La Depressione Consapevole, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

La Depressa Consapevole: va tutto bene!

Ieri sera. Sento la voce di qualcuno che mi dice che un membro della mia famiglia non sta bene. Torna la chiamata alle armi per le assunzioni di responsabilità di figlia. Devo dare una mano, l’ho sempre fatto, anzi, l’ho fatto per quel che ho potuto e voluto. Mi sono sentita incastrata altre volte, nel tentativo di risolvere questioni irrisolvibili, frammenti invariati, statici, della vita di altre persone che non possono uscire fuori dalla loro zona sospesa. Mi sono sentita doverosamente chiamata ad adempiere al ruolo che mi è stato assegnato e so che ho perso molto e ho anche guadagnato, ma il martirio non era la mia aspirazione e tutto quel che so è che ora, di fronte alla possibilità che mi ripiombi addosso un concatenarsi degli eventi, sento un ronzio alle orecchie, comincio a ondeggiare, avanti e indietro, in un ritmo cadenzato, e tengo una mano sul ginocchio e un’altra sulla testa arrotolando un ciuffo attorno all’indice. Sto respirando, come se non riuscissi a trovare la fonte del mio respiro. Sto annaspando, mi sento quasi annegare. E’ quello l’inizio di una crisi di panico che ho imparato a riconoscere e di conseguenza dovrei saper combatterlo e impedirlo sul nascere. Inspirare, espirare. Il cuore che produce mille battiti al minuto. Ho l’impressione che possa fermarsi. Mi hanno spiegato che la crisi di panico, a volte, viene scambiata per un infarto. Quello che razionalmente ripeto in testa però non sembra placare l’ansia.

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La Depressa Consapevole: sentirsi reale, percepirsi viva

Quello che altr* dicono quando si parla di Depressione
Quello che altr* dicono quando si parla di Depressione

 

Uno degli errori che compie una persona depressa come me è quello di prendersi per il culo, di celarsi a se stessa, di inventare balle che nascondano la vergogna. Quando si riesce a pronunciare la propria depressione pare che tutto diventi un po’ più semplice. E’ quello che mi dice lo psichiatra. Che male c’è a dirsi depressa, a riconoscere quello che sento, a cominciare ad affrontare la realtà? Si tratta della mia realtà e non di quella che altri mi ricuciono addosso. La realtà è il mio primo nemico. Sentirmi impotente di fronte a problemi che non posso risolvere: sentirmi impreparata, inadeguata, mediocre, povera di spirito e di mezzi, poco in tutto. Questa potrebbe essere la premessa di un salto verso la richiesta di riconoscimento del mio ego ma non è così. Non necessito di qualcuno che mi dica quanto io sia adeguata, capace, intelligente, eccetera.

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Diario di Penelope, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

La difficoltà di partorire se stess*

Porto un nome ingombrante, che mi si addice fin troppo. Cambia lo scopo, rimane quel fervido e costante smantellamento notturno di tutto ciò che si è saputo creare. Sono sempre stata un’auto sabotatrice incredibile, forse per insicurezza, sicuramente per pigrizia. Forse non è il mio vero nome, me lo sono scelto io? È comunque lei, Penelope, quella che da sempre si siede alla luce intima di un abat-jour a smontare filo per filo l’arazzo che io mi sforzavo di tessere con il sole alto.

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La Depressa Consapevole: il cocktail di farmaci

Quando mi tirarono fuori dal torpore post tentativo di suicidio mi hanno prescritto un antidepressivo del tipo Wow. Però quell’antidepressivo, che ti fa sentire come se fossi fatta di una droga che ti fa sparare a raffica una serie infinita di cazzate, con il sorriso stampato sulle labbra, e la demenziale manifestazione di una gestualità a scatti, a me fece venire l’ansia. Troppa eccitazione tutta assieme, troppa serotonina e il panico. Per frenare il respiro a metà, quell’avanzo di respiro che arriva quando il cuore gioca una partita a tennis e tu non hai neppure la possibilità di arbitrarla, mi hanno dato un calmante. Dunque la combinazione era eccitante e ansiolitico. Poi c’era la questione del dormire e allora serviva un addormentante. Ma quest’ultimo mi faceva stare rincoglionita almeno fino all’ora di pranzo, perciò fu necessario mettere in ballo un altro antidepressivo per stabilizzare l’umore e per contrastare il rincoglionimento. Ma anche questo diventò un motivo di ulteriore ansia, senza contare il fatto che cominciavo a perdere fiducia nella terapia perché mi sentivo una cavia. Ma dovevo aver fiducia; d’altro canto con la combinazione di farmaci precedente, ma non per responsabilità dei farmaci o dei medici che me li avevano prescritti, avevo intrapreso il progetto di ingoiare tutto e dormire in eterno. Come fare per rendermi sveglia, ma facendomi dormire, per produrre vitalità, stabilizzando l’umore, e poi mettere in mezzo anche un farmaco vitalicida che mi predisponesse all’indifferenza nei confronti del mondo intero?

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La Depressa Consapevole: l’autolesionismo

Una delle cose che mi tiene impegnata nella mia fase di depressione acuta è l’autolesionismo. Non mi taglio per ricamare la pelle in luoghi non visibili. In realtà mi gratto. Uso il coltello e mi gratto al punto da fare venire via la pelle. Tempo fa lo facevo anche sul viso, alla prima increspatura per la disidratazione, per l’alimentazione scorretta, tagliavo via la pelle secca. Quello che resta è una superficie rosso fuoco che mi consola a guardarla e a sentirne il bruciore. E’ un modo per concentrarmi, per tenere attiva l’attenzione. Guardo la televisione e mi spello come se fossi perennemente ustionata. Poi attendo che nascano le crosticine e taglio pure quelle e mi piace vedere il sangue che cola sulla gamba. Resta una piccola cicatrice, perché non permetto alla crosta di fare il suo lavoro. Sul viso le croste assumono un colore neutro. E’ altra pelle secca che si addensa sull’ampia cicatrice. Fronte, naso, la superficie sotto gli occhi e il mento. Sono le zone che maltratto con le unghie.

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La Depressa Consapevole: l’analfabetismo emotivo

In una delle mie rare uscite scelgo il parrucchiere che dovrà sbrogliarmi i capelli dopo mesi in cui non li ho pettinati. Lunghi, ondulati, dopo un po’ diventano una matassa inestricabile che solo una persona dalla mano leggera può sbrogliare senza farmi male. Il parrucchiere non può mai essere quello della volta prima perché altrimenti dovrei raccontargli la verità. Caro, sono depressa e non pettino o lavo i miei capelli da qualche mese. La scusa si riferisce a condizioni precarie, che mi hanno impedito di prendermi cura del mio aspetto, e mento sul tempo trascorso dall’ultima pettinata. E’ quasi la verità ma di più non so fare. Mi vergogno moltissimo. Allora scelgo un parrucchiere, lui o lei mi pettina, lava i miei capelli, li accorcia e arrivederci alla prossima volta. Inutile dire che non ci sarà una prossima volta. Avevo una parrucchiera fissa, una volta, ma dal momento in cui cominciai a ingrassare non volli più presentarmi nel suo negozio. Mi vergognavo dei chili in più. Rimandavo dicendo a me stessa che avrebbe dovuto vedermi quando sarei tornata com’ero, vale a dire mai.

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“Non sto tanto bene”, o la rivendicazione politica della depressione

di M.

Non dico mai, o quasi mai, “sono depressa”. Non la voglio come etichetta addosso, non la sento come descrittiva della mia identità. Forse sono io, forse sono anche depressa, ma è solo una delle identità che mi attraversano. Piuttosto dico “sto affrontando una leggera depressione”. Che poi leggera e depressione vicine mi fanno abbastanza ridere, ma è quello che ha scritto il medico di base quando gli ho chiesto di mandarmi da uno psichiatra per farmi dare delle medicine. Ha scritto “leggera depressione”, e io lo uso, lo dico, “leggera”, perché mi fa sentire meno peggio: non depressa, “leggermente depressa”.

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La Depressa Consapevole: quando sopravvissi al tentato suicidio

Era mattina. Avevo tentato il suicidio il giorno prima. Non ero ancora pronta per rispondere alle domande dello psichiatra. Passò a guardare la mia faccia, immersa per lo più nel morbido guanciale, con un filo di bava che colava dalla bocca. Poggiò la mano sulla testa, come fosse un prete, e benedisse la mia presunta e ritrovata vitalità. Ebbi soltanto la forza di grugnire e roteare gli occhi. Volevo dire qualcosa ma non venne fuori nulla di comprensibile. I potenziali suicidi ricevono tutti la benedizione del grande capo del reparto. Per darti il benvenuto ti smutandano, ti infilano un catetere, finché non riprendi il controllo della tua vescica e dello sfintere, poi ti mettono in una stanza dove le donne vicine hanno sguardi da matte. Anch’io avevo lo sguardo da matta. Eravamo in un reparto di matte. Chissà perché però la matta del letto vicino è sempre più… avete capito, no?

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La Depressa Consapevole: il diario alimentare

Una delle azioni che devo compiere giornalmente, secondo la psichiatra, è compilare il mio diario alimentare. Un diario alimentare si compone di quel che mangi, alle ore in cui lo mangi, come ti sentivi quando mangi, e dove stai, nel senso di dove sei posizionata seduta, accomodata, quando mangi e cosa fai mentre mangi. Questa cosa serve a capire quali sono le abitudini, i comportamenti che andrebbero cambiati per cambiare i pensieri legati ad essi. Non sono in grado di spiegarvi la terapia cognitivo-comportamentale. Se vi interessa approfondire ovviamente rivolgetevi a chi la pratica con competenza e non vi fidate assolutamente di quel po’ che scrivo io. Vi faccio un esempio, e copio un paio di pagine a caso, complete di cancellazioni e appunti. In corsivo quello che penso ora alla luce di ciò che leggo e ricopio qui:

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La Depressa Consapevole: essere depressa non fa di me un’esperta in depressione!

No, io non ho mai pensato di uccidere mio figlio. Non so dirvi delle altre perché non posso parlare a nome di nessuno. So dirvi solo di me. Con mio figlio piccolo avrei potuto essere giustificata con una diagnosi di depressione post partum, ma quello in realtà, per me, fu un momento in cui mi sentii stranamente energica. Nessun disturbo alimentare, le mie giornate non mi lasciavano tempo per fare niente e per quanto io mi lamentassi mi sentivo così viva. Capivo il perché del continuo borbottare di mia madre e perché però, nonostante tutto, non si fermasse mai. Si sentiva viva anche lei. Se ho avuto un momento di calo, certo che si. Se ho pensato a uccidere mio figlio e a suicidarmi? No. Quando lui cominciò a essere un po’ più indipendente, dato che passava molto tempo con mia suocera, con il mio totale consenso, mi passò in mente il fatto che lui sarebbe stato meglio senza di me. Non solo mio figlio. Questo pensiero mi è passato per la mente molte volte rivolto anche al mio compagno. Starebbe meglio senza di me. Potrebbe rifarsi una vita, con una persona sana, ma quando glielo dico, patetica che non sono altro, in vena di autocommiserazione, mi dice che però lui ama me e non può farci niente.

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La Depressa Consapevole: tutto o niente!

Pochi mesi fa è morta una ragazza che avevo incontrato nel reparto di psichiatria dove mi avevano ricoverato per le prime terapie. Al terzo tentativo di suicidio ce l’ha fatta. Nessuna sorpresa quando mi è arrivato il messaggio di un’altra collega di sventure. Ce lo aspettavamo, e questo è il peggio. Noi che l’abbiamo vista avevamo previsto che lei stava peggiorando, però nessuno ha potuto farci niente. Non puoi intervenire d’autorità per prevenire un tentato suicidio, perché una persona depressa non può essere trattata da reclusa. Perfino noi abbiamo dei diritti e se qualcuno tra le persone che ci circondano tradisce la nostra fiducia, confidando nell’aiuto di qualcuno che potrebbe arrivare per un Tso, quella tale persona non rientrerà più nelle nostre grazie. Un tradimento è un tradimento e non si può avere fiducia in qualcuno che preferisce metterti in catene pur di non vederti morire.

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La Depressa Consapevole: io sono nessuno!

Soffrire di depressione e disturbi alimentari, come raccontavo ieri, porta a diverse non-scelte che mi mettono in situazioni che potrebbero sembrare comiche. Per esempio: i periodi di abbuffata sono quelli in cui non ci sono per nessuno, e quando dico nessuno intendo proprio nessuno. Il mio compagno può al massimo rivolgermi qualche parola, darmi un bacio di sfuggita, soffrendo per il mio sguardo assente che si riattiva soltanto in risposta a qualche provocazione. Il trillo del telefono mi terrorizza. Dire “pronto” è già un modo per accedere all’esterno, perché dalla voce si intuisce tutto. E poi chi mi telefona non si accontenta mica di sentirmi. Vuole anche vedermi, l’invadente. Fastidio, sudore freddo, panico. Se il mio compagno non c’è io non rispondo e poi, nel caso in cui qualcuno si preoccupa, devo ignorare il suono del campanello, il forte bussare alla porta da parte di mia suocera che obbedisce agli ordini del mio compagno: in media ogni paio di giorni, durante la mattina, quando lui è al lavoro, verifica che non mi sia suicidata.

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La Depressa Consapevole: soffro di dipendenza da cibo

Non scrivo da mesi e vorrei in parte aggiornarvi su quello che mi è successo e in parte lascerò che voi comprendiate quello che resta tra le righe. Nella mia vita la differenza tra una giornata e l’altra è scandita dalla luce e il buio, e quando abbasso le tapparelle neanche più da quella. Ho continuato a vedere mio figlio a cadenza mensile, più o meno, quasi come fosse una riedizione del ciclo mestruale mancato durante la gravidanza. Il mio compagno mi ha messo alle strette. Dice che devo provvedere da sola ai miei principali bisogni. Se voglio le medicine devo uscire a prenderle e se voglio cose da mangiare per i miei disturbi alimentari devo andare a fare la spesa. Ed ecco che alcune giornate prendono una piega decisamente comica, se non fosse che io le vivo in modo tragico.

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Stare in compagnia senza logica da clan

Ora che sono grande mi ritrovo a volte a pensare con nostalgia al tempo in cui tutti i parenti erano in casa mia, in festa, con quelle enormi tavolate di fratelli, figli, cognati, nuore, generi, nipoti, divise in due parti. Il tavolo grande era per i grandi e quello piccolo era per i piccoli. Quando ottenni un posto al tavolo dei grandi io mi sentii parecchio lusingata e quel passaggio attraversò un’epoca precisa. I miei parenti emigravano, si allontanavano, le generazioni successive, quelle delle persone come me, non mantennero in vita appuntamenti e tradizioni, intenti a fare l’università, a ricrearsi clima festosi con persone estranee. Così mi trovo ad avere nostalgia di un tempo che dovrò, per mia e vostra sfiga, rivedere in dettaglio. Troppa santità. Troppo ammore, di quello che ti soffoca e invade ogni cellula del tuo corpo. Ché è anche bello in un certo senso, ma vale per il lunedì di pasqua, forse ferragosto, ma quelle come me si vergognavano di stare assieme alla famiglia con la pasta al forno da mangiare al mare. Noi adesso ci portiamo appresso a malapena l’acqua da bere e se restiamo troppo al sole anche un po’ di frutta.

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Pensarsi vittima ed essere violenta. Storia di una ex stalker

“Ti amo”, mi dice lui e se ne va. Esce senza far rumore. Non sbatte la porta, non sbuffa, nessun segno di insofferenza. E’ rassegnato, o almeno questa è l’impressione che mi dà. Gli ho appena detto che non voglio più proseguire. Non voglio più stare con lui. Non so se lo amo, gli voglio bene ma nulla di più. Abbiamo trascorso insieme gli ultimi dieci anni e dopo tante discussioni e un lungo momento di crisi in cui non abbiamo mai fatto l’amore, ciascuno di noi ha maturato una consapevolezza diversa. Lui non ce l’ha fatta a dire la parola fine, io invece si. Non dovrebbe sorprenderlo e uscire di casa comunque non vuol dire che abbia accettato la cosa. Ha lasciato tutto qui, in quella che è stata casa nostra negli ultimi sei anni. Ricordo la cura che abbiamo messo nella scelta dei colori, le belle cose che ci facevano sentire bene, appropriandoci di pavimenti e pareti, infissi e rubinetti. In una sola parola: casa.

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