò per 15 anni ho pagato ticket e farmaci che secondo il ministero non rientravano in quella rete di necessità al punto da stabilirne la disponibilità gratuita per chiunque. La difficoltà di comunicazioni telefoniche e la totale alienazione di certi miei periodi di chiusura in me stessa mi hanno impedito di disdire alcuni appuntamenti e qualche giorno fa la burocrazia mi ha presentato il conto facendomi pagare non solo i ticket delle visite che non ho fatto ma anche le more per il ritardo del pagamento. Questi sono i paradossi che ho dovuto affrontare in questi anni in cui da un lato tentavo di tenere sotto controllo quel che potevo di me stessa e dall’altro venivo punita perché non ero in grado di farlo. 

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Depressione e disturbi alimentari: terapie punitive

In questi giorni non riesco a restare sveglia a lungo, dimentico le cose, perdo il filo logico dei pensieri. Mi sembra tutto sia ovattato. Eppure i farmaci sono gli stessi, dunque il problema risiede altrove. Dove? Col tempo dovrei assuefarmi ai farmaci, non dovrebbero indurmi un sonno maggiore. Ma qualcosa non funziona con il metabolismo e l’alimentazione. Sapete già che non si indagano le cause ma in Italia si promettono soluzioni miracolose agendo sui sintomi. L’anoressica viene munita di sondino nasoesofageo per la nutrizione coatta e alla bulimica si toglie il pane. In quindici anni di consultazioni con vari psichiatri nessuno mi ha fornito risposte esaurienti e per quanto io tentassi di capire e leggere molto sull’argomento non trovavo nulla che fermasse quella pulsione. Quando la psichiatria si arrende, perché è così, ti consegna al chirurgo bariatrico che ti affetta lo stomaco, come nel mio caso, in modo da farti sentire tutte le difficoltà della nutrizione con una striscia minuscola di stomaco, una digestione che non funzionerà mai più come prima, l’obbligo di assumere integratori perché non potrai assimilare certe vitamine, e gastroprotettori ogni giorno perché senza solo il passaggio di un morso di pane procura fastidio e se aggiungo altro anche dolore. I primi tempi sono stati disastrosi e le visite di controllo terminavano con conferme da parte mia del fatto che mangiare mi portava a frequenti rigurgiti, vomito spontaneo. Due cucchiai di pasta e un po’ d’acqua bastano per provocare un intenso bruciore e il rigurgito.

Quindi ho dovuto apprendere, facendo cavia di me stessa, nuovi modi di nutrirmi, distanziando i pasti, non mangiando mai oltre una certa quantità, non bevendo durante i pasti e neppure dopo, posso farlo a distanza di molto tempo. Non risolvendo la causa della pulsione tentavo l’abbuffata con risultati disastrosi. Notti a vomitare l’anima o, in alternativa, dato che non si digerisce come si dovrebbe, a restare incollata al cesso perché come conseguenza arriva l’incontinenza. Un sorso d’acqua e subito al cesso. Cino non digerito bene e diarrea per giorni. Per forza ho perso tipo 40 chili in breve tempo ma ne ho ripresi alcuni quando ho imparato a gestire il corpo amputato e a capire cosa in effetti mi procurava malessere oppure no. Non posso usare lo zucchero bianco o prodotti conditi con zuccheri trattati, il bruciore è insopportabile. Non posso mangiare certe robe farinose, sfoglie pronte o alcuni tipi di pizza e alcuni tipi di pane per via del lievito che gonfia quel morso occludendo lo spazio che serve a far passare il cibo. Frutta con troppi zuccheri diventa indigesta. Non ho mai avuto problemi con l’anguria, ora mangiarla mi provoca la diarrea. Entra ed esce intera. Il metabolismo non funziona. Questo mi appesantisce, non nel senso di chili ma nel senso di effetti come sonnolenza eccessiva o altri sintomi da confusione.

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Figlia di anoressica/bulimica: non mi sono sentita amata

Lei scrive:

Salve, sono la figlia di una donna anoressica e bulimica. Vorrei tentare di spiegarvi cosa ha significato per me sopravvivere alla sua malattia. Sono stata causa dei chili che ha preso quando mi ha partorita e crescendo mentre lei tentava di tenere sotto controllo sé stessa teneva sotto controllo anche la mia alimentazione. Fintanto che sono rimasta longilinea, con un peso che le aggradava e le rinviava il riflesso di quel che lei avrebbe voluto essere non ho avuto problemi. Quando ho cominciato a mangiare autonomamente e mia nonna mi porgeva una merendina, lasciandomi davanti al televisore acceso ad abbuffarmi, mentre mia madre era lavorare, ho iniziato a prendere peso e ho visto negli occhi di mia madre tutto il suo disprezzo.

Dapprincipio non capivo e pensavo che lei non mi volesse bene, leggevo nei suoi occhi la delusione e talvolta l’ho accontentata accompagnandola nelle sue folli maratone per scalare qualche caloria percorrendo chilometri assieme a lei. L’adolescenza invece come tutti sanno è un momento di ribellione e per me quella ribellione è diventata poter ingrassare fottendomene di quello che pensava mia madre e convincendo me stessa che lei non mi amasse e pensando di poter fare a meno del suo amore. La sua vicinanza per me era devastante perché mi ricordava le mie debolezze e dai suoi occhi notavo la repulsione nei miei confronti o almeno così pensavo.

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Fame da morire: disturbi alimentari e info generali

Qualche riflessione sui disturbi alimentari. Non riguarda solo le mie abbuffate, l’immobilità conseguente, la voglia di procrastinare e delegare, l’isolamento, l’incapacità di riprendere il controllo. Non riguarda l’irritabilità, la sonnolenza dovuta a farmaci e al metabolismo messo a dura prova. Ho tentato di darmi delle regole, una sorta di disciplina. Il divano non è più il mio luogo preferito ma mi sposto alla scrivania che mi spinge a leggere e lavorare meglio. La bulimia si compone di una dipendenza patologica da cibo. L’incapacità di autocontrollo rivela scarsa autostima e se l’autocontrollo consuma zuccheri cosi si spiegano le ricadute e la voracità per i medici. Qualcuno dice che nel cervello di una bulimica la dopamina viene consumata troppo alla svelta e ne consegue la ricerca di un piacere effimero che deriva dall’abbuffata.  Sulle persone affette da disturbi alimentari ricade lo stigma da puritanesimo igienista o salutista. Lo stesso che viene citato da chi chiama devianze anoressia e bulimia. È utile sapere che l’immagine del corpo su un preciso peso medio ha origine dalle ricerche delle aziende che facevano assicurazioni sulla vita in America e che hanno imposto a tutti il loro cifrario statistico, incluso peso e forma media del corpo “sano”. Viene meno l’interpretazione soggettiva della nostra immagine, senza contare le differenze di etnia e fisicità nei differenti luoghi del mondo. Il mio culo da afro-siciliana non avrebbe mai ottenuto il patentino di salute “giusta” da un’azienda USA di assicurazioni sulla vita che viene formulata scandendo i criteri di salute di un corpo meritevole di una polizza sulla quale l’azienda investe senza rischiare di dover pagare perché la persona assicurata muore anzitempo.

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Fame da morire: interludio

I disturbi alimentari non sono un capriccio. Quello che succede al corpo è devastante. La mente non accetta il corpo e il corpo finisce per non funzionare al meglio in risposta alle richieste della mente. Dopo anni di digiuno e abbuffate, attività compensatorie esagerate, il corpo è debilitato, come conseguenza di una malattia invalidante tenta di funzionare ma nessuno capisce quanto sia profonda la stanchezza che è impressa nelle ossa e che attraversa la carne e il sangue. Non si tratta di qualcosa di metaforico ma di stanchezza reale, perché un corpo costretto a rallentare e poi a ripartire e ancora a rallentare e ripartire finisce per trovare un equilibrio solo nella stanchezza, nei continui mal di testa, la sensazione di poter avvertire lo scricchiolare delle ossa, sentire il limite dello sfregare della cartilagine col ginocchio, vedere esplodere una ad una le ramificazioni venose attorno a caviglie e cosce. Non accettare il proprio corpo significa farsi male ed è qualcosa che non termina, bisogna solo conviverci. Ho più di 50 anni e ancora non capisco come disinnescare le abbuffate e come evitare di sentirmi in colpa dopo. Come evitare tutto il circolo vizioso che dalla colpa mi porta all’isolamento e alla chiusura e poi ancora alla perdita di controllo per ritrovarlo quando mangio meno. Non è semplice da spiegare come una dipendenza investa così tanto un corpo che esprime una fame da morire, perché ho mangiato tanto da farmi esplodere lo stomaco e il fegato, ho ingurgitato chili di qualunque cosa oscillando tra i 60 e 130 chili.

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Fame da morire: adolescenza

Se nell’infanzia la mia famiglia continuava a insistere affinché il cibo colmasse ogni c’è genere di vuoto, nell’adolescenza la mia ribellione divenne il rifiuto. Giornate intere senza toccare cibo, o mangiando solo una mela, l’ossessiva attenzione al peso indicato sulla bilancia, fino al crollo con abbuffate di qualunque cosa trovavo in giro.  Quello che odiavo erano gli odori emanati dei cibi cotti da mia madre, tentavo di sfuggirgli ma non potevo mancare di sedere a tavola quando c’era mio padre ed era difficile rifiutare il cibo. La questione importante ovviamente non era il cibo ma il fatto di non riuscire ad avere il controllo sulle imposizioni dominanti e violente di mio padre e sui ricatti emotivi di mia madre. Tenere sotto controllo il peso mi dava l’illusione di poter controllare anche il resto. Non era così. In ogni caso ad ogni mia abbuffata seguiva una pratica compensatoria e mi consumavo caviglie e ginocchia saltellando e scalando qualunque cosa per consumare calorie. Non c’era gioia né serenità in questo. Non lo facevo per il piacere di muovermi ma solo perché il mio corpo non era come lo volevo. Pesavo il giusto ma allo specchio mi vedevo sempre grassa e pare che questo sia frequente in chi soffra di disturbi alimentari. Più mi allenavo e più i muscoli crescevano e questo non andava bene perché avrei voluto scomparire, essere longilinea e quindi priva di muscoli. Volevo che si vedessero le ossa e quando riuscivo a toccarle mi sentivo bene. Tutto ciò non era mai ovviamente privo di conseguenze.

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