Personale/Politico, Salute Mentale

Agorafobia e burocrazie

Mi hanno concesso qualche mese di invalidità ma mi hanno sospeso la patente. Per riaverla dovrei uscire, telefonare, organizzare. Tutto è lontano e solo guardare info sul web mi fa venire il panico. Posso inoltrare qualcosa se ho la firma digitale ma per averla devo fare lo spid alle poste e mi gira la testa, comincio a sudare freddo e infine si appanna la vista. Se non ho nessuno che mi aiuti non so come fare ma non vorrei sempre delegare e non posso farlo.

Dipendo, da qualcuno, da leggi complicate, dalle mie paure irrazionali. Se devo affrontare qualcosa di burocratico vado in paranoia. Ancora sudore freddo, capogiri, vista appannata.

Per andare dalla psichiatra mi serve la macchina, quindi qualcuno che mi accompagni e poi ricomincia la procedura per chiedere il riesame di invalidità. Andare al disbrigo pratiche, fissare appuntamenti, poi attendere convocazione, tornare con certificati medici. Se non avessi nessuno a darmi una mano potrei annegare nel panico.

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Depressolandia e la camicia sciolta

In reparto stanno maschi, in alcune stanze e donne in altre. Ci si osserva a malapena, Gli uomini maniaco ossessivi, nevrotici, psicotici o schizofrenici e le donne depresse, affette da disturbi alimentari, autolesioniste, bipolari. Le diagnosi sono palesi, non ci si nasconde gli uni dalle altre. Le storie degli uomini restano impalpabili. Quelle delle donne più visibili.

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Storie raccolte da una depressa sobria

In reparto, due generazioni diverse, diverse culture a respingere o accogliere e supportare la malattia mentale. Lei ha 65 anni, depressa da molto, sposata, con figli, un marito violento, maniaco del controllo, si è concessa di annunciare ai figli della sua depressione solo quando lui è morto. Prima era sottoposta a umiliazioni da lui e dalla famiglia di lui. Era una vergogna, la sua malattia vista come un’offesa all’onore di una famiglia che si reggeva su un regime patriarcale. Un patriarca non sbaglia, non ha mogli depresse o figli con disagi. Un patriarca nega tutto o te ne addebita la colpa. Tutta colpa sua, di lei, troppo pigra, spenta, fredda, spaventata, inutile, incapace, fallita. Lei ha convissuto con il senso di colpa per decenni, ora ne parla con scioltezza, liberata, con un briciolo di speranza che si legge da un guizzo lucido nello sguardo. Nata in un’epoca di maschilisti retrogradi, di patriarchi che usavano le donne per alimentare il proprio ego o la propria fama. Nata nell’epoca in cui quelle come lei potevano solo finire in manicomio o nascoste, in stanze chiuse, finestre senza fessure, al buio, perché gli altri non dovevano sapere, ne andava dell’onore del padre padrone, di colui che si vergognava della moglie pazza. Da quella donna però si pretendeva che rifacesse i letti, spolverasse, mettesse il cibo in tavola, creasse armonia familiare, cucisse vestiti per i figli, mentre il marito si lamentava di questa donna che lo rendeva infelice, poco affettuosa nei suoi confronti, poco rapida nelle risposte quando lavava i piatti e lui esigeva spiegazioni perché lei non voleva fare sesso. Una depressione non curata diventa cronica e cronicizzata diventa anche la situazione viziata, morbosa e personale di tutta la famiglia. Oltre alle lamentele per lo scarso apporto sessuale della donna c’erano anche le offese: zitta, tu non capisci, sei stupida, non hai il cervello per pensare bene, non capisci niente. Perché uno così riteneva che essere depresse significasse essere idiote.

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Depressolandia: la bellezza di uno shampoo

Infine sono riuscita a farlo, con l’assistenza del mio compagno che mi ha permesso di non perdere l’equilibrio. Ieri avevo osato cibarmi di qualcosa che mi piace ma ho vomitato. Una cosa per volta, un passo alla volta. Domani forse mi raggiungerà un po’ di sole alla finestra della mia stanza.

Non so se si tratta di temi per un blog ma è lo svolgimento del mio tentativo di risollevarmi e sono un po’ contenta perché profumo di buono

Un abbraccio

Eretica Antonella

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Depressolandia, storie e desideri

Piani di recupero. Più contatto con la pelle. Sposto il culo dal divano alla mia stanza per scrivere. Con l’aiuto del mio compagno proverò a mettere il naso fuori dalla porta. Forse per prendere il sole su uno scalino o riuscire a raggiungere il giardino a un paio di centinaia di metri di distanza. Lavare i capelli, quello mi viene difficile, perché se mi piego in avanti sulla doccia temo di scivolare e non saprei come risollevarmi. Mi farò aiutare? Tento di misurare i farmaci per capire quale sia il dosaggio giusto, incontrerò la psichiatra e proverò a ragionare di terapia di coppia con il mio compagno per capire dove stiamo andando e cosa è accaduto nel frattempo.

Nel frattempo sono stati archiviati vari lutti, persone che mancano. di cui non posso parlare, per non indispettire il resto della mia famiglia e perché non mi sento in diritto di farlo. Come se mi fosse negato accesso al dolore perché ho rifiutato la cura per loro negli ultimi tempi. Ciò che mi ha liberata mi ha anche imprigionata. Le famiglie sanno essere crudeli e disfunzionali ma da lì partiamo e lì torniamo. Sola al mondo, con un compagno come unica fonte di affetto. Via lui non so come farei. Il timore di perderlo, il terrore di passar sopra ai miei desideri per tenermelo.

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Anestetizzarsi: come si diventa dipendenti

Penso molto a ciò che mi distrae dal non pensare, ovvero da quello che mi fa paura affrontare, anche se non dovrei provarne per quello che ho narrato e vissuto. Eppure la ricerca di metodi per anestetizzarsi è una parte quasi cosciente della vita di molte persone. C’è chi beve (io per fortuna almeno quello no), c’è chi fuma (nicotina a tratti un decennio sì e uno no e adesso il tabacco impera), c’è chi mangia e si abbuffa (poi vomita, come faccio io e chi soffre di disturbi dell’alimentazione). C’è chi eccede nell’uso di droghe (quelle illegali e quelle legali, tipo i farmaci calmanti che mi vengono prescritti). C’è chi si anestetizza guardando la tv per ore e ore, guardando sui social le vite altrui che scorrono mentre la tua resta salda sul divano. C’è chi affoga le paure nei videogiochi, o con un milione di altri metodi che ti danno l’illusione di muoverti mentre sei ferma.

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Nulla di nuovo sul fronte di depressolandia

Malinconia, voglia di piangere, farmaci o non farmaci la depressione resta. Abbiamo cambiato dosaggi, aggiunte e roba sostituita ma nulla migliora o per lo meno tiro avanti. Ancora non riesco ad uscire e mi capita di cadere per terra, d’un tratto, come se l’equilibrio non esistesse. Scivolo in bagno, in cucina, strapiombo su una scatola, sul materasso, quando va bene, come se non riuscissi più a coordinare i movimenti e le gambe non rispondessero ai miei ordini.

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Patente sospesa e pregiudizi su malattie mentali

la discussione inizia qui

lamentavo il fatto di aver ricevuto minaccia di sospensione e invito al riesame solo ora che ho ottenuto il 75 % di invalidità dall’inps. la maggior parte dei commenti mi hanno realmente fanno pensare che se si potesse si richiederebbe la sospensione dei diritti alle persone come me. Volete toglierci anche il diritto di voto? forse potreste affidarci alla tutela di patriarchi come si faceva una volta?
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Posseduta da un diavolo laico

Mio padre soffriva di paranoia, ansia, cambiamenti d’umore repentini e attacchi di una violenza incontrollata che ho sperimentato sulla mia pelle. Suscitava terrore sentirlo tornare a casa e poi non gioiva ad essere contraddetto. Lui era l’autorità massima, il patriarca, senza dimestichezza reale col ruolo, con una schizofrenia di base che lo lasciava a mugolare quando non trovava il pranzo in tavola e a urlare e lanciare oggetti quando la famiglia dimostrava coi respiri la propria esistenza. Mia madre gli dava quella che si chiamava Valeriana, una sostanza vegetale per calmarlo, salvo poi giustificarlo per qualunque azione aggressiva e sessista contro i figli.

La prima femmina di casa era malata, non donna fatta e finita, senza aver avuto accesso al menarca per la sua anemia. L’unica figlia che visse il passaggio dall’infanzia all’adolescenza fui io, non senza traumi e ritorsioni. Quella femminilità sbocciata doveva subire mortificazioni, affinché fosse assoggettata al volere paterno. Se nell’infanzia tentavo di compiacere come potevo quel padre padrone, ascoltando mia madre che mi attribuiva ogni colpa per i suoi, di lui, scatti d’ira, nell’adolescenza mi ritrovai a tracciare un percorso nuovo. Ero la prima, in assoluto. Mia sorella era sempre stata in ospedale o a medicarsi e a studiare. Per mio padre non era neppure una donna. Era la malata, la croce nefasta di cui portare il peso. Poi c’ero io, apparentemente sana, tristemente introspettiva, dedita a letture e scrittura, in cerca di angoli di pace che mi salvassero dalle urla paterne e dalle moine educative materne.

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Gli effetti delle droghe legali

La biografia di Philip K Dick scritta da Emmanuel Carrére precisa come lo scrittore di fantascienza fosse un tossico che alternava calmanti e sonniferi e anfetamine. Per dormire e poi per restare sveglio e portare avanti il suo ritmo di lavoro, di scrittura instancabile per cui lo conosciamo dopo aver letto tantissimi suoi racconti. Non era l’unico. Tanti scrittori hanno fatto uso di droghe e tanti erano pazienti pschiatrici e tutti concordano nel dire che quel che è legale è droga, pur se non venduta dalla criminalità organizzata. Diverso è per i mercati in cui la sanità non è gratuita per cui certi farmaci si procurano anche sottobanco, come spaccio, sebbene si tratti di benzodiazepine.

Da noi non va bene parlare di marijuana, che pure calma e fa ridere, perché hanno deciso sia più dannosa di altri farmaci che io ho ingerito per quindici anni. Calmanti, ansiolitici, stabilizzatori dell’umore, roba per dormire, per stare sveglia, per connettere e regolare ritmi irregolari. Ho provato, con calma a fare senza ma quel che succede non mi è mai successo quando mi facevo le canne di marija. Prurito dappertutto, bruciori sparsi, malesseri tremendi, insonnia costante, cervello che brucia, panico incontrollato, perché quel che i farmaci non insegnano è la resilienza. Dunque non puoi farne a meno, si diventa dipendenti. Ti chiedi se ne hai abbastanza per finire il mese, ti preoccupi di quante pillole restano, poi ti chiedi a cosa serva esere dipendenti da farmaci che ti rincoglioniscono o ti fanno restare vigile come una molla. Di fatto il problema non viene affrontato se non in termini totalmente antipsichiatrici e va da sé che non è così che si può spingere un malato mentale a stare meglio.

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Conflitti atavici di famiglia

Se madre e padre e sorella mi hanno targata come pecora nera, disertrice dei ruoli di cura e sfuggita all’abbraccio morboso e mortale del rapporto che univa tutti attorno alla tirannia del male di mia sorella, a mio fratello è toccata la parte del tutore della madre addolorata, martire e agnello sacrificale, mi ha colpevolizzato e trattato da infante pur essendo più piccolo di me, mi ha fatta sentire inetta e inadeguata. Mi ha comunicato dopo un mese del decesso di mia sorella solo per chiedere documenti e non mi ha chiarito per tempo di che situazione debitoria lei soffriva e ora pesa solo su di me, non so per quale ragione, né su di lui né su mia madre, ugualmente potenziali eredi. Ho tempo dieci anni per rinunciare all’eredità e lo sto facendo ma i debiti incombono e hanno già deciso che prima devo pagare e poi se ne riparla. Non sono inezie ma migliaia di euro che non ho.

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Dormire come i bimbi

Provo a farlo di notte e mi sveglio tre ore dopo. Poi più tardi mi torna sonno e vado a letto e non riesco a concludere nulla nel frattempo. La mente è annebbiata è tutto mi scorre addosso trattenendo solo il dolore, le paure che mi immobilizzano e questa in sintesi è la condizione in cui mi trovo ora. Di nuovo non riesco a uscire e non ricevo visite. I capelli sporchi e il prurito ovunque, come se qualcosa mi mordesse sotto la pelle. Mi sento male e non so perché o come fare a stare meglio. La psichiatra ha aggiunto un farmaco per dormire ma è uguale. Non voglio tornare al reparto psichiatrico per provare a essere presente anche se non lo sono.

Questo è tutto. Inizia un’altra giornata di agonia

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Il fratello con pregiudizi su malattie mentali

Quello che mi ha comunicato della morte di mia sorella, i cui debiti ricadono su di me, dopo un mese e solo per ragioni burocratiche. Sa dei miei problemi ma dice che devo affrontarli e mi manda messaggi ansiosi perché non ho ancora ottenuto rinuncia da avvocato incaricato.

Come un uomo d’altri tempi pone uno stigma sulle malattie mentali. La sua ultima lettera di anni fa mi scaricava addosso vagonate di livore ostile di merda adolescenziale mai evidentemente superata.

Preoccupato della vita di una madre alla quale è legatissimo mi ha sempre vista come la pecora nera, quella che dava problemi o peggio li inventava. Tutto ciò che mi riguardava era solo un capriccio e ora che devo risolvere un problema di debiti che non so come pagare per via della sua fretta a chiudere le questioni di successione pare sempre che sia tutta colpa mia.

Poi si chiedono perché io non possa chiedere aiuto alla mia famiglia. Non l’ho fatto e non posso farlo. Loro sono causa dei miei problemi coi loro legami disfunzionali e il modo di farmi sentire sempre orfana e indesiderata o inadeguata rispetto alla efficienza martirizzante della santa madre.

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Invalidità al 75%

Hanno impiegato poco per farmi sapere e non mi sembra abbastanza ma forse è sufficiente a non farmi pagare ticket e farmaci e farmi iscrivere alle liste protette.

Devo muovermi entro trenta giorni e trenta sono i giorni che restano per pagare il debito di mia sorella defunta e non so che fare.

Non mi lavo da giorni e non mi muovo dal divano. Urlo dentro e sono in silenzio. Tutto mi piove in testa quando avrei dovuto ricominciare e non so come fare. Sono bloccata e la vita scivola via.

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