La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Gravidanza sempre bella e fantastica? Ma anche no

Lei scrive:

Buongiorno a tutto lo staff di Abbatto i Muri,
Non so se questo mio pensiero sia inerente alla pagina e ai temi trattati, in ogni caso è qualcosa che tocca l’universo femminile e a suo modo i tabù che si porta dietro da anni e anni.
Sono una donna trentenne o poco più, incinta al settimo mese di un bambino fortemente voluto e fortemente atteso. E qui viene il bello. Nessuno mi ha mai detto di quanto fosse difficile portare avanti una gravidanza.

Nessuna mia amica, sorella, cugina, madre, suocera mi ha parlato dei fastidi, degli attacchi di panico, del terrore che ti assale la notte e dello sconforto che ti prende anche quando devi semplicemente allacciarti le scarpe ed è un’impresa molto complicata con un pancione davanti.

Solo forse qualche vignetta umoristica, o qualcuno che bolla questi momenti come semplici sbalzi ormonali, come se noi donne non avessimo il diritto di essere tristi mentre aspettiamo un figlio, anche se è una cosa che abbiamo voluto e che abbiamo scelto di fare.

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La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Sono la mamma di un ragazzo accusato di stupro e dico basta!

Questa è una lettera particolare che noi abbiamo inserito nella categoria delle #beddamatresantissime. Poi diteci che ne pensate.

Lei scrive:

Salve Abbatto i Muri. Vi scrivo perché mi sento chiamata in causa ogni volta che si parla di un ragazzo accusato di stupro. Io e mio marito ne abbiamo abbastanza di tutte le accuse delle femministe e spero che non cestinerete questa lettera solo perché non sono d’accordo con voi. Il punto è questo: due anni fa, quando mio figlio aveva sedici anni, un gruppo di bulli l’ha picchiato e mandato all’ospedale. Abbiamo chiesto il perché e lui non ha voluto dire niente. Poi abbiamo saputo che la mandante, se così si può dire, era una ragazza anche lei sedicenne che lo aveva accusato di averla molestata. Nessuno si è premurato di capire se fosse vero oppure no e d’altronde lei non lo aveva denunciato alla giustizia ma si era affidata a questo branco di violenti che ha inferto sul corpo di mio figlio ferite permanenti.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

#NonFateFigli: Abortite il figlio dell’uomo violento

Foto di Joel Peter Witkin

Lei scrive:

Cara Eretica, posso aggiungere un motivo in più all’invito a non fare figli? Perché sì, ci sono delle ragioni per cui è meglio non farli i figli. Io per esempio non ne ho voluti perché ero troppo fragile per liberarmi da un uomo violento e fare un figlio mi sembrava un atto di grande irresponsabilità. Oltretutto lo vedevo come una specie di catena a vita. Sto cercando di liberarmi di te e faccio un figlio per dilatare la relazione all’infinito? Direi di no. Importa poco chiedermi se un figlio lo volessi o no. Ci sono determinate condizioni per le quali secondo me i figli è bene non farli.

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Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Care amiche: non fate figli. La rivoluzione inizia da un rifiuto!

Da varie città d’Italia arriva segnalazione della presenza di manifesti con slogan omofobi e razzisti siglati da, indovinate un po’, nientemeno che quella organizzazione di buontemponi nostalgici fascisti di Forza N-Uova. In questi manifesti sono riuniti tre concetti chiave della loro propaganda da Dio/Patria/Famiglia: il controllo del corpo delle donne a scopo riproduttivo affinché diano figli alla patria, con relativo premio alla miglior partoriente secondo il Duce (immagino), affinché collaborino al progetto di pulizia etnica (figli italici, giammai figli di immigrati), affinché affermino che l’unico modello di famiglia esistente è quello etero basato su stereotipati ruoli imposti dalla croce biologica.

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A proposito di madri Vs ChildFree

Lei scrive:

Cara Eretica, qualche tempo fa si parlava dell’annosa questione “mamme vs childfree”.

È da un po’ che rifletto su questo e sono convinta che fare la guerra alle madri non ci aiuterà mai nell’essere accettati come cf, perché tanto loro quanto noi siamo frutto della stessa mentalità maschilista.
Non è contro le madri che dobbiamo alzare la voce, non è con loro che dobbiamo prendercela.

Di recente ho avuto una conversazione inaspettata e, a parer mio, molto interessante con una mia collega.
Lei ha due bambini, è una donna che si impegna nel suo lavoro e che sta cercando di crescere i figli al meglio delle sue possibilità.

Premetto che conosce le mie posizioni cf e che non mi ha mai giudicata per questo.
Quel giorno stavamo lavorando su un articolo da pubblicare (ci occupiamo di linguistica) in cui si indagano le spie del maschilismo viste attraverso la lente della lingua italiana, che ovviamente riflette la società che l’ha generata e che la usa, come qualsiasi altra lingua del mondo.

Io stavo valutando la possibilità di tradurre l’articolo anche in inglese e lei mi ha detto di non avere il tempo di farlo.
Le ho risposto che non era assolutamente un problema perché avrei potuto occuparmene io insieme ai nostri colleghi di lingua inglese e lei ha ribattuto, con tono seccato:
“Bello avere tanto tempo a disposizione, vero?”.

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Uomo picchia la figlia della compagna: “non sono meno femminista se critico anche lei”

Lei scrive:

Cara Eretica ho letto le tue considerazioni sulla vicenda della bambina picchiata dal convivente della madre. Capisco in linea di massima quello che vuoi dire ma mi trovo in disaccordo su molte cose. Non provo livore nei confronti di questa donna e men che meno voglio demonizzare le “madri cattive”. Per me quelle madri sono semplicemente umane come lo sono anch’io. Non siamo perfette, a volte i figli arrivano e ci rendiamo conto di quanto sia difficile prendersi cura di loro. So quanto sia facile mollare un figlio ad altri per prendere anche solo una boccata d’aria ma questa madre racchiude in se’ caratteristiche che mi preoccupano. Non si tratta di una madre che esprime consapevolmente egoismo per prendere tempo per se stessa. Non è una donna come quelle che ti raccontano storie difficili che tu pubblichi sul blog. Parliamo di una donna senza strumenti culturali, che non può e non sa emanciparsi da una situazione di degrado. Non è tanto il fatto che abbia dato ospitalità ad un uomo violento che mi preoccupa ma il fatto che chiaramente questa donna è una persona irrisolta, una che in televisione (l’ho vista dalla D’Urso) ha interpretato il ruolo della beddamatresantissima che a te non piace (neppure a me).

Lei, insomma, non è una di noi. Non è una donna che si mette in discussione e che analizza se stessa. Lei è una di quelle che rafforzano la retorica da “ventennio fascista” di cui parli. Lei contribuisce a realizzare la trappola che la terrà in ostaggio, prigioniera. Le tue critiche sono giuste ma credo sia opportuno fare dei distinguo affinché io, donna che non ha amato da subito il proprio bambino e che lo ha lasciato volentieri da parenti e vicini di casa, possa dirmi diversa. Quella donna è chiaramente vittima di ignoranza e pregiudizi. Lei parla per stereotipi, si adegua al bisogno di oggetti di indignazione del pubblico (ha detto in tv che vuole che lui marcisca in galera). Non è il mio nemico ma non è neppure una mia amica. Non stiamo dalla stessa parte e questo credo bisogna dirlo. Giusto sottolineare quanto siano gravi gli insulti che ha subìto ma altrettanto giusto dire che non mi considero meno femminista perché lei non mi piace. Non mi piace affatto.

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Lei difende il “patrigno” violento? Riflessione sulla retorica del martirio delle madri ” perbene”

Opera di Zidzi Slaw Beksinski

 

Appartengo alla categoria di donne che si è “rifatta una vita”. Non capisco esattamente che vuol dire ma è così. Nel senso che la vita è sempre la stessa. Non l’ho rifatta. Sono semplicemente andata avanti. Non sono migliore di altre donne e non le giudico. Se hanno deciso di stare con altri uomini che non sono i padri biologici dei loro figli le capisco. Perciò non penso di essere superiore a nessuno quando dico che mi irritava molto avere a che fare con un uomo che si permetteva il lusso di usare un tono autoritario con mi@ figli@. Se un “estraneo” interferiva con le mie scelte educative mi incazzavo moltissimo. Ma non ero sola. I miei mi hanno aiutata molto e so che la solitudine, specie nel ruolo materno, può togliere forza e anche lucidità. Perciò non mi vanto di non aver voluto nessuno in casa mia e di mi@ figli@. Diciamo che è semplicemente capitato. Il mio ex era un violento, mi ha quasi uccisa e di su@ figli@ se ne fregava. In ogni caso credo avrei pensato che la creatura stesse meglio con me che con lui. Anche quando sono stata cattiva, violenta io stessa, egoista e tutto quel che può fare sentire in colpa una madre in questi casi.

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La mia storia su gravidanza, parto e maternità. Il punto di vista di una vittima della violenza della propria madre

Lei scrive:

Io sono stata vittima di violenza familiare per 21 anni, vittima di violenza da parte di mio fratello, e soprattutto da parte di mia madre.
Mia madre non mi ha mai voluta, e non mi ha nemmeno mai risparmiato i dettagli del suo rifiuto per la mia esistenza: è stata lei a confermarmi con orgoglio che quando scoprì di essere incinta di me voleva abortire (e che non lo fece solo perché avrebbe comportato separarsi da mio padre e dai soldi della sua famiglia), è stata lei ad usare su di me ogni tipo di violenza verbale, psicologica e fisica. Potrei raccontare fiumi di episodi raccapriccianti, e le mille sfumature delle conseguenze che hanno avuto su di me, ma oggi vorrei parlare della gravidanza, del parto e della maternità, quindi è meglio non dilungarsi (che già non sarò breve).

Fin da quando ero piccina, che io ricordi, ho sempre cercato di reagire al male subito in modo meno distruttivo possibile, cercando di imparare “il male che fa, e a non rifarlo agli altri” (credo sia stato, questo, lʼunico consiglio datomi da mio padre che avesse un senso, e che io ho cercato di mettere in pratica diligentemente, da brava bimba innamorata del suo eroe – mio padre era lʼunico in famiglia a non usare violenza su di me, non direttamente almeno. Solo da adulta mi sono resa conto del vigliacco che era, nel non aver mai fatto niente per evitarmi la violenza…). Di questo consiglio ho fatto un motto che, probabilmente, mi ha salvato la vita: ci ho costruito tutta la mia salute mentale su questa frase ed io no, non sono diventata una sociopatica violenta, cosa che invece è successa a mio fratello (che mi ha picchiata e ha anche cercato di uccidermi per due volte, quando siamo diventati più grandi).
Su questa frase ci ho costruito la mia salute mentale, e la mia identità, anche con un certo orgoglio: in 38 anni di cose stabili e di successo ne ho costruite poche, perché sono sempre stata precaria o disoccupata, nonostante una laurea brillantissima, perché con mio marito arriviamo con difficoltà a fine mese, etc… Però io sono sana. Non sono violenta.

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Care mamme, parlate della vostra paura

“Mio figlio è “capitato”. Non l’ho presa bene, affatto. Ho sofferto tanto inizialmente, ma qualcosa mi diceva “tienilo, tienilo, è tutto quello che hai”. Decido di seguire il mio cuore. Lotto tanto per questa gravidanza, e quando finalmente nasce… buio. In ospedale è tutto tanto ovattato, non mi rendo bene conto. Torno a casa, sono sola con lui. Scoppio in lacrime. È tranquillo, non avrei niente di cui lamentarmi, ma piango disperatamente, ogni giorno. Lo sento piangere e mi ci vuole sempre di più per alzarmi e coccolarlo. Mi accuccio davanti alla porta chiusa della sua cameretta e sbatto la testa, perché mi sento sola. Non so più chi sono. Non so se amo questo bambino. A volte lo sento morbosamente mio, nessuno lo può toccare. Altre volte lo guardo piangere senza emozioni. Dormo il più possibile, mi addormento dappertutto, nonostante di notte io dorma senza interruzioni perché il bimbo è un dormiglione. Mi isolo da tutti, ma posto tante belle foto e tante belle cose perché mi vergogno di quello che provo, o non provo, per mio figlio. Ho bisogno che tutti pensino che lo amo alla follia da sempre.

Maggiormente, ho bisogno di saperlo io. Perché io non lo so, se la mia voglia di staccare sia lecita. Se la mia voglia di tornare indietro possa coesistere con l’amore materno di cui tutte parlano. Cerco su Google come si ama un figlio. All’improvviso, non lo sa più nessuno. Perdo tutti, perdo tutto, e mi sembra una tragedia, finché non mi rendo conto di aver perso me, totalmente. Mi rendo conto che tutto il tempo passato a cercare di sembrare normale, mi stava mangiando dentro. Inizio a chiedere aiuto, ma mi sento giudicata, masticata e risputata al mondo. Mi chiudo sempre di più, mando tanto, troppo spesso mio figlio dai nonni, lontano da me, dove posso non guardarlo volendomi suicidare per il senso di colpa. Ma mi manca. Mi manca da morire.

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Uccidere mia madre, per andare avanti

Lei scrive:

Cara Eretica, in questi giorni state parlando molto di violenza sui bambini e di madri violente e io volevo raccontare la mia storia. Mia madre non tirava solo schiaffi, non erano quelli a farmi male. Era la sua maniera distruttiva, una specie di tornado che distruggeva tutto quello che incontrava. Urlava spesso, la sentivo arrivare e il mio cuore batteva forte. Avrei voluto nascondermi ma non sapevo dove. Ero già grande eppure non capivo e soprattutto non capivo le sue contraddizioni. Come fai ad essere una donna tanto amabile all’esterno e così distruttiva dentro casa? Prendersela con me o con le mie cose per lei era lo stesso. In cinque minuti era in grado di mandare letteralmente in pezzi la mia stanza e io restavo lì a raccogliere i pezzi. Poi mi chiedeva scusa e io non ero in grado di ribellarmi fino a quando non ho avuto la forza di allontanarmi da lei. L’ho cercata a lungo, ho tentato di volerle bene e di farmi voler bene ma non ci sono riuscita e dolorosamente l’ho lasciata andare, lei mi ha lasciata andare. Se ho avuto dei genitori decenti quelli sono stati i miei nonni, anche se erano la causa diretta della violenza di mia madre. Era cresciuta in un luogo sbagliato e non aveva avuto alternativa se non quella di assimilare i loro metodi. Questo però non la giustifica. Non la giustifica affatto.

Certe volte avrei voluto che lei avesse abortito. Perché farmi nascere per poi darmi la colpa della violenza che mi faceva subire? Mi sono spesso detta che sentirmi vittima non aiuta granché e allora ho provato a stare meglio con me stessa. Lei con il tempo ha ammesso le sue responsabilità ed è andata in cura per depressione ma, per quanto io sappia che la sua vita sia stata molto difficile, cresciuta anche lei tra tanta violenza, non sono riuscita a perdonarla. Qualcuno dice che dovrei cominciare da lì per dedicarmi a me stessa ma non riesco e non penso che dovrei. Sono grande ormai e so che restare ancorata alla visione adolescenziale della vita non mi aiuta ad andare avanti, non riesco ad andare avanti, ma anch’io merito aiuto. Non ho fatto figli e credo di non volerne fare mai. Ci sono andata vicino una volta ma non me la sento. La violenza è dentro di me e non potrei risparmiare quel dolore ad un bambino. Non so se riuscirei a spezzare quel maledetto cerchio. Forse potrebbe servire a farmi meglio capire mia madre ma non posso crescere sulla pelle di un figlio. Meglio di no.

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A proposito di maternità: un contributo personale, parziale e poco lucido (ma non ho bevuto!)

Lei scrive:

Ciao, forse sono una lettrice sui generis del blog ma sono molto appassionata. Sono consapevole di vivere in una “condizione privilegiata”: sono bianca ed eterosessuale, sono economicamente indipendente, sono cresciuta in una grande città d’Italia, non ho vissuto abusi sessuali e l’incontro che ho avuto con le strutture mediche che praticano aborto è stato (strano da dire) positivo. Ho due figli, desiderati, sani, ho un compagno che mi piace molto e io piaccio a lui, mi sento fortunata.

Quando leggo i post di questo blog vivo uno strano sdoppiamento. Da un lato mi sento madre e quindi solidarizzo con quelle madri imperfette, incoerenti e a volte cattive che incombono sulle figlie. Penso cazzo, queste donne potrebbero essere me. Ecco, non voglio calpestare i sentimenti di chi soffre a causa di comportamenti mortificanti o giudizi taglienti dei genitori (penso alla ragazza la cui madre è fissata con le donne “grasse”) ma essere madri è una cazzo di responsabilità. Richiede un continuo “cambio di posto”…”ora sono me stessa-ora sono la mamma”, “ora voglio ruttare e dire parolacce al telegiornale-ora ti devo insegnare un minimo di educazione”.

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La retorica sulla maternità felice è una truffa

Lei scrive:

Ciao eretica,

siccome ultimamente avete parlato di maternità, volevo raccontarti anche la mia storia.
Resto incinta a poco piu di vent’anni: errore, ingenuità, distrazione o non lo so. Fatto sta che aspetto un figlio. Non appena lo dico al mio medico di base per farmi prescrivere le analisi del sangue che lo confermino, mi sento rispondere: “complimenti perché sta per iniziare una nuova vita!”. L’idea dell’aborto non è nemmeno contemplata. Idem il mio fidanzato. Lui è più grande, già lavora e mi dice “ma si, vedrai che con qualche sacrificio ce la faremo e saremo una famiglia felice”.

A questo si aggiungono i nostri genitori che nel giro di 24h hanno già detto a mezzo mondo che saranno nonni (pare non aspettassero altro). Inutile dire che in tutto questo non prendo nemmeno in considerazione l’idea di non tenere il bambino: per anni mi hanno convinta che l’aborto era un gesto orribile e che mi sarebbe rimasto dentro come un macigno per tutta la vita. Passano i giorni, la pancia cresce e chiunque mi incontri mi dice che è una notizia meravigliosa, che sarà fantastico, che non appena lo vedrò sarò felice, che un suo sorriso mi ripagherà di cento notti insonni e così via.

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I comandamenti del Ddl Pillon: non divorziare, non responsabilizzare e non disturbare il Pater Familias

“Meglio divorziata che ragazza madre!” – disse una parente obbligandomi a fare quel che non volevo fare. Ossia un matrimonio riparatore. Aspettavo un figlio e non potevo farlo senza che venisse regolarmente riconosciuto come frutto dell’unione coniugale di un uomo, benché violento, e una donna. E’ una sintesi estremamente semplificata ma non aggiungo complessità perché quel che mi interessa è commentare alcune battute di esponenti politici a sostegno del ddl Pillon, il ddl sull’affido condiviso, i quali sostanzialmente ammettono di voler fare di tutto affinché il divorzio non sia un’opzione. Io concludo che nel caso di legami infarciti di violenza si pensa sia “meglio una donna morta che divorziata”. D’altra parte c’è chi dichiara di essere contro l’aborto e di voler riportare l’ordine sociale all’età della pietra, ovverosia al tempo in cui una donna doveva solo fare figli, pensare alla cura familiare e ritirarsi da qualsivoglia impegno lavorativo retribuito per lasciare il posto agli uomini che dovrebbero – e giuro che è stato detto questo – essere pagati di più per consentirgli un mantenimento perfetto della famiglia.

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Parto “naturale”? Il nemico non è la medicalizzazione

Lei scrive:

Negli ultimi decenni si è assistito a un cambiamento nella visione del parto.

Quando sono nata io, nei primi anni ’80, apparentemente mia mamma non aveva grandissime aspettative a riguardo, se non che mi tirassero fuori nel modo più sicuro per entrambe le parti in causa. Mi ha raccontato di ricordare pochissimo dell’effettivo travaglio e del momento di espulsione, non perché “i dolori tanto si dimenticano” quanto perché era stata opportunamente sedata.

Adesso un simile atteggiamento viene guardato con sospetto e indignazione: il parto non è più soltanto il momento dell’uscita del bambino dal corpo materno ma un’*esperienza*, che deve essere vissuta appieno, deve essere magica, mistica, soddisfacente, deve essere “un bellissimo ricordo”, deve farti provare appieno l’energia del corpo femminile eccetera eccetera, bla bla bla.

Il corpo femminile è “fatto per questo”, non c’è “niente di più naturale”, è “fisiologico”: gli eccessivi interventi medici rendono il processo più difficili, anzi, perché si ostinano a intervenire? Non sarebbe meglio partorire direttamente a casa, in modo da poter fare il parto in acqua, il parto ipnotico, il parto orgasmico, magari aiutate solo da un’ostetrica e una doula, senza ‘sti medici che si ostinano a stare tra le palle, magari per salvare la vita del bambino?

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Il parto è crudo ma voglio dire la mia

Lei scrive:

Grazie per la pagina interessante ed intelligente, una perla rara nello zoo urlante dei social.

Ti scrivo perché sono colpita dal post sul parto (“Ciao ragazze vi spiego come è un parto e vi passa la voglia di fare un figlio) e, sebbene all’inizio pensassi di commentare quello, credo che il mio commento sarebbe troppo lungo.

Intanto grazie per questa testimonianza. Credo che oggi giorno tutto quello che sta attorno alla maternità sia ampiamente edulcorato, con il risultato che quando ti ritrovi sola, ferita e dolorante, con un neonato che strilla e la casa per aria non puoi che sentirti completamente inadeguata ed incapace. Nella tua testa fanno eco le immagini di mamme perfette della pubblicità della pampers, bambini sorridenti e felici, case splendenti e disinfettate e lunghe passeggiate con la carrozzina ultimo modello (rigorosamente in forma smagliante, perché sei anche donna e non puoi rinunciare al tacco 12). A te no. A te è toccato il bambino difettoso, che se lo metti in culla piange, se lo metti nel passeggino piange. Lui deve starti addosso. Sempre. E addosso ti stanno pure tutti gli altri con i loro consigli invadenti. Tu ti trascini con il tuo grappolo di emorroidi, i capelli unti da una settimana, uno schema di Natale al punto croce sulla vulva e pensi con sconforto alla tua pancia flaccida e striata (colpa tua anche quello, perché non sei tonica abbastanza e perché non hai speso tutti i tuoi risparmi in olio di rosa mosqueta colta in plenilunio da vergini tibetane). Tutti ti ricordano quanto sei fortunata ad avere quella creatura e quando appena appena il “chicazzomelhafattofare” tenta di avvicinarsi alla soglia del pensiero cosciente, ti senti in colpa ed ingrata (specie se quel figlio l’hai cercato per anni e hai troppo spesso avuto paura che non sarebbe venuto mai)

Nella mia vita non ricordo nulla di così sconvolgente e demoralizzante come i 30 giorni dopo il parto. La maternità è un periodo duro difficile e stremante, del quale il parto non è nemmeno il momento peggiore e sarebbe giusto parlarne, sarebbe giusto raccontarne e sarebbe giusto essere pronte ad accogliere con più consapevolezza il crollo ormonale del post parto.

Però.

Però il post che ho letto secondo me va fin troppo nell’altra direzione. Cerco di spiegare quel che intendo.

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