Vorrei raccontare a Scanzi, de Il Fatto Quotidiano, come e perché sovente in Italia, in special modo negli ultimi tempi, qualunque ragionamento si faccia si erge subito la voce di quelle (e paternalisti annessi che accorrono in difesa della indifesa fanciulla) che puntano il dito sulla parola errata, offensiva per chiunque appartenga a un genere, e distolgono l’attenzione da tutto il resto.
Vorrei spiegargli anche che per la sua parola errata un po’ mi offendo anch’io perché si continua ad attribuire la qualifica di femminista un po’ a muzzo. Veterofemministe vengono definite, seguendo i ragionamenti stereotipati di chi non ci ha capito molto, quelle che lottavano per i diritti delle donne quando le donne non avevano diritti. Essere “vetero” è un complimento, perché il femminismo della prima ondata parlava di uguaglianza, di pari diritti e raccontava un’altra storia che avrebbe cambiato davvero la cultura di tutto il mondo.
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