Continua il dialogo con Nadia Somma, Presidente del Centro Antiviolenza Demetra, perché, come per qualunque persona, spazio, riferimento, al di là di ogni possibile demonizzazione, se vuoi conoscere qualcosa è bene cercare risposte a partire da chi te le può dare. Nadia non è tenuta a rispondere alle mie domande ma la ringrazio per la sua disponibilità e per la maniera pacata e paziente in cui mi spiega, senza pregiudizio alcuno, quali sono le difficoltà che incontra. Vi auguro buona lettura e, ancora, se avete qualche domanda, dubbio, commentate e chiedete.
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Cara Eretica,
mi hai chiesto se rispondo alle domande di alcuni lettori o lettrici del tuo blog, su come ci comportiamo con le “calunniatrici” ovvero con donne che accusano falsamente uomini di violenza familiare. Mi scrivi della loro convinzione che nei centri antiviolenza si istighino le donne a fare false denunce nei confronti di uomini. Ti ringrazio per lo spazio che mi offri sul tuo blog ma temo che sia impossibile sollevarsi dalla logica del sospetto.
Hanno mai potuto streghe e stregoni difendersi dalle accuse di magia nera? Potevano solo confessare e pentirsi mentre salivano sul patibolo.
Chi pensa che nei centri antiviolenza si fabbrichino false accuse, ha bisogno di crederci. E molto provocatoriamente rispondo: se questo è il vostro bisogno… credeteci!
Tu invece mi hai domandato se ho incontrato donne che mentivano sulle violenze. Si. Quante? Una quindicina in vent’anni; di loro 7/8 con disturbi psicologici gravi, ovvero avevano deliri persecutori e paranoici. Situazioni difficili perché in quei casi l’obiettivo è indirizzarle in luoghi dove possano essere seguite adeguatamente. Altre pensavano di ottenere un qualche vantaggio rivolgendosi ad un centro antiviolenza. Ma non si può simulare la sofferenza, tantomeno si può simulare una storia di maltrattamenti. Quando ho cominciato ad avere dubbi ho semplicemente detto: “Non mi convince quello che mi stai raccontando” spiegando perché non credevo alle loro parole.
Che cosa è avvenuto in questo caso? Fine del percorso con alcune che non sono più venute agli incontri, e apertura con altre per una relazione di aiuto creata sull’autenticità con una riflessione sui motivi che le avevano spinte a mentire.
Ma i problemi sono ben altri. Sono quotidiani e sono fatti della fatica di creare buoni rapporti di collaborazione con le istituzioni. Il problema è aiutare le tante donne che chiedono aiuto e non sono credute o sono ignorate. Il problema è la carenza di risposte adeguate. Non mancano solo i luoghi dove le donne possano abitare per sottrarsi alle violenze e progetti che sostengano la loro autonomia. Spesso manca la umanità nelle risposte. Le storie personali, le convinzioni, i pregiudizi, la cultura, e la formazione inadeguata di chi può incontrare storie di violenza remano contro l’accoglimento della richiesta di aiuto. Non bastano formazioni teoriche, chi lavora con persone in difficoltà dovrebbe fare esperienza dei propri limiti e delle proprie risorse. Conoscendo se stesso o se stessa. Che persona sono? Mi faccio condizionare dalle apparenze? Ho pregiudizi? O sono capace di ascoltare, osservare, tollerare la sofferenza? Molte volte respingiamo chi chiede aiuto perché non sopportiamo il peso del dolore che ci viene consegnato. Accade anche alle operatrici dei centri. In quel caso durante le riunioni per la supervisione si affronta il problema. Siamo sempre attente a cosa ci accade, il rischio di burn out, di stanchezza deve essere monitorato.
Concludo riprendendo il discorso delle diffidenze o dei sospetti. Ho dato in più di una occasione la mia disponibilità ad incontrare quegli uomini e quelle donne pieni di diffidenza nei confronti dei centri antiviolenza. L’estate del 2012 abbiamo anche realizzato l’iniziativa Porte Aperte nei centri antiviolenza. I centri D.i.Re sono stati aperti dal mattino fino a notte inoltrata. Chiunque poteva incontrare le operatrici e fare domande. Mi sono detta: ok. Va bene, c’è l’iniziativa Porte Aperte, ne vogliamo parlare? Non s’è fatto vivo nessuno.
Aveva ragione Mario de Maglie quando scriveva che le persone che hanno necessità di avere un nemico non vogliono conoscerlo, perché hanno paura di incontrare una persona in carne ed ossa come loro e non il frutto della loro immaginazione e che serve la mantenere le convinzioni e pregiudizi.
Penso che coloro che avevo invitato non siano venuti per questo. Sapevano che non ci sarebbero stati spettri ad aprire la porta.
Nadia Somma
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