Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Sessualità

#Palermo: assegnazione forzata del sesso per bambini. Dove stanno ora i difensori della “natura”?

Le prime manifestazioni contro le mutilazioni genitali su corpi intersex in Italia, Milano, Settembre 2013 (fonte intersexioni)
Le prime manifestazioni contro le mutilazioni genitali su corpi intersex in Italia, Milano, Settembre 2013 (fonte intersexioni)

 

Leggo che in quel di Palermo avrebbero compiuto una delicatissima operazione per – non so come potrei dire – togliere quel che di femminile c’era in un@ bambin@ per fabbricare artificialmente quel che di maschile adatto a far diventare l*i un deciso Lui.

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Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

#FertilityDay: La fertilità NON è un bene comune!

Cartolina-5-300x300Vorrei aggiungere alla controversa discussione sull’iniziativa del ministero della salute, quella del fertility day, una riflessione politica su uno degli slogan che ho trovato su quel sito. Dire che la fertilità è un bene comune significa dare al corpo delle donne un valore in quanto riproduttrici alle quali viene negata la libera/personale scelta. Quel che è “bene comune” diventa di controllo pubblico e va bene se si parla dell’acqua, che non va privatizzata, ma una donna non privatizza la scelta di gestione del proprio corpo, non lo fa in senso liberista. Il corpo è privato, è mio, lo gestisco io, e farlo diventare bene pubblico, semmai, diventa un modo per renderlo subordinato a biocapitalismo che fonda le proprie basi sulla riproduzione e sul ruolo di cura.

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Antiautoritarismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Violenza di Stato e ancelle del biopotere

Londra, 25-08-16 #WearWhatYouWant. Manifestazione davanti all’ambasciata francese a Knightsbridge per protestare contro il divieto di indossare il burkini, diventato legge in molte città costiere della Francia
Londra, 25-08-16 #WearWhatYouWant. Manifestazione davanti all’ambasciata francese a Knightsbridge per protestare contro il divieto di indossare il burkini, diventato legge in molte città costiere della Francia

 

Da IncrociDegeneri:

In Francia vietare alcuni tipi di abbigliamento, interdire precisi comportamenti nei luoghi pubblici, sanzionare usi e costumi di una parte della popolazione è prassi politica consolidata e radicata storicamente tra il XVIII e il XIX sec. Michel Foucault, in particolare ne La società punitiva ed in Bisogna difendere la società ci fornisce delle coordinate ancora valide per leggere il presente.  Sono i seminari al College de France in cui Foucault traccia la genealogia del biopotere, in cui ci parla dell’articolazione del potere disciplinare in Francia e in Inghilterra. Anche gli apparati di potere del XX secolo, ci spiega, quando devono dominare le irregolarità, scelgono la strada della “moralizzazione della penalità”, che si traduce nella “penalizzazione dell’esistenza” dei gruppi irregolari, dal momento che la loro vita viene inquadrata “in una specie di penalità diffusa, quotidiana” (p. 210).

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Zahra Ali: Decolonizzare il femminismo

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Da IncrociDegeneri:

Intervista pubblicata in francese l’11 giugno 2016 da Ballast, rivista collettiva di creazione politica (on line & su carta).

Traduzione di Elisabetta Garieri

Mettere insieme femminismo e islam non è cosa che si faccia senza crear problemi: spesso i femminismi occidentali temono l’intrusione del religioso (patriarcale e regressivo), mentre gli spazi musulmani temono il ricatto neocoloniale all’emancipazione delle donne. Sociologa e autrice nel 2012 del saggio Femminismes Islamiques [Femminismi Islamici, non tradotto in Italia, ndr], Zahra Ali fa suo questo “ossimoro” per presentarne quelli che chiama gli “a priori” reciproci. Lei che milita contro l’esclusione delle studentesse che portano il foulard, invita a contestualizzare, storicizzare e respingere gli essenzialismi: condizione necessaria alla creazione di un femminismo internazionale e plurale.  Continua a leggere “Zahra Ali: Decolonizzare il femminismo”

Antiautoritarismo, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Quando il terremoto divenne pretesto per propaganda politica e per la shock economy

Vedo che le vittime del terremoto continuano a salire. A parte invitarvi a portare cose utili nei punti di raccolta e continuare a respirare accogliendo appelli e notizie, quel che mi ronza in testa, e che non riesco a far sparire, è il pensiero di quello che accadde quando il terremoto colpì L’Aquila.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

La Polizia fa spogliare le donne che indossano il #burkini

Questa è la donna che è stata multata e costretta a togliere la maglia a Nizza.
Questa è la donna che è stata multata e costretta a togliere la maglia a Nizza.

 

Ripubblico questo pezzo da DinamoPress. Vale la pena leggerlo.

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Cosa può un costume: di burkini, bikini e corpi degli altri

di Natascia Grbic
In alcune spiagge della Francia è stato vietato dai sindaci l’uso del burkini, il costume da spiaggia intero che viene indossato dalle donne musulmane. Manuel Valls plaude a questa scelta, in continuità con la politica di attacco alla comunità islamica che il suo governo sta perseguendo.

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Critica femminista, R-Esistenze

Virginie Despentes: il femminismo è stato la rivoluzione più importante del XX secolo

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Da IncrociDegeneri:

Da Diagonal Periodico, una intensa intervista a Viriginie Despentes che, a partire dal suo ultimo romanzo, Vernon Subutex 1, ci parla di guerra di classe dichiarata dall’alto, Nuit Debout, gentrificazione urbana e culturale, stupro e lo stato presente dei femminismi.

Virginie Despentes,  scrittor@ e cineasta, autor@  di Teoria King Kong (Melusina, 2007) e Scopami – romanzo e film – ha un aspetto che mette soggezione, ma delle maniere calorose. Si sente molto a suo agio tra i libri. Nella stanza dove ci troviamo ci sono diverse librerie e, prima di cominciare l’intervista, il suo sguardo si posa sulla copertina di alcuni di quelli, sempre a caccia di qualcosa di interessante. Ha curiosità di conoscere il punto di vista degli altri, curiosità che si manifesta nella necessità di sapere dei contesti simili a quello che attualmente sta vivendo in Francia. Insiste sulla sua età, 47 anni, e su quanto sia entusiasmata dalla forza dimostrata nella Nuit Debout. Questa emozione contrasta con il sentimento del romanzo che è venuta a promuovere alla Feria del Libro di Madrid, Vernon Subutex 1 (Penguin Random House, 2016), primo episodio di un racconto poliedrico dove si espongono tutte le fila di un tessuto generazionale.

Posto che la fine di questo romanzo è un inizio,  trattandosi di una trilogia, mi piacerebbe iniziare domandandoti della generazione che ritrai, una generazione persa, ma resistente, che è arrivata tardi alle battaglie per il capitale simbolico che si liberano nei social network, in internet, ma che, nonostante sia stata travolta dal presente, si tiene, sopravvive.

Ciò che a me interessa di tutta questa storia è un tipo di guerra di classe dichiarata dall’alto, che è stata molto più violenta, potente e intelligente di quanto si aspettava la gente della mia generazione. E’ una sconfitta della classe media, ora precariato. E la mia sensazione è di sorpresa; la mia generazione non si aspettava questo attacco, non avremmo potuto avvertire che avremmo perso tutto. Certo è che l’abbiamo visto arrivare, ma non credevamo che fosse tanto facile. E’ la velocità che ci ha sconcertato. Per questo mi interessava soprattutto l’allegoria, il simbolo di come è scomparsa la disco, in maniera simile a come è scomparsa la Germania dell’Est. La questione chiave è che la mia generazione, almeno la gente attorno a me, non si aspettava di rimanere senza niente a cinquant’ anni. Trovandosi tra due generazioni, la tua e quella dei miei genitori, probabilmente ci siamo ritrovati più confusi: abbiamo visto scomparire tutto un mondo, non capiamo molto bene dove ci incastriamo e ci sentiamo tra due realtà. Ma, contemporaneamente, come ti facevo notare prima, non ci ha colto del tutto alla sprovvista. E’ la velocità che ci ha sconcertato. Non abbiamo risorse, però abbiamo una super forma fisica che ci spinge a domandarci: e ora, che facciamo?

Lo vedi come un potenziale

Vedo intorno a me che, per sopravvivere, dovremo convivere, in modo collettivo, perché non avremo molte altre opzioni. E’ probabile che ci tocchi sperimentare altri modi di invecchiare, tessendo reti di solidarietà, certo non abbiamo risorse materiali, ma sì che abbiamo forza fisica e voglia di fare cose.

In questo senso, evidenzi una mancanza di fiducia nelle istituzioni, in questo presunto Stato sociale?

In Francia è completamente distrutto.  La domanda del sì o no allo Stato era una questione rovente negli anni 80 e fino agli anni 90; ora non ha senso,  l’1% ne beneficia ancora. Stanno distruggendo tutte le istituzioni pubbliche, ma in Francia lo vedo più da vicino. Da due legislature fa e non smetteranno domani. Quello che sta accadendo in Francia lo vedo chiaramente come uno stupro: smantellano lo Stato, piaccia o no; e meglio se ciò che vogliono da te lo possono ottenere con la forza. Le istituzioni, così come le ho conosciute io, sono totalmente distrutte e se ancora esistono, sono così corrotte che il risultato è lo stesso. Siamo agli albori di una nuova fase di sfruttamento del lavoro, una fase in cui la maggioranza della gente sarà completamente inutile. No sto parlando di un gruppo marginale di proletarizzati, mi riferisco a delle autentiche inutilità. Allora che faranno con questa gente? Entriamo nella logica del campo di sfruttamento del lavoro, del campo di concentramento. Credo che non sarebbe fuori da ogni logica pensare che nella testa dei potenti si possano trovare alcune idee relazionate con lo sfruttamento del corpo; risorse con cui poter fare esperimenti nel campo farmaceutico, per esempio. Ciò che forse non sanno è che la resistenza sarà feroce, sia essa nella forma del terrorismo islamico o dell’estrema sinistra. La nostra conoscenza della storia è molto più sofisticata di quanto credono. In Francia è evidente in questi giorni, il paese funziona con la nostra forza e siamo ogni volta più numerosi. Dopo gli scioperi, siamo più coscienti del fatto che possiamo fermare il paese.

Ci attende, dunque, una resistenza

Lo penso e lo spero. O forse lo penso perché lo spero. Saggi come Shock Economy di Naomi Klein ti permettono di capire fino a che punto è sistematizzata questa forma di controllo. Ugualmente, penso che non si rendono conto del fatto che abbiamo una gran quantità di strumenti a nostra disposizione, e in questo penso ad internet come molto spirito critico, ma nello stesso tempo vedo il potenziale di strumento per sapere, per apprendere. Donna Haraway, nei suoi ultimi testi, parla di queste situazioni in opposizione che si fanno forza a vicenda. Per esempio, la resistenza dell’estrema sinistra in Francia coesiste con la resistenza del terrorismo islamico. Coesistono, ma non si incontrano, perché non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro.

In Vernon Subutex 1 ci sono differenti ritratti di quelli e quelle che hanno colto e vissuto l’industria culturale negli anni 80 e 90, personaggi che sono riusciti a vivere di questa. Inoltre, il tuo romanzo inizia con uno sgombero. Mi domandavo cosa pensassi della cosiddetta “classe creativa” (Richard Florida), soprattutto ciò che ha comportato la gentrificazione, non solo urbana, ma anche culturale. Ossia, fino a che punto l’industria culturale, anche quella musicale, è stata complice della situazione presente.

Per molta gente negli anni 90 l’unica destinazione possibile era il neoliberalismo. Abbiamo creduto di poter entrare in questo gioco e poterne uscire puliti, però con il passaggio di secolo ci siamo accorti che nessuno esce pulito da lì. Esci morto, svuotato del tuo contenuto. E qui penso alla figura di Kurt Cobain e del proprio Nirvana come un sintomo interessante, pur non essendo complice, fu, da parte sua, il primo sorpreso dal successo. E’ successo anche nell’ambito dell’arte, o in quello del romanzo, e non era qualcosa che molti di noi cercavamo, semplicemente è accaduto. Come un’onda che ti travolge e da lì ti domandi: “merda, come ne esco”. Non abbiamo trovato la risposta. Ma credo che essere complice o no, non sia la cosa più importante. Quello che più mi sconvolge al veder di ritorno i movimenti sociali è la mancanza di film, di romanzi che spingano all’ azione. E’ come se l’arte, la cultura, fossero in uno stato di depressione. E non è che la gente non si aspetti niente dell’arte, è piuttosto una certa incapacità di produrre canzoni, film, romanzi, testi politici….e non so a cosa è dovuto.

Con “essere complice” mi riferivo a come gli artisti vengono utilizzati per gentrificare spazi, anche senza che ne siano coscienti

Questo è molto interessante. A Parigi, i quartieri che si gentrificano sono quelli in cui la gente come me può vivere. Forse dovremmo studiare perché non possiamo entrare nei quartieri delle classi sociali elevate, quelli che non hanno bisogno della gentrificazione. Io vivo in un quartiere del nord di Parigi che si chiama Belleville e che sta soffrendo un processo di gentrificazione. Ciononostante, non mi sento un agente di pulizia. Ho sempre vissuto in quartieri popolari, non ho soldi per permettermi una casa nei quartieri ricchi. Como ci infiltriamo lì? Noi, artisti, dovremmo pensare di più a come entrare nei quartieri ricchi e distruggere, metaforicamente, queste zone ultra protette.

La tensione che esiste in ciò di cui stiamo parlando, e nel romanzo, è catalizzata dalla tua protagonista, Vernon, in una inerzia suicida impensabile di questi tempi in cui il pragmatismo vince sempre la battaglia.

Inerzia suicida è una buona descrizione. In certi momenti, mi trovo tra il pessimismo totale e la necessità di una alternativa. E, contemporaneamente, mi affascina questo sistema che chiede alla vittime di rispondere di questo. E’ come chiedere alle donne, che sono le principali vittime, di fare qualcosa, quando la cosa interessante sarebbe che gli uomini cominciassero a cambiare atteggiamento. Credo che sia più importante sapere chi detiene il potere, qual è la sua agenda, per colpire il sistema alle spalle e tirarne fuori qualcosa di diverso. Non dobbiamo sentirci troppo in colpa per un sistema che ci opprime con tanta forza. Dobbiamo stare attenti a non far troppo male a noi stessi per essere forti, per resistere. Anche perché non è giusto sentirsi sporche perché si fa parte di un gioco che non abbiamo scelto. Ma nonostante ciò, non possiedo soluzioni vere e proprie, però la ricerca mi sembra importante.

Come vedi il presente del femminismo, tanto nell’ambito di internet quanto nell’influenza dello stesso nell’attuale cultura popolare?

 Per me il tema del femminismo è molto complesso. Stanno succedendo molte cose nello stesso tempo. Internet ha trasformato la realtà di tutta una generazione: tutti i testi, gli articoli, molti libri, sono accessibili per chiunque, qualcosa che era impossibile quindici anni fa. L’ecosistema sociale è cambiato. Per esempio, di fronte ad uno stupro, ora è possibile non sentirsi tanto isolata come prima, Qualcosa di simile accade nella comunità femminista. Grazie a questa, le ragazze di vent’anni hanno la possibilità di accedere ad una cultura che a noi è costato una decade per acquisire. Ripongo molte speranze nelle femministe giovani; ho curiosità di sapere che tipo di sintesi faranno del presente. Per esempio, posizionarsi nel genere e nella razza mi sembra molto più complesso di prima e questo è un progresso. Con internet è difficile ignorare altri femminismi, come quello intersezionale. Per questo sono speranzosa vero tutto quello che sta per venire da queste donne giovani che hanno a loro disposizione tanti strumenti. Contemporaneamente, ho la sensazione che da quando avevo io vent’anni ad oggi il mondo sia cambiato radicalmente. Nessuno lo riconosce, ma la pratica militante del femminismo in questi ultimi quarant’anni, nelle sue molteplici manifestazioni, ha cambiato tutto. Incluso quelle donne che dicono che il femminismo non le interessa.

Il femminismo ha cambiato allora le finzioni?

Sì. Ora esistono personaggi che erano impensabili negli anni 90. Quando pubblicai Scopami il mondo era completamente diverso a quello di ora, e mi fa molto piacere che siamo andati avanti. Ma, nello stesso tempo, altre questioni evolvono molto lentamente nell’ambito pubblico. Gli uomini continuano ad avere il potere di parola nelle assemblee, in politica. In Francia, nei quartieri precari musulmani, tanto le ragazze come le donne della mia età difendono discorsi reazionari mediati dalla religione. Ma, a loro modo, queste donne sono testimoni di tutto quello che sta succedendo, di uno scenario in cui si aprono altre possibilità., ragion per cui non vorrei smettere di sottolineare che, dal mio punto di vista, il femminismo è stato la rivoluzione più importante del secolo XX e ritengo interessante che gli uni e le altre lo stiano scoprendo. Credo che ci troviamo in un momento molto interessante per immaginare altre forme di relazione, altre finzioni.

Il tuo saggio, Teoria King Kong, senza andare troppo lontano, ha implicato per tutta una generazione il poter immaginare, per mezzo di un film di Peter Jackson, la possibilità di un’altra sessualità, “polimorfa e iperpotente”. Sento la mancanza del rischio. Sembra che ormai nessuno voglia immaginare altri mondi al di là del nostro.

Lo abbiamo commentato prima. Sembra che abbiamo perso la potenza, la scintilla e internet non sembra che ci stia aiutando in questo caso. Però, quando ti dico che ripongo speranza nei testi delle femministe giovani, sono sincera. Ripongo speranza anche in altri punti di vista femminista. Sono infuriata con gli uomini. Non riesco a capire perché in questioni così gravi come lo stupro sono le donne che si riuniscono a parlarne e non gli uomini; ancor più quando questo accade in ambiti di sinistra e dei movimenti sociali.

Gli uomini devono pensare che lo stupro è affar loro, noi ne abbiamo fin sopra i capelli. Se non vi interessano i nostri problemi, per favore, ditelo chiaramente e faremo una guerra. Ma, se decidiamo di vivere insieme, sedetevi a pensare e comportatevi di conseguenza. Siate femministi, ma siatelo veramente.

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Ancora una campagna antiviolenza che colpevolizza le donne

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Gabriella mi segnala una terribile campagna contro la violenza sulle donne. Naturalmente è tutta colpa della donna, perché non confida nelle istituzioni, perché crede ancora che lui possa cambiare e inoltre è necessario presentare la donna piena di lividi non rispondendo alle stesse richieste che chi si occupa di comunicazione da tempo fa a chi promuove queste sbagliatissime campagne antiviolenza.

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Il buon razzista

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Il buon razzista dice che colpevoli della strage di migranti sono altri, ovvero quelli che gli danno speranze e così li inducono a “sradicarsi, viaggiare, morire”. Un po’ come dire che colpevoli di tante forme di relazioni politiche disfunzionali sono i cittadini che chiedono tante cose e poi non ne ottengono nemmeno una. Il buon razzista dice che bisogna essere realisti, mai buonisti, perché è proprio la pietà che uccide gli immigrati. Invece se gli dici di no, subito, allora potrebbero comodamente morire in casa propria e non sarebbe affare nostro.

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Lettera aperta a un@ cattolic@: chi ha paura di me?

Foto di Ilaria Sagaria
Foto di Ilaria Sagaria

Rifletto, scrivo, manifesto un’opinione e poi qualcun@ dice che certe affermazioni risulterebbero violente perché c’è chi teme di veder sgretolarsi il proprio mondo. Ma cosa posso sgretolare io che non ho forza né potere contrattuale. Io precaria, povera, non aderente a nessun gruppo che abbia la facoltà di far pesare il proprio punto di vista?

Scrivo dal margine e quel che scrivo non viene restituito in forma corale. Rispetto il punto di vista altrui e lo ascolto con attenzione, anche quando è lontanissimo dal mio modo di vedere, perché non ho difficoltà a mettermi in discussione e perché penso che in fondo bisogna cercare e trovare un modo di parlarsi, di comunicare, anche tra persone che la pensano in modo differente.

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Shaimaa e le altre: nessuna manifestazione contro la violenza di Stato?

Shaimaa Al-Sabagh con il marito che tenta di soccorrerla. Morirà poco dopo.
Shaimaa Al-Sabagh con il marito che tenta di soccorrerla. Morirà poco dopo.

Sono donne che non si rassegnano, combattono, nelle piazze di tutto il mondo. Non le trovi in appuntamenti connotati da mitezza filo/istituzionale. Le trovi invece con il pugno alzato, a tirare pietre per difendersi dalle legnate dei tutori, a fare da scudo, utilizzando il corpo, per impedire che altri si approprino di tutte le libertà. Le donne che scendono in piazza, di volta in volta, imparano a guardare in faccia il proprio nemico. Difficile spiegare il disorientamento che si prova quando ti accorgi che i tutori che dicono di difendere i cittadini invece sono lì a difendere i poteri dalle persone dissenzienti come te. Sono la barriera che impone censure ai tuoi passi avanti. Sono quelli che un giorno ti fanno credere che ti proteggeranno, usando la violenza sulle donne come propaganda affinché si stabilisca una loro legittimata utilità, e il giorno dopo il marketing istituzionale scivola via. Ti picchiano in testa e per lasciare salda l’immagine buona che divulgano di se’ dicono che tu sei la persona cattiva, la terrorista, la violenta.

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