Sto sprofondando, lo sento, non riesco ad essere lucida, mi manca la scintilla, quel brillare che mi spinge a inventare storie in cui ciascuna possa ritrovare un pezzo di sé stessa. Non voglio tornare al mio lento pensare, non voglio tornare ad essere una figura ombra su un divano. Cerco di reagire ma il peso è imperioso, furioso, incrollabile nella tendenza a farmi scivolare verso il basso. L’umore non si assottiglia, non è mai leggero, il peso è consistente, mi pressa sul torace come se qualcuno rimanesse seduto sulle mie costole in ogni momento. Respiro a metà, senza ossigeno sufficiente cerco di riattivarmi ma non funziona. Non trovo la spinta, non so come fare, non so cosa fare. La psichiatra dice che i farmaci sono giusti, mi affido agli stessi, dunque cosa non va? Perché sto ritornando a sentire quel disagio molle, liquido, che mi attraversa come se sostituisse goccia dopo goccia il mio sangue?
Mi tremano le mani, non posso raggirare il mio stato nervoso, insiste, mi opprime. L’umore stabilmente oscuro, senza lasciarmi pensare ai momenti in cui tentavo il suicidio ma se non vedo una via d’uscita, se torno a formare la figura stanca senza capacità di inventare e scrivere, senza percepire la frase letta più volte, cosa dovrò fare. Come posso aggiustare le cose. La pesantezza mi rende incapace di alzare la testa o di dare spiegazioni a domande semplici. Non riesco a consolarmi o a confortare. Non posso fuggire e l’oppressione ritorna. Tutta l’elaborazione trascritta, il racconto delle esperienze passate, la sensazione iniziale di euforia per aver immaginato di poter vedere un raggio di sole. Oggi immagino una eclissi perpetua, il corpo non muove nelle direzioni che ordino, provo fatica a schiacciare un tasto dopo l’altro, per tentare di liberarmi e capire, come faccio sempre. Scrivere per fare emergere l’origine di un disagio, individuarlo, annientarlo, affrontarlo. Quel che sento è un flusso di legacci che mi tengono sospesa senza permettermi di scivolare e poter camminare con le mie gambe.
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