Ieri sera mi sono ubriacata. Con una bottiglia di vino da due euro. Spesi male, direte voi. Spesi bene, secondo me. Mi mancava la sensazione di leggerezza, il non pensare a niente, il confidare su un momento fatto di immotivata ilarità. Capita quando immagini che i piedi non tocchino più terra perché non hai un terreno solido sul quale camminare.
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Tag: Dipendenza
Storia di L.: presto sarò una “senza fissa dimora”
Giorni passati a non comunicare con nessuno, con il terrore di ricevere la posta dei creditori. Altre scadenze, altre minacce. Inutile dire che non ho un soldo e non posso pagare. Non gliene frega niente. Fanno la voce grossa. Interpretano la parte di chi sta dalla parte del giusto. Sarei io la furba, io la mendicante, io la ladra. E queste sono solo alcune tra le offese che si leggono tra le righe. Vendi un rene, fatti prestare soldi dagli usurai, fatti un’assicurazione sulla vita e poi facci il piacere di crepare così noi intaschiamo il premio.
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Il cancro, la droga, lo status sociale
Lei scrive:
Ciao Eretica,
Da tempo seguo la tua pagina ed ammiro fortemente tutto ciò che fate per far si che si possano abbattere gli infiniti muri, fisici ed ideologici che limitano la libertà di ogni essere umano, uomo o donna che sia.
Storia di L.: Condannata a “fine pena mai”
Sono Lorenza, la debitrice “anonima” e ho un’altra storia da raccontarvi. Meglio: vi racconto un altro capitolo della mia storia. Con 5 euro al mese ho tre giga per scrivervi e li uso al meglio che posso. Ho un indirizzo mail usato per lo più per inviare curriculum che tornano inesorabilmente indietro o che restano lì, in attesa, nelle mani di chi custodisce la mia privacy o può farne quel che vuole. Probabilmente mandare i curriculum significa anche offrire una profilazione che i vari siti di ricerca per lavoro vendono a qualcun altro. O forse è solo un caso e dunque la mia casella di posta si riempie di offerte di credito da parte di società usuraie che ritengono sia normale far fare debiti per pagare altri debiti. A volte sono le stesse società di recupero crediti che una volta comprati i pacchetti di debito ti offrono un prestito a tassi da usurai per tenere il cappio ben stretto intorno al collo.
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Storia di una donna in cerca di autonomia economica
Questa storia potrebbe essere quella di ciascuna di voi. A raccontarla è Lorenza. Non è una storia che può esaurirsi in un solo post perché lei vorrebbe mettere nero su bianco la sua esperienza e il suo bilancio personale per cercare di venire a capo di molti intrecci complessi e molte responsabilità, inclusa la sua, e cercare di guardare in fondo alla sua situazione con una spietata analisi che la riguarda e coinvolge un po’ anche tutt* noi. Perciò le dedicheremo una rubrica che si chiamerà “Storia di L.”. Questo è il suo primo post. Buona lettura.
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Sono Lorenza, ho 46 anni, ho un figlio, sono divorziata, disoccupata, non coltivo più interessi e non spero che la mia situazione possa migliorare. Sono ad un punto di svolta della mia vita: affondare o riemergere in un modo o nell’altro, anche se non so ancora come e non ho nessuna prospettiva per riuscirci.
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Storia di un riscatto intimo e personale
Lei scrive:
Sono nata in un paesino in provincia di Venezia. Piccolino, rurale, antico. Così rurale ed antico che lo era anche la mia famiglia. Il nonno a capo della famiglia, le donne in cucina a prendersi cura della casa e soprattutto tanta omertà. Non mi sono mai adeguata, mi stava tutto stretto. Se dovessi scrivere la mia vita senza aggiungere quello che ho scoperto dopo, scriverei per giorni e leggere sarebbe noioso perché si dovrebbe ritornare indietro per interpretare tante parti con la chiave di lettura adeguata. Perciò sarà un misto.
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Ylenia, non fate violenza a una vittima di violenza
Qualcun@ afferma, a proposito di Ylenia e la sua difesa dell’ex fidanzato, che andrebbe usato un Tso. usare un tso per una vittima di violenza è quanto di più violento si possa fare contro di lei. trovo questo genere di commenti paternalisti. non si tratta di giustificare una “scelta” ma di comprendere quali siano le dinamiche delle quali va tenuto conto prima di sganciare qualunque giudizio gratuito. trattare una vittima di violenza come una “malata” è paternalista ed è anche autoritario. non puoi dire che sai quel che è bene per lei perché il percorso di uscita dalla violenza deve essere fatto con lei e non nonostante lei.
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Siamo tutte Jenni Galloni

Lei scrive:
Ciao Eretica,
scrivo questa lettera chiedendo di rimanere anonima.
La “ragazza incinta di 25 anni trovata morta”, quella cui “la madre pubblica la foto choc del cadavere su Facebook” io la conoscevo. Forse lei non si ricordava nemmeno più di me, ho vissuto 7 anni a Bologna ma non vi abito più da quasi 3. Ho conosciuto Jenni che era ancora una bambina, ad una serata tekno in uno dei tanti locali, e ruppi le palle all’entrata perchè facessero entrare lei e il suo ragazzo di allora assieme al loro cucciolo di cane. La rividi poi a molte feste, ci si scambiava un saluto e un sorriso, ma non ci siamo mai conosciute molto.
#26N #NonUnaDiMeno – non verrò alla manifestazione ma vi seguirò da lontano
Cara Eretica,
il 26 novembre non andrò alla manifestazione nazionale contro la violenza di genere perché non posso lasciare mia madre che sta male ed è affidata alle mie cure e in ogni caso non sarei in grado di fare il trasloco del mio corpo per portarlo a roma. è un corpo pesante, il mio, perché ho cicatrici di ferite che ancora non si sanano. sono una ex tossicodipendente e campo con la pensione di mia madre sperando che non muoia perché altrimenti non saprei come fare. io e mia madre siamo costrette a stare insieme anche se non siamo mai andate d’accordo. lei ha bisogno di me e io di lei e quello che viviamo rappresenta un ottimo motivo per partecipare al corteo. ci sarò a distanza, pensando che due donne, io e mia madre, sono costrette alla precarietà, alla dipendenza economica e alla cura anche se vorrebbero essere lontane a vivere altre esperienze.
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La depressione non è una scelta. Semplicemente capita!
La depressione secondo me che sto ad una tappa fatta di maggiore consapevolezza e forse più coraggio. Di quando in quando mi permetto di abbuffarmi perché sono una mangiatrice compulsiva, per quanto non avrei ragioni di saldare la mia psiche ansiosa con un cibo anestetizzante, ma lentamente riemergo dal buio, aiutata da persone che non mi hanno fatto sprofondare nell’oblio. Sono rimasta in purgatorio per molto tempo, in quella fase che non è fatta di nulla, è vuota, senza confine, con un ampio margine di inutilità ad ogni direzione conquistata. Di qua o di là, è sempre uguale, intorno non c’è niente, o vai col buio o ti accontenti di un grigio che è come un sacco in testa che limita il tuo respiro a pochi grammi di ossigeno.
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Non sarò più complice
Lei scrive:
Cara Eretica,
ti scrivo per condividere questa mia esperienza di violenza psicologica in una relazione, troncata prima che gli effetti fossero devastanti.
Sentire la mancanza del compagno violento
No, non ho detto niente, continuo a ripetere al mio compagno, che mi guarda con disprezzo perché pensa che ho tradito la sua fiducia rivelando dettagli spiacevoli sulla nostra vita comune. La colpa di aver rotto un patto tra vittima e carnefice, patto stabilito con ricatti psicologici, alimentando il senso di colpa, come se dopo aver rivelato tutto non ci fosse più alcuna via di scampo. Senza ritorno. Non si può stare insieme.
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Violenza psicologica e dipendenza nella mia relazione
Lei scrive:
Cara Eretica, ti scrivo dopo aver letto il post della ragazza vittima di violenza psicologica da parte del suo compagno.
Nella mia storia gli episodi di violenza psicologica si sono susseguiti nell’arco di un lungo tempo, con l’unica differenza che allo stesso tempo io e lui siamo stati, reciprocamente, vittime e carnefici. Continua a leggere “Violenza psicologica e dipendenza nella mia relazione”
Diario di una (non) anoressica
Lei scrive:
[02-06-2016] – È da tanto che penso di scrivere questa pagina di diario, ma da sempre rimando.
Mi chiamo….no, non mi chiamo, il mio nome non ha importanza, potrei essere chiunque, la tua amata sorellina, la tua timida vicina di casa, la stronza che ti isola a scuola, l’insopportabile secchiona, la strafiga che invidi il sabato in discoteca. Ho quasi 17 anni, i miei genitori sono separati, vivo con mia madre e il suo compagno.
La Depressa Consapevole: lo stigma e la discriminazione
E’ incredibile come il dolore trovi spazio perfino nella apparente patina di indifferenza costruita con i farmaci. Arriva tutto assieme, in un pianto incontrollato, e non si ferma, non mi lascia neppure il tempo per respirare. Difficile spiegare come il tempo di assenza sia dovuto ad un distacco non cercato, per non lasciarsi sopraffare dal dolore. Difficile spiegare che il dolore è tanto e tale da indurre il terrore perfino quando dovresti solo rispondere al telefono. Difficile spiegarlo a chi con superficialità relega la depressione all’angolo in cui l’ignoranza la lascia definire con uno stigma negativo, quello di pazza, quello di malata, detto da chi usa questi termini per screditarti, delegittimarti, insultarti, detto da chi, possibilmente, vanta una onorata carriera di filantropo o di missionaria, tanto pietosa per se stessa e totalmente analfabeta per quello che ti riguarda, gente che pensa di essere empatica e poi apostrofa con un “curati!” te che hai semplicemente espresso un’opinione.
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