Antonella, cioè io, aveva un paio di scarpe con la fibia alla caviglia. Belle belle, le piacevano tanto.
La racconto così perché se parlo in terza persona forse riesco a definirvi quel pomeriggio, quel momento, quella particolare circostanza.
Con le scarpette piccole da piccola undicenne, senza tette, senza carne, con quel corpo un po’ sguarnito e gli occhietti di chi vuole sapere, camminava lungo la strada per andare a bottega, ché erano i tempi in cui le mamme ti davano moneta e andavi a raccattare un po’ di spesa, quel minimo indispensabile, la dimenticanza dell’ultima ora. Un po’ di zucchero, una bottiglia d’olio – e fai attenzione, non la rompere che sono anni di disgrazia – il sale o capitava a volte il pane.
