Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze

Il corpo delle donne è delle donne

Ché pare una cosa scontata ma a quanto pare non lo è. Bisogna rispolverare slogan vecchissimi come “Il corpo è mio e lo gestisco io” per far comprendere quanto non sia opportuno insistere su questa canonizzazione delle donne, la santificazione del loro corpo fino a indurne addirittura l’espropriazione a cura di chi vorrebbe tutelarlo.

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Affetti Liberi, Sessualità, Storie

La solitudine della pelle

Il sesso è sesso, mi dice già un amico. Racconta della sua vita complicata. Lavora da operaio, ha una compagna giovane, appena laureata, che cerca un lavoro e non lo trova. La lascia la mattina prima di rivestirsi con la divisa sporca e ha come l’impressione che lei proprio non avverta quel bacio sulla fronte, una tenerezza vera, ché t’accompagna per tutta la giornata, eppure su di lei scivola via come non fosse niente.

La precarietà deprime e la dipendenza pure ma lei è in bilico. Non sa che cosa fare. Non dirige i tempi, le scelte, la sua vita. E lui di tutto questo sa poco o nulla. Non vuole tornare dai suoi – dice – e può restare con me – egli spera. Chissà cosa la renderà felice. Cosa ha importanza e cosa no.

Quello che lui sa, per quanto di quella donna capisca le complessità, è che quando torna e la vede immersa nei pensieri, in una posa stanca, come se lei avesse lavorato e lui fosse stato al mare, a vedere l’orizzonte e il cielo limpido, vorrebbe scuoterla, abbracciarla, scomporla, provocarla.

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Pensieri Liberi, Precarietà, R-Esistenze, Storie

Le puttane sanno cucinare

C’era un locale, nella mia città, dove un santone di un’altra etnia riciclava le puttane per farne cuoche e cameriere. Lì mangiai le banane fritte al sugo più buone del mondo. Del mio piccolo, misero, mondo. Ché io di certo non avevo mai attraversato deserti e acque con mezzi di fortuna. Ma non volevo erudirvi sul mio barbaradursismo cercando di commuovervi con la mia dose minima di sentimento nazional/polare/populista. Volevo solo raccontarvi questa storia che ho appena ricordato dopo aver letto questo.

Poco tempo dopo fui al lavoro in una via della mia città che era transitata da puttane ed era tardi perché stavo facendo straordinari con una luce accesa che segnalava la mia indifferente presenza. Una di loro bussò e quando mi affacciai vidi due cosce lunghe, tacchi e capelli e dissi “chi è?“. Lei mi guardò e vidi il sangue.

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Antifascismo, Antisessismo, Comunicazione, Femministese, Precarietà, R-Esistenze, Ricerche&Analisi, Welfare

Pedagogia economica/fascista: la risorsa del paese è donna!

Le italiane riscoprono i lavori di casa” segnala Repubblica in un lungo articolo che sembra quasi una presa per il culo. Lo scoop da segnalare alla testata: le donne non hanno proprio mai smesso di fare quei lavori. Ma a parte questo se si analizza il pezzo di costume ne viene fuori quasi un quadro di eroismi all’incontrario, per cui santificare femmine che ripiegano su lavori di sguatteraggio e cura sarebbe da valorizzare. Un po’ di pacche sulle spalle a quelle che perdono il lavoro o che sono costrette a farne il triplo perché sono separate e con figli a carico o con i mariti e i compagni in stato di disoccupazione.

E non capisco proprio dove stia il vanto in tutto ciò. Che c’è da dire? Se non hai lavoro ripieghi sempre in camerierati, colfaggi e babysitteraggi e affini. Non è che hai molta scelta dopotutto. E se all’improvviso si scopre che il lavoro di cura sia una risorsa, la stessa per la quale attraverso le leggi sull’immigrazione si sono stabiliti i flussi dello schiavismo, la tratta organizzata e legalizzata delle straniere che dovevano sostituite noi italiche che quei lavori, a parole, pare non li facevamo più, non è che c’è tanto da incensare.

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Antisessismo, Femministese, Storie, Welfare

Femminismo a parole

Una donna siciliana, adulta, molto adulta, assiste il figlio disabile, si occupa della casa, cucina puntuale per far trovare pronto a suo marito, trova un buco nella giornata per farsi uno shampoo, corre dal medico per farsi prescrivere i farmaci per il figlio, poi passa in bottega e perde dueminutidue di tempo per consolidare l’unica relazione sociale che le resta nel quartiere, quella consentita dagli impegni familiari. Così prende il pane e a casa c’è il marito che le chiede “dove sei stata tutto questo tempo? tuo figlio ha bisogno di essere cambiato…” e c’è quella creatura, anagraficamente adulta ma totalmente dipendente che è mortificato perché puzza ed è sdraiato sulle sue feci. Questo è un pezzo di vita possibile di una donna che conosco bene.

Quando mi trovo di fronte a lei guardo a me stessa in tutta la mia inadeguatezza. Posso fare tutti i bei discorsi femministi che voglio, partecipare ai cortei e alle conferenze, stare a discutere per giorni e giorni di welfare e di ruoli di cura condivisi tra i sessi, ma tutto mi porta a sbattere il muso su quella realtà.

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