di Ethan Bonali
Oggi è arrivata una mail di una ragazza lgbt che si pone tra quelli che preferiscono “ci si vada piano con i bambini”. Occorre ribadire, pur restando perplesso che ce ne sia bisogno, che nessuno ha scritto che qualunque bambino con un comportamento nonconforming vada classificato come transgender. La storia che Sara ha condiviso con noi, e che riporto nei punti salienti, è una dimostrazione della necessità di una campagna informativa.
Sara esordisce parlando della sua infanzia di capelli corti, camicie da cowboy, giocattoli da maschietto, vergogna del corpo femminile. “Mi vergognavo del femminile, proprio come un bravo bambino maschio e maschilista”. Esatto! Aveva interiorizzato il disprezzo per la donna tanto da affermare “E quando gli sconosciuti mi scambiavano per maschio ero orgogliosissima”. In molte famiglie, specialmente cattoliche praticanti come quella in cui Sara afferma di essere cresciuta, è normale che le bambine ritengano molto più divertente il ruolo maschile di quello femminile. Infatti la sua avversione, per tutta la mail, si concentra più sui ruoli e l’espressione che sul corpo vero e proprio. Essere scambiata per maschio poteva essere il via libera ad attività desiderate ma impedite dall’educastrazione.
