Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

La “troiarchia”: il sex work ha un problema di classe

Illustrazione di Chloe Scheffe

 

Link al testo originale: Sex Work Has A Class Problem, di Emily Smith, scrittrice e attivista, per BuzzFeed. Tradotto da Luana e Cri del gruppo di lavoro di Abbatto i Muri.

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Nel mio lavoro di escort, ho avuto modo di constatare che lo stigma e la disuguaglianza alla base della troiarchia dell’industria creano un sistema che ostacola chi gode di meno privilegi.   

Ero una bambina povera e sono cresciuta a Sarasota, una città della Florida piena di milionari. Ho visto la villa sulla spiaggia di Stephen King, ho visto Jerry Springer al cinema con sua moglie. Io, invece, ero figlia di una madre single che mi ha avuta da adolescente e che mi ha cresciuta a cibo in scatola e film noleggiati in biblioteca. Nel nostro bilocale in periferia, ho guardato My Fair Lady così tante volte che ho rovinato la videocassetta. Continua a leggere “La “troiarchia”: il sex work ha un problema di classe”

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Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Io, il mio cybercorpo, la mia salute, la precarietà e le parole di lotta

Due parole su come sto. In balia di terapie e analisi. Tra corsie ospedaliere e chiacchiere sui problemi sindacali delle infermiere. Qualche scazzo con il tal medico tronfio che si atteggia a semi-Dio. Risate con le altre pazienti che condividono il mio stesso percorso. Domande sul costo proibitivo di certe analisi e di certi farmaci prescritti ma che puoi avere solo a pagamento. Svenarsi economicamente per la propria salute è un fatto grave. Svenarsi per sopravvivere. Ed è la faccenda che distingue le precarie squattrinate come me da pazienti che arrivano in reparto perché già clienti fisse paganti e in privato del primario di reparto. Ci sono tempi diversi, atteggiamenti diversi e nella nostra sanità che dovrebbe essere pubblica ma è sempre più privata la differenza tra la vita e la morte la fanno i soldi. Il problema della differenza di classe si ripercuote in questi contesti e ci fa precipitare tutti nel vuoto. Trascinate via da una slavina discriminatrice che lascia integre le persone che sono saldamente attaccate al palo della propria economia “sana” e tira giù tutte le persone come me che non possono dire no.

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La posta di Eretica, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Lo stigma sulla “tossica” e la sua povertà sono altre cause della sua morte

Lei scrive:

Cara eretica, ho compiuto ventuno anni da poco. Quando avevo sedici anni ero una tossica e frequentavo “brutti” ambienti”. A me poteva accadere quello che è successo ad altre ragazze. Sono stata fortunata e non mi sento diversa dalle ragazze che vengono giudicate male, sempre che chi le stupri o le uccida non sia uno straniero. In quel caso il cattivo giudizio si trasforma in una beatificazione della vittima perché se la vittima non è beatificata allora il “nero” di passaggio non può essere colui sul quale si sfoga tutto l’odio di chi sa solo odiare.

Quello che io vorrei fosse chiaro è che in certe situazioni non è l’ambiente ad essere brutto ma brutta è l’indifferenza di una società che ti getta in un angolo, che ti tratta come immondizia perché si pensa che se ti droghi sia totalmente colpa tua. Ho visto tante persone drogarsi di nascosto. Figli di papà cocainomani, padri di famiglia che sniffavano eroina, donne eleganti che si facevano di tutto e di più. Quello che voglio dire è che la differenza tra me e loro erano i soldi. Se io avessi avuto i loro soldi non avrei corso certi rischi. Avrei potuto drogarmi in un salotto firmato senza rischiare niente. A meno che non ti fai un’overdose perché vuoi crepare.

I ricchi arrivano nelle periferie solo per comprare e a volte non fanno neanche quello perché hanno l’amico ricco che si fa più ricco vendendo droghe. Quello che ci separa è la classe di appartenenza. Nessuno ha pensato al perché alcune vittime si trovassero in certi ambienti. Nessuno ha analizzato il perché del fatto che i drogati si nascondono. Se non hai un posto dove andare o se non hai il papino che ti paga l’appartamento in centro non hai molta scelta. Se ci sono i fascisti che continuano a criminalizzare il tossico come categoria rognosa della società, al punto da riempire le galere di poveri, per lo più immigrati, solo perché in possesso di un paio di canne di hashish, quel tossico viene disumanizzato.

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Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, Precarietà, R-Esistenze, Violenza

Neocolonialismo, pornoindignazione e sedativi sociali

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Questa settimana avete avuto la vostra dose di pornomostruosità per pornoindignazione. C’è da soddisfare per un mese anche i pruriti delle forcaiole neocolonialiste che concludono che i patriarcati altrove e le culture di violenza sessista dipendano sempre da fattori etnici e non di tipo culturale. Perciò correte tutte a mettere un like per “salvare” le ragazze che nel mondo vengono offese, umiliate, stuprate e uccise. Ci sono alcune, poi, che dicono: vedete? eccola la dimostrazione del fatto che le donne sono vittime di brutalità atroci perché l’uomo, in quanto uomo, è cattivo. Si dice questo senza che si analizzino le cause e le fonti culturali, chiunque sia a veicolarle, o senza che si ragioni sulla prevenzione, che si provi ad arrivare a conclusioni di buon senso.

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Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

#Zanardo: chi non la pensa come lei odia le “ragazzine”?

Non mi interessa stabilire quanto e come il lavoro di Lorella Zanardo sia efficace nelle scuole. Lei è portatrice di una sua precisa idea di interpretazione del linguaggio dei media a proposito dei corpi delle donne e ha tutto il diritto di fare, dire, pensare, quello che vuole. Non condivido gran parte delle cose che scrive, se non l’idea di base che spiega di media che raccontano una immagine femminile sempre e solo funzionale ad un certo target sessista, ma una cosa è lo studio di un linguaggio comunicativo e un’altra è invece la maniera in cui poi da quell’idea viene fuori una pretesa evangelizzazione delle ragazzine. Trovo perciò maternalista il tono dell’ultimo post della Zanardo, perché mi pare ricalchi molto quello di Concita De Gregorio nelle sue ultime prove a proposito delle babysquillo e perchè, come purtroppo spesso viene fuori dagli scritti di questo tipo, le ragazze ne escono fuori tutte simili, con eguali esigenze e tutte bisognose di una grande madre che le guidi nella direzione giusta: di qua la maniera errata di mostrare il corpo e di là – ecco, sentite – vi spiego io qual è l’unico modo per essere nude e liberate. In questo senso mi pare che non ci siano “donne che odiano le ragazzine” – e già definirle ragazzine, quindi minorenni, da tutelare e proteggere, ergendosi ad unica protettrice della loro fragile identità, diventa una cosa che mette in chiaro quali siano i ruoli – mi pare invece che ci siano donne che auspicherebbero, come altre volte ho letto, che “giovani attiviste crescono“, dunque ragazze consapevoli e impegnate a puntare l’indignatissimo dito contro questa o quell’altra trasmissione televisiva, non già per costruire qualcosa di alternativo e diverso ma per continuare in una critica, moralizzazione, che finisce per rendere il femminismo un campo di battaglia. Lì è la semplificazione atroce, frutto di anni di cultura che finisce per essere, certo, moralista, in una lotta ideologica che pretende di partire dai bisogni delle “ragazzine” per poi vedere schierate, in campi contrapposti, le titolari dell’impegno a tutela del corpo delle donne e quelle che invece lo consegnerebbero ai maschilisti e al patriarcato.

Forse che parlare di corpi delle donne in un modo diverso e con altri toni, meno maternalisti, significa odiare le donne o addirittura le ragazzine? E non è questo forse il modo di polarizzare uno scontro, giusto a partire da chi usa toni di questo tipo liquidando le critiche come fossero banale frutto della macchinazione del nemico? Esisterebbero perciò le salvatrici con vocazione terapeutica per queste fanciulle dai corpi esposti e poi le altre, quelle che le guiderebbero verso una cattiva strada? Vi spiego cos’è una idea diversa del fare femminismo, che non sia un eterno ribadire che all’estero sarebbero tanto più civili di noi, perché anche noi leggiamo l’inglese e quello che troviamo è che c’è un femminismo mainstream, appunto, che recita lo stesso verbo utile alla vittimizzazione delle donne ma poi ce ne sono mille altri che raccontano cose completamente diverse. Sono, per esempio, femminismi che hanno ben chiara una idea dell’attivismo femminista che non necessariamente produce video, poi libri, seminari, in una perfetta idea manageriale e americaneggiante della diffusione di un pensiero che diventa la ricetta giusta con i dieci passi per vivere felici.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, Precarietà, R-Esistenze

Non basta essere donne per avere coscienza di genere e di classe!

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Grandi polemiche e seguito di commenti indignati a proposito del mio ultimo post su Il Fatto Quotidiano. Essere donne non ci fa migliori, dico io, e qualcuno invece pensa sia più utile “stabilire un’appartenenza di genere a discapito della considerazione dei meriti individuali, delle idee personali“. “Siamo stufe di doverci compattare solo perché apparteniamo a un genere, e non per le idee che portiamo avanti” – afferma Lea Melandri in un pezzo in cui racconta come le quote rosa “ci rimandino indietro, ancora una volta.”

Nancy Fraser sostiene che esista un femminismo borghese divenuto, nel tempo, “ancella del neoliberismo“. Altre affermano come la questione della “violenza domestica” sia diventata il pretesto per sdoganare neoliberismo e propositi reazionari. La spinta di questi ultimi anni è stata quella di perseguire l’unità tra donne perché aventi un utero e non perché avessero coscienza di genere. Una donna pessima, razzista, omofoba, antiabortista, classista, è sempre meglio di un uomo pessimo, alcun* affermano, perché pare che basti essere donne per avere in se’ la giusta dose di buone intenzioni che viene attribuita di default alla categoria oppressa.

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Precarietà, Questa Donna No, R-Esistenze, Storie, Welfare

Asimmetrie

Due donne. Vicine di casa.

La prima: ha casa di proprietà, famiglia, due figli, lavoro stabile ottenuto grazie a conoscenze di papà, un titolo di studio, un coniuge che ha ereditato l’attività di famiglia, assieme a un paio di proprietà, vestono casual ma con capi di abbigliamento costosi, votano centro/sinistra e sono tanto solidali con la colf migrante che arriva a casa loro a fare le faccende e badare ai piccoli.

La seconda: sta in affitto, a rischio di sfratto. Non ha un lavoro stabile e anche i lavori precari oramai scarseggiano. Mantiene un figlio grazie all’aiuto dei suoi genitori che comunque non se la passano neppure tanto bene. Ha un compagno, operaio, costretto a fare orario ridotto perché altrimenti lo licenziano. Vestono con quello che trovano, non hanno la colf, a pensarci bene in questo momento non hanno proprio niente. Anche l’automobile s’è rotta e lui per lavorare deve prendere tre mezzi pubblici partendo all’alba. Non votano più da tanto tempo. Per loro i politici sono tutti uguali e ogni tanto vorrebbero anche avere il diritto di arrabbiarsi.

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