Ieri sera. Sento la voce di qualcuno che mi dice che un membro della mia famiglia non sta bene. Torna la chiamata alle armi per le assunzioni di responsabilità di figlia. Devo dare una mano, l’ho sempre fatto, anzi, l’ho fatto per quel che ho potuto e voluto. Mi sono sentita incastrata altre volte, nel tentativo di risolvere questioni irrisolvibili, frammenti invariati, statici, della vita di altre persone che non possono uscire fuori dalla loro zona sospesa. Mi sono sentita doverosamente chiamata ad adempiere al ruolo che mi è stato assegnato e so che ho perso molto e ho anche guadagnato, ma il martirio non era la mia aspirazione e tutto quel che so è che ora, di fronte alla possibilità che mi ripiombi addosso un concatenarsi degli eventi, sento un ronzio alle orecchie, comincio a ondeggiare, avanti e indietro, in un ritmo cadenzato, e tengo una mano sul ginocchio e un’altra sulla testa arrotolando un ciuffo attorno all’indice. Sto respirando, come se non riuscissi a trovare la fonte del mio respiro. Sto annaspando, mi sento quasi annegare. E’ quello l’inizio di una crisi di panico che ho imparato a riconoscere e di conseguenza dovrei saper combatterlo e impedirlo sul nascere. Inspirare, espirare. Il cuore che produce mille battiti al minuto. Ho l’impressione che possa fermarsi. Mi hanno spiegato che la crisi di panico, a volte, viene scambiata per un infarto. Quello che razionalmente ripeto in testa però non sembra placare l’ansia.
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