
Conosco mio marito da venti anni. Siamo sposati da dieci e, da tre, pratichiamo (appagati e divertiti) sesso bdsm. Abbiamo un lavoro e mezzo in due, una coppia di pargoli vivaci, una casa e un pappagallo.
Circa un mese fa, è successa una cosa che non sarebbe dovuta succedere.
I bambini vengono invitati a dormire a casa di amichetti e noi, quasi increduli che ci sia stata concessa una notte da soli senza elemosinarla ai nonni, ci prepariamo per i nostri giochi sessuali.
Come mi vuoi? – gli chiedo
Vestita di rosso, con i tacchi di metallo, niente mutande, cerchioni di argento alle orecchie, truccata pesantemente – risponde
Ok – e mi preparo.
Mi sentivo strana quel giorno, forse i primi caldi, il ciclo mestruale in arrivo, la cronica carenza di sonno. Ne avevo voglia, ma mi sentivo anche stanca, un po’ malinconica e appesantita. Non volevo però perdere quell’occasione. Il nostro sesso bdsm è quasi sempre un sesso rubato, sottratto al vortice delle millemila incombenze quotidiane. E – ovviamente – possibile solo se entrambi i bambini sono fuori casa.
Abbiamo (avevamo) una parola di sicurezza: appena uno dei due l’avrebbe pronunciata, tutto si sarebbe interrotto all’istante. Essendo io spesso imbavagliata, oltre alla parola, avevamo anche concordato un gesto. In questi anni non abbiamo mai avuto bisogno di usare né l’una né l’altro. I nostri corpi si conoscono perfettamente: abbiamo un sapere reciproco profondo di ogni tonalità di sospiro, di ogni trasalimento muscolare, di ogni piega del corpo, di tutta la sensibilità della pelle, di tutti i circuiti psicologici ed emotivi che tiriamo fuori, ed anche (ovviamente) delle resistenze, delle paure e dei limiti. I nostri corpi si sono scambiati parole per venti anni.
All’inizio è andato tutto bene: entrambi eccitati, all’erta, desideranti. E’ stato tutto esattamente come desideravo: turbine, godimento e liberazione. Poi, dopo il mio secondo orgasmo, ho cominciato a sentirmi stanca, volevo fermarmi, avevo sonno ed ero un po’ scombussolata. Lui mi cercava ancora. A quel punto io non solo ero imbavagliata, ma legata in una posizione che non mi permetteva di ricorrere al gesto di sicurezza. Sono rimasta tranquilla, nutrivo l’assoluta certezza che mio marito avrebbe recepito i segnali del mio corpo e si sarebbe fermato. Lui è la mia luce, la mia montagna, il mio porto ed anche le mie vele spiegate, mai mi avrebbe fatto del male. Lui ed io siamo il nostro amore. Invece non se ne è accorto: mi ha sodomizzato senza che io ne avessi alcuna voglia in quel momento. In tanti anni di rapporti anali non ho mai subito una lacerazione, mai è uscito sangue. Questa volta sì.
Sono rimasta tramortita, spaventata e dolorante. Quando mi ha vista piangere, dopo la doccia, ne abbiamo parlato. E’ rimasto sconvolto, piangeva pure lui e tremava come una foglia, si dava dei pugni in testa e ha giurato che – in preda all’eccitazione – non si era accorto di nulla. E io so che è vero. So che purtroppo è verissimo.
Da allora lui non ha più pace. Io sono ancora scossa da qualcosa che non è uno stupro ma non è neanche stato uno scambio consenziente. Da settimane non ci tocchiamo più.
A chi lo racconti che ti sei sentita violata da tuo marito al quale tu stessa hai chiesto di legarti, bendarti e imbavagliarti? Chi ci crederebbe?
A chi lo racconti che lui non era affatto consapevole del potere e della forza che stava esercitando? Chi ci crederebbe?
Ci accarezziamo le mani e proviamo a perdonarci. Entrambi. Ad assumerci la responsabilità di un gioco comune che ci è scappato di mano perché le cose, a volte, accadono. Nonostante tutte le precauzioni, le premure e l’indiscussa consensualità. Nonostante il profondo amore e l’indescrivibile piacere che ci doniamo ogni volta.
Siamo innocenti, continuo a ripetergli. Vita accanto alla mia vita, corpo dentro il mio corpo, te ne prego andiamo avanti. Non abbiamo bisogno di alcuna assoluzione che non sia la nostra. Reciproca. Responsabile. Sincera.
O non è così?
Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi l’ha scritta e raccontata.
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