Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Sessualità, Storie

Infine non sai fare altro che darmi della troia

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Mi guardo allo specchio e sono sfatta, spettinata, devastata dalla stanchezza eppure non mi sono arresa. Sono sempre io, qui, davanti a te, e rivendico il diritto di sbagliare, eccedere, sacrificare, anche morire, se penso sia giusto per me.

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Sesso e depressione

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Lei scrive:

Ciao Eretica,
è da tempo che volevo scriverti, ma rimandavo sempre per paura di protagonismo, per paura di essere letta e quindi “scoperta” da chi mi conosce. Non sono una che si nasconde, ma certe cose le tengo per me. Le condivido con un paio di amiche, ma non dico loro tutto. Non é che non mi fido, anzi, è che ho il timore di esternare e vedere fuori di me i miei tormenti. Li tengo dentro perché sono convinta di saperli gestire meglio. Una stupida illusione forse.

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Ero una prostituta e non mi è piaciuto farlo

Mia madre era una povera disgraziata che si faceva di droga e alcool. Non voglio raccontarvi la solita storia della figlia che deve prendersi cura di una madre ridotta in quello stato. Le cose in realtà sono molto più complesse di così. Lei si sforzava di essere una buona madre e poi non ce la faceva più. Eravamo senza soldi e quando ero adolescente, ormai tantissimo tempo fa, ho cominciato a prostituirmi per comprarle quello che le serviva. L’ambiente in cui ho vissuto era talmente squallido da farmi vomitare. Ed è la nausea che ricordo in relazione al mio lavoro di prostituta. Non ero proprio una di quelle che l’ha scelto perché piace. Esistono anche loro e io le rispetto, sono d’accordo che debbano vedere garantiti i loro diritti, ma poi ci sono anche quelle come me e io so che ci sono leggi per tutelarmi. C’erano anche allora, ma avevo bisogno di soldi e mia madre non sapeva che cosa fare della sua misera vita.

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Sbronze e moralisti

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Lara scrive:

Rialzo la testa dal water e m’appoggio al muro del cesso di casa mia. Un’altra volta, un’altra sbronza notevolissima. Cominciata con spavalderia e vanità fra le vie di san Lorenzo e finita con la ritinteggiatura di varie strade e vari muri, non ultimi un paio di casa mia. Ho lo stomaco a pezzi e ce vedo triplo, ma se ripenso a ieri sera mi viene da ridere di gusto. Tanti amici, tanta gente intorno, poca, pochissima lucidità.

La gioia di lasciarsi andare a fare cose stupide e dire cose ancora più stupide, perché col cazzo in vino veritas, in vino strònzatas. Mentre sopporto i vari postumi bevendo della patetica acqua e limone, metto a fuoco che anche ieri si é palesata quella figura mitologica che appesta comunemente la vita delle persone gaudenti e allegre. Non ha una forma fissa, spesso giace sotto spoglie apparentemente innocue, si camuffa tra la gente comune, pronta a sferrare il suo attacco mortale.

Capace di abbattere financo le ovaie più resistenti, i testicoli più stabili, insomma, de scassà le palle come se non ci fosse un domani. Il/la moralista tutore/tutrice (sottofondo di nitriti di cavallo à la Frau Blucher). E badate bene che non sto parlando dell’amico o dell’amica sinceramente preoccupati per la tua condizione (se esiste un paradiso, siederete alla destra del Padre, santi uomini e donne). Sto parlando dello stronzo o della stronza che, mentre te te stai a fa i cazzi tuoi, godendote sta sbronza, comincia a commentare, prima sommessamente con la spalla di turno (spesso vanno a coppie, come i caramba) e poi più ad alta voce dicendo cose del tipo “ma guarda come si riduce certa gente” “ma te pare non se regge in piedi” “signora mia queste giovani generazioni” “oh tempora, oh mores!” Che veramente ti verrebbe voglia de tiraglie ‘na caracca in bocca, se ne avessi la forza.

Ma perché, perché perché devi giudicare? Perché? Ma ti senti migliore così? Complimenti, t’accontenti de poco. Vorresti ma non puoi? Figliolo, ma perché non puoi? Che cosa ti blocca? Pensi che io sia socialmente inaccettabile per questo? Beh tesoro mi dispiace ma continuerò ad essere FAVOLOSAMENTE inaccettabile e splendidamente ubriaca quando cazzo me pare a me.
Poi spesso il commento si evolve in chiave manco troppo velatamente sessista, del tipo “e adesso chi ti ci riporta a casa in queste condizioni?” No guarda ti ringrazio tantissimo per l’interessamento sincero ma non ti sto chiedendo un passaggio, sono una ragazza ma nonostante questo vado dove voglio sulle mie splendide gambe (incredibile, vero?). Magari sorretta, giusto un pochino, da qualche amico sincero. Ma nessuno, nessuno me deve riportá a casa, tantomeno tu, moralista delle mie gonadi.

All’ultimo livello troviamo il commento più schifoso, su cui non riesco neanche a fare ironia. Del tipo “poi non ti stupire se ti succedono certe cose”. Credo che anche questa piccola, squallida parentesi sia parte della cosiddetta cultura dello stupro. Perché se io mi ubriaco molestamente la prima cosa a cui tu, personaggio che nessuno ha interpellato, devi pensare é questo? Perché mi stai dando come minimo dell’irresponsabile, ma financo della colpevole, della provocatrice. Perché sono una ragazza, e le brave ragazze stanno a casa a ritinteggiare il bagno di rosa saponetta, non di giallo vomito.

Per cui, come condotta di vita, dal mio bagno zozzo ma vissutissimo, brindo con acqua e limone a tutti voi strani esseri mitologici, e vi auguro con sincerità di provare almeno una volta nella vita un briciolo del brivido di libertà che si prova nel perdere il controllo.

Per il resto, andatevene favolosamente ‘affanculo.

L.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie, Violenza

#BodyLiberationFront: le mie cicatrici? Mi ricordano che sono viva!

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Le mie cicatrici? Preferisco raccontarle perché una fotografia non basta a mostrare quel che per me significa ogni traccia presente sul mio corpo.

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Affetti Liberi, L'Inchiostrato, Pensieri Liberi, Personale/Politico

Di quella ragazza indipendente

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di Inchiostro

Ho deciso di dar seguito alla narrazione esposta in “La mia prima volta”, un po’ per gioco, un po’ perché secondo me potreste divertirvi.
Quindi.

 

Stavo con questa ragazza, e lei era veramente tutta particolare.
Ho appurato – ed è un appurare per niente oggettivo, ma del tutto soggettivo – nel corso del tempo che esistono varie categorie di persone. Tra tutte queste categorie, ce ne sono due che mi hanno sempre affascinato: quella delle persone autodeterminate e indipendenti e quella di chi si ostina a mostrarsi indipendente, ma in realtà non sa quello che vuole.
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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Storie

Quei pezzi di me incastrati in una storia finita

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Lei scrive:

Piango sullo stesso pavimento del bagno da un anno e mezzo. Non tutti i giorni eh, però abbastanza regolarmente. Più o meno dal giorno in cui mi sono accorta che la persona con cui stavo da tanti anni era un “artista della truffa emotiva” – ho letto questa definizione da qualche parte e la sento troppo vera, chiedo scusa a chi l’ho rubata per sbaglio – .

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La posta di Eretica, Personale/Politico, Precarietà, Storie

Lei che vuole punire l’ex marito, colpevole di non amarla più

Lei scrive:

“Sai che c’è? Ti racconto cosa sto pensando e vivendo. Ho incontrato S.
Ero libera e mi godevo la mia vita da libera. Lui no. Era sposato. Da 16 anni. Da 7 niente sesso, solo qualche rapporto orale se proprio lo chiedeva. Lei era felice così. Lui meno. Inizia a tradirla, ma non sono io la prima.
Quando ci incontriamo succede tutto e ancora di più. La passione folle, l’erotismo, la leggerezza. Nel giro di due mesi (uno passato in vacanza distanti) decide che non rimarrà a raccontar balle e prendere per il culo nessuno.
Si separa. Due figlie. Una ex moglie (ora). Tutto nella norma no? Forse.

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Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Contributi Critici, Pensieri Liberi

Cara Selvaggia Lucarelli, l’autodeterminazione non è una malattia!

Andrea scrive:

Buongiorno a tutti, tutte, tutt*.

Stavo navigando sul social più famoso del mondo e, a un tratto, mi sono imbattuto in una nota condivisa da un mio contatto donna.
La nota, firmata da Selvaggia Lucarelli, recitava:

Se fossi un uomo, se io oggi fossi un uomo, se avessi anche solo l’opportunità di essere uomo una settimana soltanto, io le donne le farei capitolare tutte. In questi tempi mesti fatti di indecisi, irrisolti e anaffettivi perennemente in cerca di vie d’uscita e scorciatoie, perennemente preoccupati di fare una scelta perchè anche agli scarti una botta non si nega. Ecco, In questi tempi qui che sintetizzo e semplifico perchè sarebbe lunga, se non lo avete ancora capito, se volete davvero una donna, siate l’uomo che fa, che decide, che ci dice cose perentorie e assolute tipo “Da oggi ci penso io”, “Ora a te ci penso io”, “Sono qui per questo”, “Voglio te e e il resto non mi interessa”, “Tu sei mia” e frasi da film che sono da film da quando non le dice più nessuno. Prendete decisioni, portateci a cena dove dite voi, prenotate voi la vacanza, marcate il territorio con virilità, senza gelosia scema ma anche senza quell’atteggiamento fastidioso che ora va tanto di moda della serie “Fai come te pare tanto non sono geloso”. Trovate il tempo per noi e se non lo avete, dateci pure i ritagli, ma che siano di passione. Fateci sentire fighe. Ricordatecelo. C’è gnocca ovunque, sfacciata, esibita, regalata. Ci serve, e tanto, avere un uomo accanto che ci metta su un piedistallo e ignori quelle sul cubo. Non lo fa più nessuno e voi, fessi, non lo avete capito. Diteci cosa volete. Prendetevelo. Vogliamo essere conquistate senza avere il tempo di fiatare. Siate maschi, Dio santo.

Ci sono più aspetti, in questo scritto, che proprio no, per l’amore di Zeus no, ma che cazzo stai dicendo.

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Sono una prostituta e le abolizioniste ci vogliono in galera, Amnesty invece no!

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Sono una prostituta che ha scelto liberamente il proprio lavoro. Sono una di quelle donne alle quali le abolizioniste non danno voce perché ascoltano solo se stesse e trattano malissimo chi non concorda con le loro idee. Ho cercato di inserirmi in qualche discussione su facebook, senza dichiarare il mestiere che faccio, e mi hanno aggredita, più d’una, trattandomi da idiota, pazza e nemica delle donne. Ringrazio Eretica per lo spazio che dà alle nostre storie perché è l’unica che fa emergere il nostro punto di vista.

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Quanta violenza da parte di chi voleva “salvarmi”

Tutto quello che chiedo è di essere lasciata in pace, da sola, con i miei lividi, perché a nessuno dovrà venire in mente di impicciarsi dei cazzi miei. Lui mi ha picchiata, e allora? Questo ti dà forse il diritto di decidere al posto mio? No, non lo voglio denunciare e no, non voglio lasciarlo. Lo so cosa si dice di solito: se ti picchia una volta lo rifarà. Ma non è detto. Non è detto che succeda a me. Povera illusa, mi fa lei, dovresti smettere subito di vederlo, e per convincermi che quella è la strada giusta mi ricatta. Se non lo lasci io e te non ci vedremo più. Così mi ricatta mia madre e mio padre e mia sorella e mia cugina e chiunque io conosca.

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Sei una femminista vittimista e moralista? La violenza sulle donne è anche colpa tua!

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Le donne che subiscono violenza avrebbero dovuto scrivere questa lettera molto tempo fa. Dato che la violenza l’ho subita a suo tempo anch’io allora credo di avere il diritto di sottoporvi il frutto della mia elaborazione, le mie nuove consapevolezze, affinché voi sappiate quanto male fate a quelle che invece ritenete di aiutare. ***

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Che fortuna che non abbia chiesto anche un pompino

Sto guardando l’ultimo rotolo di carta igienica. Poi dovrò pulirmi il culo con la carta del giornale. Ad avercelo il giornale. Mi pulirò con le pagine di un romanzo dell’ottocento. A me sono sempre piaciuti molto poco i tardo romantici.

Mi manca anche il bagno schiuma che ho allungato all’infinito con un litro d’acqua aggiunta in varie sessioni. Oramai diciamo che mi lavo con lo sputo e con una bolla simulata che viene fuori dall’apposito contenitore. Ho saltato due bollette della luce e sto sopravvivendo immaginando che tra un po’ non avrò più neppure l’elettricità. Allora mi converrà tagliare i capelli a zero, così potrò lavarli col sapone e asciugare la testa al sole.

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La ragazza che non sapeva dire di No

È difficile percepire la violenza se non ti hanno insegnato a farlo. Per esempio. Fintanto che mia madre mi diceva che era giusto punirmi perché non la aiutavo a casa io pensavo che quella violenza fosse giusta. La famiglia è il primo luogo in cui ti ingannano, frequentemente, e ti confondono così tu non distingui e tutto diventa un po’ più ambiguo. Ti insegnano che la violenza che subisci è colpa tua, dopodiché si incazzano se qualcuno, fuori, fa le stesse cose che fanno loro perché in quel caso la violenza diventa inaccettabile.

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Guardarmi dentro, riconoscermi, accettarmi, crescere

a1d4dc8219853e288c23996c41d50948Lei ha voglia di dirmi queste cose. Ecco quel che scrive. Un abbraccio fortissimo a Leila e buona lettura a voi!

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Ti scrivo poiché sono molti mesi che leggo il tuo blog. A volte leggo e vorrei staccare gli occhi, vorrei smettere di leggere perché ho la sensazione fisica di panico, di conati allo stomaco. Leggo di autoritarismo, di persone la cui libertà personale è messa in pericolo da altre persone, leggo di autodeterminazione, di femministe autoritarie. Però mi costringo quasi, ad arrivare alla fine. Ho bisogno di leggere certe cose per portare avanti la mia autocritica personale. A volte leggo e mi rendo conto di riconoscermi nell’autoritario, nel persecutorio. A volte scoppio a piangere perché il punto è che non riesco a riconoscere queste componenti della mia personalità, non le voglio.

Ho 24 anni, tra qualche giorno mi laureo in una materia che adoro. Sono andata via di casa a 18 anni per entrare in una comunità terapeutica diurna. Potevo frequentare l’ultimo anno di scuola, potevo uscire, ma sarei stata seguita passo passo da due terapeuti. Avevo moltissime dipendenze, tic nervosi, ossessioni sul cibo, sul mio corpo, sulle altre persone. Io non voglio dire che la comunità da cui provengo non mi abbia aiutata, sono grata per quello che ho imparato. Ma appena ho potuto, ho interiorizzato per bene e per comodo la nozione di “malata”.

Ero malata e quindi ero giustificata ad andare male a scuola, ero malata e non potevo fare certe cose, alcuni posti erano troppo pericolosi per me. Avevamo gruppi terapeutici ogni giorno, due volte al giorno. Se ritenevo, potevo scegliere di non studiare, potevo avere reazioni emotive di qualsiasi tipo. Era tutto giustificabile, mi impegnavo per manipolare qualsiasi cosa e portare giustificazioni a qualsiasi dovere che non avessi voglia di affrontare. Non volevo andare a scuola? Non andavo, tanto stavo male. Non volevo uscire con dei ragazzi? Non ci uscivo, tanto stavo male. Gli unici “obblighi” erano fare vita sociale per reinserirsi nella comunità, mangiare e partecipare alle attività terapeutiche.

A volte penso che la psicoanalisi sia stata per me una specie di chiesa, che lo studio dello psicologo sia stato un confessionale e che qualsiasi cosa uno analizzi sia comprensibile solo attraverso l’applicazione forzata di un sistema limitato che pretende di fornire una spiegazione faziosa. Dopo 6 anni di analisi, sono arrivata ad odiare l’analisi. Odio il modo in cui potevo usarla per giustificare l’odio per mia mamma, lo scarso rispetto per l’autorità, il bisogno di conflitto. Dopo 3 anni di comunità ero stufa marcia. Volevo fare qualcos’altro, mi fidavo dei miei terapeuti ma alcune logiche mi “stonavano”: sentivo che certi argomenti avevano verità altre da quelle che riportavano loro.

Volevo smetterla di mangiare ad orari stabiliti da altri, di uscire solo con persone “della comunità” o approvate dalla comunità. Dissi che andavo in vacanza da un amico berlinese, in verità me ne andai a zonzo per Berlino una settimana intera, sola, silenziosa. Fu meraviglioso passare una settimana a non dover pensare a cosa significavano i miei sogni, a cosa erano dovute le mie pulsioni, perché provavo un piacere o un’antipatia per qualche luogo. Per un’intera settimana non soffrii di transfert, di nevrosi, di ossessioni. Per un’intera settimana fui libera dalla psicoanalisi, dai terapeuti, dalle attività in cui potevi essere arbitrariamente portata alla gogna (quello di portare pubblicamente l’attenzione su una persona durante l’attività terapeutica era uno strumento usato per non farti nascondere nulla, perché anche gli argomenti che non desideravi trattare venissero trattati, per evitare che tu nascondessi un sintomo e che ti tenessi il godimento malato della tua dipendenza. Tuttavia spesso erano gogne, gogne e basta).

Tornata da Berlino decisi che ero stufa: lasciai la comunità, mi iscrissi all’università e andai a vivere alla Casa dello Studente. Dimenticai di non portarmi appresso tutto il resto: ero una maniaca del controllo, dei pasti ad una certa ora, di un certo comportamento da tenere a tavola, di un certo codice etico di protezione nei confronti delle persone. Non pronunciavo e non volevo sentir pronunciare certe cose: non sentivo parlare di diete da tre anni, non sentivo parlare di sesso (se non in forma di bulimia sessuale, violenza sessuale, disfunzione sessuale, perversione sessuale) da tre anni. Mi resi conto di non essere come gli altri. Io avevo bisogni particolari: il più grande? Bè, il bisogno di avere bisogno di qualcosa.

Intrecciai una dipendenza affettiva logorante con un ragazzo fidanzato molto più grande di me. In comunità avevo imparato che portare una fantasia nel mondo reale era molto pericoloso e fu così: fu come far entrare uno spettro nella mia vita. Avevo la fantasia sessuale di essere dominata, di essere ferita, morsa e sculacciata. Fu tremendamente eccitante vivere il sesso così, qualche mese. Confusi la fantasia sessuale con la realtà dei fatti credo. Mi ritrovai ad avere attacchi di panico, a stare male, ad essere sempre arrabbiata con tutto il mondo. Nella mia testa, vedevo il mondo a rapporti di potere: avevo dato potere a lui, mi ero sottomessa, ero una debole: dovevo riscattarmi.

Divenni violenta, verbalmente e fisicamente, verso me stessa e verso gli altri. Non reggevo più, chiesi di tornare alla mia vecchia comunità. Lì mi dissero che lui era uno stronzo, che era un uomo adulto ed io una ragazzina di dieci anni più giovane, che mi aveva solo preso in giro. Iniziai a contattarlo, spesso, sempre più spesso. Lui doveva capire, lui doveva pentirsi di quello che aveva fatto, lui doveva chiedermi scusa. Passai due mesi a perseguitarlo.

Qui parli spesso di sex working, di diritti, di prostituzione consapevole. Sai chi è la vera puttana, in senso dispregiativo? Quella che vuol farsi pagare un bocchino con l’amore. Quella che pretende il pagamento in sentimento per una prestazione sessuale. Quella che non vede il sesso come un reciproco scambio fisico che porta piacere, ma un mezzo per procurarsi amore. Una merce comoda per ottenere considerazione, un sacrificio da fare in cui la martire DEVE, a tutti i costi, ricevere la sua paga d’amore dopo.

Lui doveva amarmi. Doveva pagare per il sesso. Mi sentivo un mostro dentro, un odio pulsante come un cancro, due dita di pece nello stomaco. Sentivo che era stato fatto un torto. A me era stato fatto un torto, io ero la vittima dopotutto, no?

Non so dire quanta fatica mi sia costata capire che non era così. Quando vidi allo specchio cosa stavo facendo mi venne il panico. Lasciai di nuovo la comunità, la psicoanalisi, quel gruppo di tutte donne malate, ex malate, in rinascita, a modo loro in lotta. Sono grata, mi hanno salvato la vita. Ma non so perché, su quello che stavo diventando sembravano non potermi aiutare, anzi stavano peggiorando le mie manie persecutorie.

Quel ragazzo tornò, dopo molti mesi: la sua fidanzata lo aveva lasciato, mi ritrovai ad affrontare anche il complesso dell’infermierina. Ad oggi so cosa stavo cercando di fare, il messaggio era molto chiaro: io ti curo perché tu abbia bisogno di me, ti scopo perché tu non possa fare a meno di vivere senza di me, faccio in modo che i tuoi bisogni siano sempre colmati, il tuo sesso mai frustrato. Avevo bisogno che lui avesse bisogno di me. Non c’era un minimo di amore in quello che stavo facendo. Solo desiderio di potere, potere sull’altro. Mi sono ritrovata a desiderare di essere sterile quando mi sono accorta di cosa stavo facendo: ho pensato a mia madre che è come me, ho desiderato non avere la possibilità di fare ad un essere umano quello che stavo facendo a quel ragazzo. Gli avevo messo un collare a strozzo, lo offendevo augurandogli il peggio se solo provava a staccarsi da me.

Non sto cercando di descrivermi come LA carnefice della storia: avevamo un rapporto malato, violento. È stata una guerra di potere, di sesso adrenalinico in cui ci scontravamo così forte da ritrovarci ad odiare il corpo dell’altro. Era parte del rapporto, era il motore del rapporto l’odio. Ma io posso solo parlare per me, per i miei errori. Io posso provare a cambiare solo me, quindi non darò giudizi su di lui.

Gli diedi un pugno, forte, in pieno petto. Ero un mostro. Sono ancora un mostro, ricordo ogni momento di quella scena. È passato un anno. Non bastano tutti i mi dispiace.

La sua colpa fu quella di aver preferito la sua fidanzata a me. Teneva in piedi il rapporto da tutte e due le parti. Facevo di tutto per compiacerlo, per portarlo a preferirmi a lei. Vivevano lontani, “mi scopava” e poi rispondeva al telefono dicendo di amarla. Eravamo in due a scopare, non era lui che “mi scopava”, c’ero anche io ed ero consenziente. Dire “mi scopava” è un togliermi responsabilità. Ci facevo sesso per convincerlo ad amarmi, lui faceva sesso con me per fare sesso con me. Avrei dovuto rompere la relazione, se volevo altro: aveva ragione.

Quella sera litigammo e mi urlò in faccia che amava lei, che dovevo accettarlo e che se non mi stava bene potevamo smettere di vederci. Gli tirai un pugno, fui un mostro. La maggior parte delle donne a cui ne ho parlato mi ha dato ragione, ma mi fido di te, so che se lo scrivo a te capirai perché non credo neppure ora di aver avuto ragione. Una mia amica mi fece anche i complimenti, scoppiai a piangere in maniera disperata, ebbi i conati di vomito.

Io vedevo chi ero e non mi piaceva. Avevo una belva dentro, che mangiava, urlava e si dibatteva credendosi immune a qualsiasi giudizio. L’argomento dell’amore, il brand amore è inattaccabile: ti amo, per questo che ti voglio sempre con me, ti amo, per questo che puoi scopare solo con me, ti amo, per questo devi stare con me, ti amo, per questo devi amarmi. E l’altro? L’altro dov’è in tutto questo mio bisogno di possedere? Pare che per amore si facciano un sacco di stronzate giustificabili dall’amore stesso. Mi sono odiata. Sapevo di essere una belva, la stessa belva umana che descrivevano essere gli uomini. Eppure io sono donna. Eppure sono un mostro. Lo sono stata, di certo. Lo sono ancora?

Questa non è una cosa che muore, questa bestia autoritaria, fascista, senza genere e senza amore, viva d’odio dall’inizio della mia vita. C’è sempre stata. Le cause sono in me.

Quando ho capito come dovevo combatterla non è diventato facile. Ho iniziato ad avere regole ferree sull’essere libera. Ho fatto quello che non avevo mai fatto in vita mia: ho iniziato a frustrarmi di proposito con tutti i no possibili e immaginabili e ad accettarli. Ho iniziato ad appoggiare altri punti di vista, ad avere impegni e doveri e orari prestabiliti. Ho iniziato a non raccontarmi balle per giustificarmi. Ho smesso di essere una malata, ho iniziato col prendermi le mie responsabilità. Ho iniziato con lo stare sola, per un po’. Mi rendo conto che la mia belva è viva quando ho i miei scoppi di rabbia ingiustificata: derivano tutti dal non avere potere. A volte mi sento persa, vedo come sono e non riesco a cambiarmi. A volte penso che non riuscirò mai a cambiare.

Lo penso quando quel ragazzo torna da me o quando lo cerco io: il rapporto è impostato in maniera violenta, in maniera dipendente, in maniera sbagliata. Litighiamo ogni volta, ci feriamo ogni volta. Una volta mi ha colpito anche lui, in un litigio successivo a quello del pugno, ma non importa. Non tengo più i punti di chi fa più male a chi, di chi è più vittima, di chi ha sofferto di più. Adesso sto piangendo ricordando i momenti belli, che ci sono stati. Eravamo su una scalinata e un’estranea di passaggio ci disse che eravamo bellissimi, c’era il sole, ridevamo ascoltando le lezioni di pianoforte, quella musica dolcissima che veniva dalle finestre di fronte.

Non so come sia possibile per due esseri umani essere così fottuti e così infelici, eppur vivere. Non so come mi trattiene in vita l’idea della fascista, della bestia autoritaria che sono. Io non sono una vittima. Io sono Leila e non so quanto posso cambiare, quanto posso progredire nel diventare finalmente umana, finalmente libera. Spenderò la mia vita per provarci, per diventare qualcosa che sarei fiera di descrivere ad un altro essere umano.

Quello che scrivi contribuisce a farmi vedere la realtà delle cose, mi stai aiutando nel combattere questa bestia. Il punto non è utilizzare un simulacro di sistema, come la psicoanalisi o la religione o il sintomo di una dipendenza, a cui aggrapparsi. Il punto è diventare anarchica, senza una divinità o una linea di pensiero che metta dei diktat alla mia vita. Il punto è arrivare a capire di non aver bisogno di avere bisogno di qualcosa che mi guidi, il punto è prendermi la responsabilità di vivere in autonomia di pensiero. Deve aver fatto male, la prima volta, uscita da mia madre, respirare da sola. Tutta quell’aria deve davvero avermi bruciato nei polmoni. Se brucia anche ora è buon segno: provo a respirare da me.

Grazie

Leila

P.S. Spero che si sia capito da quello che ho scritto, ma in caso lo ribadisco: non sono contro l’analisi o la religione, la prima è uno strumento di supporto psicologico che ammiro, stimo e rispetto e che sento di consigliare a chiunque abbia una dipendenza, un disagio, qualsiasi necessità di salute: la comunità in cui sono stata mi ha salvato la vita. La religione poi è una scelta personale. In quello che ho scritto condanno solo la strumentalizzazione che io ho attuato.

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