Religione cattolica: che libero arbitrio se fin da bimbi siamo indottrinati?

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Lei scrive:

Cara Eretica,
non sono atea ma in linea di massima non mi piacciono le religioni, dunque non ne seguo nessuna pur incuriosendomi molte. Non ho nessuna intenzone di imporre il mio punto di vista (nonostante quasi tutti abbiano tentato di farlo con me).
Ho spesso anche pensato che se, per esempio, si mettessero veramente in pratica alcuni dei principi predicati (amore universale, non violenza, etc…) il mondo non sarebbe questo casino, quindi c’è qualcosa che non va.

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Mi masturbavo da bambina. Era una cosa sporca e brutta?

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Laura scrive:

“Cara Eretica, seguo da tempo il tuo blog, lo trovo stimolante e mi aiuta ad avere uno sguardo verso realtà che altrimenti non scoprirei. Comunque oggi, leggendo, sulla pagina facebook di Abbatto i Muri, l’articolo sulla masturbazione infantile mi è venuto da sorridere, semplicemente perché io ho il ricordo di quando lo facevo, ed è uno di quei primi ricordi di certo non usuali e che vivi con un certo imbarazzo.

Ovviamente all’epoca non ne avevo coscienza, facevo certe cose che mi procuravano un piacere fisico, e solo dopo, crescendo, ho collegato i pezzi e sapevo dare un nome a quelle movenze. Si trattava di masturbazione. Né più, né meno.

Da adolescente questa idea mi ha sempre imbarazzato moltissimo, soprattutto perché io ricordo chiaramente che coinvolgevo altri bambini in questo “gioco”; poi crescendo ho compreso che forse rientrasse nell’ordine naturale delle cose, che non è che fossi una bimba “sporca” (anzi, io poi il sesso l’ho scoperto piuttosto tardi), semplicemente, con tutta probabilità, stavo dando retta al mio corpo. Era una causa-effetto. Capisci che una cosa ti piace e la fai. E se non hai costruzioni mentali che ti suggeriscono che quello è sbagliato continui a farlo, e anzi siccome è bello vuoi condividerlo con altre persone.

Così io ricordo bene che se inizialmente la mia piccola consolazione infantile derivava dal contatto con il cuscino poi scoprii, credo a 4/5 anni, che quando giocavo con mio fratello maggiore e lui faceva il mio cavallo, anche quello strusciamento sul suo sedere era piacevole.

Andando alle elementari raccontai questa scoperta a due amichette. Una trovò la cosa interessante, l’altra fu inorridita e così io capii che forse era una brutta cosa di cui vergognarsi.

Da che ricordo per un po’ condivisi quei momenti di masturbazione infantile con la mia amichetta, per un po’, fino a che capimmo che quella fosse una cosa “sbagliata e brutta” e scese un velo di silenzio e di imbarazzo sulla questione.

In realtà, sebbene razionalmente io ora dica che non ci fosse nulla di lascivo o torbido in quello che facessi, non posso fare a meno di provare dell’imbarazzo, forse anche perché, chissà come mai, tra tutti i possibili ricordi infantili, io ho proprio questo. A fatica ho accennato la cosa al mio compagno che mi è sembrato più che altro divertito.

Beh questa confidenza credo sia servita più che a me, ma magari può servire anche a qualcun altro,  per riflettere sulle normali pratiche di scoperta intima infantile.

Ad ogni modo  ho un ultima riflessione da fare su questo tema, del tutto personale, e forse campata in aria. Io penso che questa pratica infantile forse ha influenzato anche il mio modo di essere donna oggi. Ancora oggi il mio modo di masturbarmi è unicamente quello di strusciarmi con un cuscino in modo da favorire un orgasmo clitorideo, che è anche il più frequente  durante i rapporti con il mio compagno.

Ti lascio questa testimonianza, senza capo ne coda, in effetti. sentiti libera di usarla come preferisci.”

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#Trieste: le bugie sul Gioco del Rispetto e la risposta delle curatrici

A proposito delle balle raccontate sul progetto di Trieste, ecco il comunicato delle curatrici. Tutta la mia solidarietà a queste persone che in questi giorni hanno visto ricoprire di fango il proprio lavoro e se stesse. Buona lettura!

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Il gioco del rispetto e il rispetto delle regole del gioco

Alla fine l’abbiamo fatta questa riunione con i genitori della scuola da cui è partito questo caso mediatico. C’eravamo noi curatrici del progetto, c’erano le rappresentanti dei servizi educativi del Comune di Trieste, c’erano le insegnanti che hanno aderito al progetto e c’erano i genitori. I servizi educativi hanno spiegato l’iter seguito in tutte le scuole per presentare il progetto alle famiglie, hanno annunciato che questa scuola, per quest’anno, inizierà la sperimentazione con due giochi (“bocciati 9 giochi su 11, titolano subito i giornali); le insegnanti hanno letto la storia di Red & Blue e il genitore che ha sollevato inizialmente il caso su Vita Nuova ci ha letto tutto il contenuto della scheda di gioco che secondo lui invitava bambini e bambine a “toccarsi i genitali”. Gli abbiamo chiesto di leggerlo tutto, senza estrapolare frasi dal contesto. Al termine della lettura, la reazione degli altri genitori è stata più o meno questa: “E quindi?” Non c’era pornografia, non c’erano nudità, non c’erano palpeggiamenti, non c’era educazione sessuale. I genitori hanno giudicato assolutamente validi i giochi proposti dal nostro kit e, cosa più importante, hanno rinnovato la stima e la fiducia nelle insegnanti dei loro figli. Concludendo, i genitori sono pronti a firmare l’autorizzazione per far partecipare i loro figli al progetto.
Lieto fine?
Non proprio.

Questa storia si porta con sé un bagaglio pesante, fatto di violenza, di arroganza, di ignoranza, di superficialità e disprezzo per le regole e per le persone.
Facendo un sunto molto veloce di quanto successo in questi giorni:
– un genitore è stato libero di diffamare un progetto supportato da Università, Comune, psicologi, pedagogisti e insegnanti, intimidendo tutti gli altri genitori con un volantinaggio che parlava di pornografia
– il quotidiano locale di Trieste è stato libero di chiamare “osé” le proposte di gioco contenute nel progetto, scrivendo un titolone in prima pagina, senza averci mai chiesto informazioni
– il quotidiano Libero è stato libero di scrivere che in Friuli Venezia Giulia si porta la pornografia nelle scuole
– esponenti della politica italiana, che ci rappresentano nel Parlamento, sono stati liberi di disquisire del nostro progetto su social network e mezzi stampa sempre senza aver verificato le fonti (e ci domandiamo se quando vanno a discutere di politica estera o quando fanno le leggi, usino la stessa prassi)
– una troupe televisiva è stata libera di entrare con le telecamere in una scuola dell’infanzia della città senza chiedere l’autorizzazione a nessuno
– un consigliere comunale è stato libero di postare dal suo profilo facebook il nostro progetto senza chiedere alcuna autorizzazione, senza preoccuparsi del diritto d’autore o del danno derivato dalla violazione del copyright

In questi giorni la legge è stata violata in continuazione, ed è stata violata da chi dice di portare avanti una battaglia a tutela dei diritti dei bambini. Ma ci chiediamo quale esempio tutte queste persone potranno mai dare ai nostri figli. Quale etica professionale potranno trasmettere? Che cosa impareranno da loro i bambini e le bambine che devono essere protetti e protette dal nostro concetto di uguaglianza? L’intimidazione, l’alzare la voce, il disprezzo delle regole, l’indifferenza verso il lavoro e i sentimenti delle altre persone sono tutte manifestazioni che ci fanno pensare che il rispetto non rientri nelle priorità di tanta gente, e non ci stupiamo che il nostro progetto venga attaccato.

Noi qui siamo in tre. Non abbiamo un ufficio stampa, non abbiamo un social media team che ci segue online. Rispondiamo noi di persona a chi ci chiede informazioni e lo facciamo gratis, per amore della verità. Abbiamo studiato e proposto un progetto alle scuole e alle famiglie che hanno i figli in quelle scuole, non abbiamo creato un prodotto di marketing scaricabile online in versione ipad e pc. Il materiale didattico non è pubblico, ma è riservato alle famiglie che aderiscono alla sperimentazione. Ci hanno chiesto da più parti di farlo vedere, perché “la gente deve sapere”. No, non è “la gente” che deve sapere. Gli unici che devono sapere sono le famiglie e le insegnanti, che abbiamo cercato di tutelare fino all’ultimo secondo. Non siamo al circo, siamo nelle scuole. Il materiale didattico che le insegnanti e gli insegnanti usano ogni giorno nelle scuole non è pubblico o scaricabarile online. Libri, puzzle, album non sono alla mercé di tutti, ma fanno parte delle scelte autonome delle scuole.

Bene, ora tutto il materiale è online. Possiamo fare causa, denunciare, certo. Ma ormai le parole dei titoli sui giornali, dei politici e degli ignoranti sono state dette. Il danno è fatto. Perché quando manca il rispetto, che è la base di una società veramente civile, mancano le basi per far funzionare tutto il resto. C’è un grande terrore di sovvertire l’ordine, ma quale ordine? Noi vediamo solo disordine e anarchia, in cui chiunque è libero di calpestare gli altri, e senza chiedere il permesso.

Rimarremo online con la nostra pagina facebook e con il nostro sito, ma non ci presteremo più a moderare commenti che non cercano il dialogo, ma solo la provocazione. Torneremo invece a fare quello che sappiamo e vogliamo fare: migliorare e diffondere sempre più un progetto per una società più giusta e più equa, in cui i bambini siano liberi di crescere e di diventare adulti che si rispettano tra loro. Perché ce n’è un disperato bisogno.”

Leggi anche: 

L’Ideologia Gender non esiste, l’omofobia invece si!

Assassini per cultura del possesso e fobia per i padri

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Avete presente shock economy? E’ un libro e un documentario che parlano della maniera in cui uno shock, un evento traumatico, difficile da accettare, lascia le persone in balìa di autoritarismi che possono incidere negativamente sul piano economico e sociale. Lo stesso avviene quando un evento di cronaca, un fatto molto violento, in special modo se riguarda i bambini, induce indignazione, coinvolge emotivamente. La principale reazione è la perdita di lucidità, come fosse un lifting che appiattisce le rughe mentali, quelle che ti sei guadagnat@ con la maturità e l’esperienza, e con quelle perdi la capacità di guardare laicamente alla complessità, perdi l’empatia, la visione d’insieme, la capacità di sintesi, la funzione associativa, e quel che resta è la rabbia cieca e una gran voglia di affidarsi a regole forti, autoritarismi, linciaggi collettivi, uomini forti, tutori che attenuino le fobie e risolvano il problema alla radice.

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#Renzi e i bambini che gli cantano gli Inni

Dice La PantafiKa: “Io non vorrei dire niente, ma devo. I bambini e le bambine di scuola elementare cantano inni al presidente Renzi in visita alla loro scuola. Manca solo il gembiule nero. In una situazione inqualificabile come questa, una che alza la mano per dissentire è finita, soprattutto se precaria.”

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Genitore 1 e Genitore 2: non è come tornare al “capo famiglia”?

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Update: la delegata Seibezzi comunica che non ci sarà alcun numero dopo la parola “genitore”. Mi pare un’ottima cosa.

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A Venezia si discute di una proposta fatta dalla delegata del sindaco ai diritti civili e alle politiche contro le discriminazioni. Partecipazione ai bandi per assegnazione case popolari anche per famiglie omogenitoriali e cambio dicitura nei moduli di iscrizione dei bimbi agli asili nido e scuole d’infanzia sostituendo le parole “papà” e “mamma” con “genitore 1” e “genitore 2”.

Al di là dei tanti pareri, degli insulti omofobi diretti a gay e lesbiche e di quelli razzisti dedicati alla ministra Kyenge che si è detta d’accordo, mi piacerebbe spiegare perché trovo il secondo punto della proposta un passo indietro rispetto alle norme dedicate al diritto di famiglia che pochi anni fa hanno appunto eliminato la possibilità che all’interno di un nucleo familiare vi fosse un “genitore 1”, meglio conosciuto come “capofamiglia”, e un “genitore 2”.

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Bambine: consumate e siate fedeli allo stereotipo di genere!

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Un fotografo ha documentato una quattro giorni di camp per bambini non conformi al genere assegnato. Assieme a loro i parenti che li hanno accompagnati in questo percorso giocoso di sperimentazione e libera espressione. Così hanno potuto scegliere i look che preferivano e provare a somigliare un po’ di più alla maniera in cui si vedono senza perciò incontrare umori discriminatori, freddezza e colpevolizzazione da parte dei genitori, senza sfottò omofobi e senza disapprovazione normativa da parte degli adulti. QUI trovate parte della storia e alcune belle foto.

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Il genitore a incastro

Mettiamo caso che una coppia ha cresciuto un figlio. Non importa se siano mamma e papà, mamma e mamma, papà e papà, in ogni caso genitori. Poi si separano e quel figlio viene affidato in maniera prevalente ad uno dei due adulti ché poi in genere è quell@ che decide quali sono i tempi, i modi, i ritmi, le abitudini del figlio. E’ sulla base di quei ritmi, tempi, eccetera che si deciderà quando e come l’altro adulto potrà vedere il bimbo. C’è un primo genitore e poi un altro che è ad incastro, perciò lo chiameremo Genitore-A-Incastro da ora in poi, ché lei/lui si incastra a seconda delle esigenze, si adatta, non già ai tempi del bambino ma a quelli dell’altro adulto.

Un Genitore-A-Incastro, come dice la definizione stessa, si incastra nei buchi rimanenti, è funzionale, ci sei quando mi serve e se non concilia con la mia vita è di disturbo. Che palle organizzarmi per mollare il figlio, stare ad attendere il suo ritorno, perché se resta qui con me è tutto molto più semplice. Davvero lo è molto di più.

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Se i figli sono solo della madre (beddamatresantissima!)

Terragni dice che non è omofobica (anzi scrive che querela chi lo afferma) e personalmente non ho alcuna ragione per non crederle. Penso però che la sua maniera di non essere omofobica diventi normativa per le donne e gli uomini, tutti. Vorrei commentare un suo post che ragiona di figli e genitori omosessuali.

Scrive a Scalfarotto e tira fuori la storia di un ovocita fecondato con il seme di un amico gay. L’ovulo fecondato sarebbe stato impiantato nell’utero (in affitto) di un’altra donna e a fine gravidanza ecco che l’amico gay ha un figlio. Mentre Terragni parla della faccenda descrive la “madre” in quanto vittima da difendere e sostenere, perché sarebbe stata spezzata in due, divisa dal figlio (e il figlio dalla madre) e quest’ultimo sarebbe stato consegnato nelle presunte grinfie di incostanti e inaffidabili tate. La Terragni racconta che il rapporto col suo amico è andato in pezzi perché lei si oppose a quella scelta e lui perseguì ugualmente il suo obiettivo.

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