'SteFike, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

Brand antiviolenza, marketing e sfilate di moda

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In questi giorni sicuramente avete notato come il marketing che pubblicizza qualunque cosa in nome della lotta contro la violenza sulle donne sia invasivo a tutti i livelli. E’ anche un marketing creativo che sulla pelle delle donne morte rivende la muraglia di orribili bambole realizzate da stilist* a Milano. Rivende anche un canale televisivo con l’annuncio di una programmazione fatta di puntate tratte da varie serie televisive nelle quali vedremo le donne squartate, sventrate, sgozzate, ischeletrite e dunque funzionali alla nuova pornografia televisiva che non vuole solo vederci nude, oh no, vuole vedere anche quel che che c’è dentro di noi, organi e ossa incluse.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

A #MissItalia sfila il modello “vittima di violenza”

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Miss Italia quest’anno va in onda su La7. Non la seguo e non l’ho mai seguita con attenzione, non per pregiudizio nei confronti delle ragazze che tentano la fortuna e che si guadagnano un lavoro mostrando il corpo, ma perché quel che ci vedo io è un richiamo patriottico/nazionale che individua le “italiane” belle, bianche, ciascuna a rappresentare una regione, veicolando un modello nostalgico secondo me ancora fermo agli anni ’50. I gusti sono gusti. ‘Ste ragazze hanno un’età che varia dai 18 ai 23/24 anni e hanno tutto il diritto di sperimentare e fare quello che gli pare. Ricordo che alcune brindarono, virtualmente, quando la Rai, per il calo di ascolti e questioni di budget economico, mollò il programma e io avevo un’opinione un po’ diversa. Ora che il programma viaggia per altre reti il calo di ascolti non mi pare riparato, anche perché della manifestazione non mi sembra si sia parlato moltissimo. Oggi in varie testate spunta invece la notizia che tra le finaliste c’è una bella ragazza campana, non meglio conosciuta se non come quella che era stata picchiata dal fidanzato. Aver subito violenza diventa un valore aggiunto e dunque la sfilata realizza un po’ di ascolti sollecitando un po’ di curiosità attorno a una ragazza che ha vissuto una vicenda complicata – e si spera l’abbia superata – e che rischia di diventare la protagonista di una fiction simil reality.

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Autodeterminazione, Comunicazione, Questa Donna No

#SexWorking: Somaly Mam-La falsa schiava del sesso che ha preso in giro il mondo

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Tradotto da Paolo. QUI il testo originale. Buona lettura!

La Ragazza di Phnom Penh

Somaly Mam-La falsa schiava del sesso che ha preso in giro il mondo.

Negli ultimi tre anni, il giornalista Simon Marks ha indagato i retroscena di Somaly Mam, una delle “attiviste per i diritti” più venerate – e meglio introdotte tra la gente che conta – al mondo. Ha trovato una rete di bugie e inganni.

La Somaly Mam Foundation è un’organizzazione creata per combattere e sradicare il traffico di ragazze e donne nel mercato del sesso.
Per Mam, una superstar con sostenitori del calibro di Hillary Clinton e Oprah Winfrey, le sontuose sale da conferenza sono state il traguardo un lungo cammino partito dai bordelli di Phnom Penh, nei quali dice di aver sopportato per anni stupri, torture e violenze .

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#Brand #Femminismo #Beyoncé: rissa contro la concorrenza!

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Giorni di assenza e trovo che il dibattito sul femminismo sia sempre fermo a chi ce l’ha più lungo, o profondo, o quel che volete voi. Donne che dicono ad altre donne perché e percome non possono dirsi femministe e donne che  fanno a gara a chi usa meglio il femminismo come brand e in fondo teme la concorrenza. Come puoi concorrere con queste artiste scosciate che sdoganano il termine “femminista” in pieno concerto, di fronte a milioni di telespettatori, invece che in quei noiosi convegni e quelle trasmissioni in cui si parla di dignità delle donne per raccattare un margine di consenso in favore di queste ultime o di rappresentanti di partito, movimento, con annessi business “umanitari”?

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Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese

La cantante dice : niente trucco! (sul recupero della purezza)

Alice, a proposito di questo video, mi scrive:

Metà delle donne che ho su Facebook lo sta condividendo. Da una parte mi piace, penso che la parte ‘decostruttiva’ dello stereotipo sia positiva, la spinta a non conformarsi, a sentirci belle come siamo, per carità. Ma mi mette un po’ a disagio il messaggio subliminale, della serie la donna è natura: la vera donna è struccata. Senza parlare del fatto che si dà per scontato che siamo tutte vittime del modello dominante di bellezza, e che l’unico modo per liberarsene sia rifiutarlo in toto, non appropriarcene e poi rigirarlo come ci pare. Non lo so, mi piaceva sentire il tuo parere, se hai voglia di rispondere.

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Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

#Femminicidio come brand: l’industria della moda ci prova!

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Stavolta è il turno del mondo della moda milanese. Che fanno di bello? Rappresentano un’industria. E cosa fa un’industria? Vuole vendere. Ecco: quello che vedete è il capitale che fagocita i contenuti del brand femminicidio, perché le donne/vittime servono al capitalismo.

Il muro delle bambole, con dichiarazione apocalittica siglata dalle grandi firme della moda (e non solo), restituisce in pieno il senso di quel che già in altre occasioni abbiamo visto.

Ma dato che il mondo della moda espone significati e lotte che includono anche il mio sangue allora ecco due cose da dire a costoro.

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Le “donne/vittime” servono al capitalismo (di braccialetti e amuleti vari)

Niente paura, non sei più sola, c’è il capitalismo umanizzato che ti vende – alla modica cifra di 25 euri al pezzo – un braccialetto salvavita. Lo indossi e sei bellerrima e felice. Sorridente, in estasi, manco t’avessero venduto una droga di quelle buone. Del lancio di questo nuovo prodotto “contro la violenza sulle donne” parla Enrica che ne svela legacci e retroscena. Alla faccenda pare sia legata quest’altra impresa con foto che tentano, non riuscendoci, di imitare i volti in fase di orgasmo dell’ultimo film di Lars Von Trier (erano meglio gli orgasmi). Retorica di destra, fedele all’ideologia vittimaria, che relega le donne alla posa di soggetti deboli che pur di stare al sicuro dovranno armarsi di pozioni e amuleti magici. Se mai la stessa impresa volesse “venderci” una spillina per salvarci dalla disoccupazione sarebbe il massimo: perché il “capitalismo dal volto umano” sfrutta l’ideologia vittimaria che è di per se’ una fabbrica di stereotipi e dispositivi di potere. Ti governo in nome del tuo essere vittima, io vendo in nome del tuo essere vittima, vendo gadgets, mi faccio prestare il volto di testimonial perché “donna” e “violenza sulle donne” sono un brand che vende perfettamente e il capitalismo investe su questi temi e non da ora.

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I professionisti dell’antiviolenza (se non sei vittima su di te non si può lucrare)

MjAxNC0xOGM3YTA4OTJkNzI0ZTU4Donna è “brand” (ottimo per pubblicizzare e legittimare governi, brutte riforme elettorali, leggi) e lo è diventato anche “violenza sulle donne” (idem come prima). Chi su questo lucra e fa soldi è anche quel che fa parte dell’industria del salvataggio. C’è che si parla di un bisogno, un problema reale, qualcun@ si diverte a raccontarla come un’emergenza invece che come un dato strutturale, poi tu diventi un target economico preciso.

Allora se per esempio sei su facebook ti becchi lo spamm/marketing di studi di avvocati che ti difenderanno da “violenze”. Perché l’assioma è che donna=vittima (di un uomo). Se poi gli dici che ti stalkerizza una donna non importa ma intanto così ti intercettano. Lucrando su un genere.

Esiste un sacco di gente pronta, dunque, a immolarsi sull’altare della difesa delle donne e mi chiedo quando e come la questione della violenza sia diventato un meccanismo commerciale in cui a momenti si induce un bisogno e oltre a venderti riviste, programmi tv e cose fatte da chi di violenza non sa proprio niente, oltre a rifilarti le campagne antiviolenza con tanto di grandi marchi che supportano la causa per vendere più merce di loro produzione e farsi grande pubblicità, oltre a fare tutto questo oramai l’affare si estende a tutto quello che si realizza attorno al terreno della “sicurezza”.

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#Brand #Femminicidio #Donne: cercasi giovane snella con bella tetta!

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Siamo sempre sul capitolo “violenza sulle donne” in stile “brand” con campagne pro “donna” che vagamente intenderebbero essere dedicate a rivendicare dei diritti. Una azienda che opera nel settore cinematografico e audiovisivo annuncia che ci sarà un casting. Come chiariscono anche sulla loro pagina facebook cercano donne “fra i 20 e 35 anni” con “un fisico snello e devono essere disposte a farsi fotografare a seno nudo“. Però specificano che le donne possono essere di qualunque nazionalità (non si dovrà mai dire che discriminano, a parte non volere quelle non snelle etc) e potranno inviare candidatura via mail inserendo “nome e cognome, anno e luogo di nascita, residenza, altezza, peso, taglia, contatti telefonici ed e-mail” in più specificano che dovranno “allegare alla mail un massimo di 5 fotografie, fra cui: primo piano, mezzo busto, figura intera e foto in costume da bagno“. Seguono recapiti e promessa rimborso viaggio (che culo!).

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Comunicazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze

#Femminicidio #Brand: book modella e calendario glamour antiviolenza

spogliafemminicidio#Femminicidio è diventato un brand sul quale chiunque realizza marketing. Dopo varie aziende che hanno riproposto stereotipi sessisti “contro la violenza sulle donne” ecco due proposte in cui più che altro si sensibilizza sull’uso di photoshop per levigare il corpo delle modelle e farle apparire modello bellezza standard così come cultura dominante vuole e poi si sdoganano riflessi di autoritarismo occidentale neocolonialista che fornisce forbici per segare il velo o spoglia le Pussy Riot per farle sembrare un po’ più addomesticate o simil/Femen. Un po’ confus* in effetti.

Sulle pose della modella che si presenta indossando capi di intimo quello che non funziona è parlare di violenza sulle donne senza capire ciò di cui si parla. Lo spiega Svenia Lee qui:

Spogliarsi davanti una macchina fotografica; una forte provocazione. “A volte per attrarre l’attenzione e farsi ascoltare bisogna essere trasgressivi e lanciare un messaggio che sia efficace – dichiara Giorgia – la mia opera di sensibilizzazione la farò così, mettendoci il mio corpo”.”

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Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Violenza

#Pd: votano contro l’aborto sicuro e poi parlano di #femminicidio?

L’aborto sicuro non è un diritto, dice il Parlamento Europeo. Lo dice anche grazie ad alcuni parlamentari del Pd e al loro capogruppo David Sassoli. Non pare essere una posizione isolata se anche la responsabile della sezione lavoro del nuovo Pd si esprime nella maniera in cui si dice qui.

Ma certo, ciascuno ha il diritto di pensarla come vuole e io ho il diritto di suggerire di non votare, per chi vota, queste persone. Poi però leggo questa cosa e un po’ devo dire che mi arrabbio. Giusto un pochino. Ho perciò espresso la mia opinione e la ridico.

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#IoMiSalvoDaSola: uomini antiviolenza? Ma anche no!

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Di donne e campagne antiviolenza che reclamano il “patriarcato buono” avevo parlato QUI. Della campagna paternalista rugby in cui l’uomo antiviolenza altro non fa se non riproporsi nella chiave di protettore ho detto QUI. In basso altri link su altre campagne di aziende varie forgiate sul brand “femminicidio”.

Questa (grazie a Stefania per la segnalazione!) è la campagna Avon, azienda produttrice di cosmetici, che unisce il suo sforzo creativo alla presunta sapienza di un centro antiviolenza sulla scia di quella che fu una tradizione atroce iniziata con Snoq che faceva indossare magliette rosa a calciatori e testimonial che non era poi detto fossero consapevoli e antisessisti.

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Dei diversi modi in cui si declina la lotta contro la violenza sulle donne

Scrive una commentatrice sotto il mio ultimo post su Il Fatto Quotidiano:

Tutto continua e non cambia mai niente. Almeno fin quando (non si inizierà) a rifiutare certi stereotipi, a non riconoscersi nelle immagini che ci vengono proposte (come quella della “vittima” “bisognosa di protezione”). L’autodeterminazione fa quasi più paura alle donne stesse che agli uomini. E’ così, per conformismo, per il timore di sentirsi diversi o giudicati, si accetta il pensiero comune, dando per scontato ciò che non lo è affatto (per esempio che bisogna essere “famiglia”, per essere felici o che in quanto donna, hai bisogno di un “protettore” eccetera).

Parto da qui, segnalandovi anche il post di Mila Spicola che pubblica un articolo al giorno basandosi su questi presupposti:

Nella settimana precedente il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ho deciso di postare una immagine femminile positiva al giorno, nessuna donna pestata, messa in un angolo, picchiata. Perchè è una narrazione che alimenta uno stereotipo di debolezza femminile, falsata in concetti di debolezza e forza fisica, che travasano subito in debolezze o forze di comportamento, da proteggere e tutelare, o recintare, al quale mi oppongo fermamente. Scelgo esempi di autodeterminazione, di libertà, di forza, di positività, anche di negatività, perchè no. Ma libera. Se gli uomini, l’opinione pubblica, la narrazione corrente,  hanno la forza di reggerla, l’autodeterminazione delle donne bene, se no il problema è loro. Fuori dagli schemi, fuori dagli stereotipi, lontane dalla violenza. E anche uno stereotipo lo è.”

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#Renzi e il #Pd: NON parlate di “donne” (please!)

Confesso che di Renzi non so molto. Figurarsi che l’altro giorno su twitter si scherzava e c’era qualcun@ che pensava alla Leopolda ci fosse la sfilata di Miss Italia. Gente che eleggi senza proporzionale e con il maggioritario secco, of course.

Ci fu quella volta che mi s’incupì la fiKa ritenendo che perfino a Firenze fare un cimitero nominato ai feti fosse una cosa un minimino oppressiva per le donne che scelgono di abortire. Ma qui già siamo a cose intime, non c’è molto da pretendere che si lasci a tutte la libertà di autodeterminarsi senza produrre ricatti psicologici a chi sceglie l’ivg, avendo a mente anche quelle che invece tengono a quel luogo di sepoltura. Solo una istituzione patriarcale può lasciare che questa cosa diventi una lotta tra due sensibilità ferite, in cui per raccontare il mio stupore e la mia amarezza devo inevitabilmente ferire quella che ha suo malgrado abortito e invece proprio non voleva. Ma fare una scelta differente non mi dice comunque che l’attenzione in direzione delle donne sia migliore. Dove oltretutto chiedere ad un partito di citare la parola “donne” (come anche quella “femminicidio”) oggi è come pretendere che si sposi un brand senza contenuti.

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La sfilata delle donne/vittime e il nuovo matriarcato

fotoIl brand #femminicidio funziona. Per legittimare un partito di governo, lo stesso governo che così fa dimenticare quanto di sbagliato compie sulla pelle della gente, per vendere prodotti, marchi. Funziona anche nelle sfilate di moda. Riproponendo due stereotipi in uno. Quello della vittima vittimizzata e quello della sposa, moglie, madre, utero, ruolo di cura, da tutelare. Date un’occhiata, per esempio, a questa pessima iniziativa.

Questa cosa mi ricorda una esperienza analoga. Capita di vedere partiti che ti chiedano di fare il “caso umano” in quanto vittima di violenza per mostrare i lividi al prossimo portando voti e legittimità. Ci sono partiti in cui le donne hanno esattamente questo compito: quello di realizzare iniziative al femminile in cui mostrare “casi umani”, donne oggetto, feticci che servono a portare voti utilizzando il tema della violenza sulle donne. Sono sfilate pure quelle. Sfilate in cui le donne vittime di violenza vengono usate come portatrici di un valore d’esperienza salvo essere “bannate” se non raccontano esattamente quanto vogliono tu racconti.

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