Anni fa vidi un cadavere arenato sulla riva, come una medusa, una conchiglia, un ramo, un pezzo di immondizia che il mare restituisce alla terra. Lo vidi in un angolo di mondo dove mi piace correre, nuotare, prendere il sole. Irriconoscibile, senza un volto, gonfio di quel mare che aveva tentato di varcare, emanava un fetore di morte misto alle macchie di petrolio che le piattaforme ormeggiate al largo lasciano sfuggire, sconfitto da scafisti, leggi, torturatori, protettori della fortezza Europa, reso invisibile da leggi razziste e disumane, rimosso dall’attenzione pubblica grazie ad una opera di ripulitura della notizia in se’:
– Trovato corpo di immigrato buttato a mare dallo scafista.
E mi va anche bene che lo scafista sia visto come l’esecutore della banalità del male, ma lo scafista esiste perché esistono leggi che vietano ai migranti di attraversare il mare legalmente. Esistono perché in tutta l’Europa ci sono lager cui i migranti sono destinati, in cui vengono rinchiusi per insegnare loro a perdere gli ultimi grammi d’umanità che durante quel lungo e difficile viaggio gli sono rimasti. Ma non volevo parlare di questo quanto raccontare la reazione delle persone che quella spiaggia la attraversavano. C’era il volenteroso, dispiaciuto, perché da quelle parti di persone buone ce ne sono tante, che rischiano la vita, fanno cordoni umani per salvare altre persone. C’era la signora rammaricata. C’era il pragmatico. C’erano poi quelli che passavano dicendo “oh, poverino… fa impressione” e continuavano la loro passeggiata, corsa, quel che stavano facendo.
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