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Il padre padrone dà lezioni di machismo

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Fai la donna, dice mio padre, e io lo guardo male perché oltretutto non capisco. Che cazzo vuol dire “fai la donna?”. Mia madre si è ricoverata in seguito ad un incidente. Io e mio fratello abbiamo dovuto abbandonare casa nostra per andare a stare da papà. Non lo vedevo da moltissimo tempo. Ero felice, all’inizio, perché pensavo che fosse tutta colpa di mia madre, la separazione, l’allontanamento di mio padre. Poi mi è bastata appena una settimana per capire che mia madre aveva ragione quando diceva che separarsi per lei fu necessario.

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Vorrei solo circondarmi di bellezza

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Gli ultimi giorni vedo tutto a rallentatore. Non riesco a stare dietro a nulla, inclusa la pagina facebook, e quando non riesco a starle dietro arrivano puntuali commenti sessisti, razzisti, brutti commenti che vengono messi in discussione da chi ha pazienza e devo dire grazie alle persone che frequentano la pagina perché molto più spesso rispondono con una battuta o semplicemente spiegando, perché altrimenti finirebbe in rissa.

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La vittima assassina

Ogni tanto arriva una di queste notizie che parla di donne che uccidono uomini che le picchiavano. E’ successo a Catania e leggo sui social cori di approvazione, perché un uomo ucciso diventa una bandiera per chi lotta contro la violenza sulle donne. Una vendetta di genere. Una forma di riscatto che dovrebbe compensare tutte le donne delle violenze subite.

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La Maledizione di Antonia e la rabbia che può diventare bellezza

Se fossi capace di uccidere qualcuno, ucciderei te. Non posso ucciderti, ma posso maledirti. E la mia maledizione ti perseguiterà per tutta la vita.” (L’Albero di Antonia, premio Oscar Miglior Film Straniero 1996)

Eretica cara,

quanto ho pensato a questa scena del film “L’Albero di Antonia”, nei giorni scorsi. Alcune delle cose accadute dopo la sentenza della Corte di Appello per i fatti della Fortezza da Basso di Firenze, il delirio rabbioso di opposte fazioni sui social, ma più ancora un breve scambio sulla pagina Facebook di Abbatto i Muri, mi hanno riportato alla mente questo particolare episodio di quel bel film di molti anni fa.

A conclusione della partecipata e riuscita manifestazione dello scorso 28 luglio (che, contrariamente a quanto hanno urlato e ripetuto allo sfinimento maschilist* ossessionati dall’assoluzione dei sei imputati, si riproponeva di mettere in discussione un impianto culturale e non già l’esito processuale) numerose sono state le persone che hanno portato la protesta nel centro della città di Firenze. Ed è stata una scelta forte e importante, secondo me. Il mio profondo rispetto per le compagne che hanno dato voce e gambe alla comune indignazione, che hanno saputo muovere le energie giuste e ritrovarsi e darsi e darci forza, al di là del dolore. Se non che c’è stato uno striscione che recitava “L’Italia stupra impunita, se non c’è giustizia ci sarà vendetta” e su questo ci sono stati scambi di opinioni interessanti. Tesi ma franchi. Da una parte chi, sfiduciando tribunali e istituzioni maschiliste e patriarcali, chiamava all’autodifesa e rivendicava l’uso della parola “vendetta” come provocazione e denuncia del sistema di oppressione che ci vuole strette nella dicotomia “sante o puttane”. Dall’altra tu (e con te altr*), che pur condividendo le ragioni della rabbia, invitava ad evitare i toni giustizialisti perché “usare la parola vendetta sa di chiamata al linciaggio, forche, gogna, cose che non ci piacciono”.

Ed ecco perché mi è venuto in mente il film. Perché la protagonista è accecata dalla rabbia, ma lo stesso compie una scelta che rompe lo schema della violenza (e lo fa usando la parola!). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare c’è violenza nell’azione di Antonia. Il suo irrompere nella taverna, il fucile imbracciato, lo sguardo carico di odio e disprezzo per chi ha usato violenza sulla nipote bambina. E poi la maledizione, potente, come solo le parole sanno essere. Ma Antonia non chiude il cerchio che farebbe di lei un essere non troppo dissimile da chi è stato causa del suo dolore. Non uccide. Si sottrae a qualcosa rifiutando con la ragione qualcosa che sente non appartenerle. Non si sottraggono invece i giovani usciti a guardare la scena, che attendono che la donna torni verso casa per pestare a sangue il responsabile dell’odioso crimine.

Ancora oggi, sulla mia bacheca Facebook, un amico credendo di farmi cosa gradita invocava linciaggi a punire chi ci impedisce di essere libere. Ecco io invece credo ci sia necessità di invertire la tendenza. Non per fare di noi sognatrici inermi, passivamente in attesa di essere graziosamente risparmiate dal mondo che non vogliamo. Ma perché si possa imparare insieme a trasformare la rabbia in linguaggi diversi ed in azioni che sappiano spezzare la catena di certe vecchie, pessime parole d’ordine (“uscite adesso, ve lo facciamo noi un bel processo”).

Grazie a te e alle compagne scese in piazza. Tutte. Credo che da questa dolorosa vicenda possa nascere un nuovo inizio.

A.

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Mia sorella sta con un violento. Cosa posso fare per lei?

Lui scrive:

Sono cresciuto con mamma e una sorella. Papà è morto quando io ero piccolo. Ho sempre sentito un grande senso di responsabilità nei confronti di quella bambina, così piccola, anche se mi ha fatto rotolare giù dalle scale, mi ha quasi fatto ammazzare con un incidente, perché mi tappava gli occhi per gioco. Mi ha fatto quasi strozzare con un cibo pessimo, quando eravamo più grandi e ho rischiato di prendere molte legnate quando l’ho difesa dal suo fidanzato violento.

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La viaggiatrice leggera

Lei mi scrive:

Ciao,
sono Paola e avrei una storia da raccontarti. Una storia di uno stupro non riconosciuto perché io ero consenziente. Anche se non servirà a molto, leggendo te e il tuo blog sono riuscita, per la prima volta dopo più di un anno, a scriverne. E mi premeva fartelo leggere. Ecco:

Non c’è nulla che posso fare per non tornare a quella sera, a quelle sere insieme. Fisicamente insieme. Perché questa è una storia a metà tra la nostra terra e tra quella virtuale, così labile, eterea, ma prodigiosamente e incredibilmente reale.

Febbraio. Io, ventenne fuorisede fresca di compleanno, aspetto alla stazione un uomo, un ragazzo: sette anni di differenza, duecento km di differenza, una vita di differenza, un unico legame virtuale che ci teneva avvinghiati come l’edera alle pareti porose delle case in campagna.

“L’amore, l’amore quello vero non lo trovi a vent’anni” mi hanno sempre ripetuto, e non c’ho mai credevo perché fino in fondo speravo di trovare qualcuno complementare a me, diversa da quell’omologata massa, le cui passioni, sapori, idee non avevano un cuore in cui dividersi e radicare come gerbere rosse.

Ed ecco che devo tornare un po’ indietro, di otto mesi: giugno. La maturanda in preda a spastici sogni di lontana beatitudine dalle pareti di casa inizia a intessere un rapporto definito da molti “irreale”, “rischioso”, “che-tanto-si-sa-come-va-a-finire” con un ragazzo che da casa sua distava poco meno di settecento km. La prima mossa la fece lui, con un savoir-faire da poeta: il pezzettino del puzzle ha trovato il suo complementare.

“è da sempre che lavoro sull’idea che hai di me” gli avrei voluto urlare mentre mi costringeva a umilianti rapporti orali, mentre mi diceva che ero davvero una bambina, una buona a nulla, mentre mi umiliava per il mio peso il giorno del mio compleanno “Mi piacciono quelle esili”. Avrei dovuto dirgli di fermarsi quando mi ha messo le mani addosso su un letto che era stato pagato da lui, come tutto del resto: km di benzina, cene, libri e una camera d’albergo. “Un ritaglio del mondo per noi due soli”. L’avrei capito presto che quel ritaglio era il ritaglio della sua voglia di stupro, dell’eccitazione che lo ha portato a generare un amore bastardo, non riconosciuto come tale, e quindi umiliato in tutte le sue forme di sogno – il mio.

Io ero consenziente nel fare l’amore con lui, nel generare un godimento e un piacere che equivale alla commistione di due corpi che dopo mesi finalmente possono leccare uno il sudore sulla pelle dell’altro, scoprirne una salinità diversa, e magari sì, non piacersi. Ma non avevo detto di SI a lui che tenta di soffocarmi con un cuscino, non avevo detto di SI a lui che mi sale a cavalcioni sul petto e tenta di ficcarmelo in bocca, che mi schiaffeggia, e che non fa altro che penetrarmi. Io facevo finta di godere, facevo finta che tutto fosse irreale, che lui era stanco, era fatto così, che comunque era mio.
Invece no: dopo una settimana adieu, nessuna promessa e solo un immenso vuoto durato mesi e mesi, che si è trasformato in dolore, rabbia, angoscia, paranoia, depressione.

“Il diavolo quando prego scompare, tu invece non scompari mai”, ma la mia voglia di vivere e di lottare contro quello squarcio è così forte da farlo annegare – anche se sa tornare a galla, soprattutto nel fare l’amore con qualcun altro. Lì, la mia paura di non essere all’altezza si ripresenta puntuale trascinandosi dietro km di lacrime.

È tutta una storia di kilometri, diversi tra loro, ed io nel mio bagaglio ho un solo pensiero: perché la mia storia non è considerata Stupro? Perché ero innamorata? Perché gli ho detto di si sempre? Perché si sa che le relazioni che nascono su facebook portano a queste cose? Perché lo stupro è frutto di un pezzo di merda ignorante e incolto, e non di un onesto lavoratore/studente di buona famiglia? Perché non mi ha preso di notte da sola e mi ha trascinato su un prato? Perché?
“How can I forget this?”

Grazie, un abraccio a te che la leggerai.
Paola

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Troppo alta per essere amata

Altra storia, scritta di getto, da una ragazza che sta crescendo e che racconta a se stessa e a me/noi quanto le sia costato e quante belle speranze ripone nel suo futuro. Con un enorme augurio e un abbraccio per lei, auguro una buona lettura a voi!

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Ciao Eretica, volevo innanzitutto ringraziarti: imbattermi nel tuo blog è stata per me una salvezza, mi ha aiutata a sentirmi meno sola, ed è magnifico trovarsi in un posto virtuale così variegato e aperto, quali che siano le storie raccontate riesco a trarre un po’ di forza interiore e ispirazione. Anche se in questo momento preciso non so da dove cominciare, vorrei raccontarti la mia.

Non voglio tirarla da troppo dietro, perchè alla fine dei conti ho avuto un’infanzia tranquilla. Ero la più grande tra i bambini del mio condominio, e la più alta, penso sia per questo che a volte mi abbiano un po’ trascurata, mentre i ragazzi più grandi, non so per quale motivo, mi hanno sempre presa di mira. Non erano insulti chissà quanto molesti ripensandoci ora, tanto per dirne una prendevano in giro la mia voce esasperandone i toni, ma ricordo bene come mi facessero sentire diversa o sbagliata in qualche modo.

Quando sono passata alle scuole medie tutto è peggiorato.
I miei compagni di classe facevano già gruppo dalle elementari, di mio ero una bambina timida, da queste premesse un po’ tutt* possono immaginare come questa storia prosegue.
Io non sapevo cosa aspettarmi, ma già il fatto di non avere uno stile nel vestire, dovuto al fatto che alle elementari portavo il grembiule e non aver mai pensato alle cose “da femmine”, è stata una grave discriminante. Ero sempre la più alta, nonostante non avessi ancora avuto le mestruazioni, e questa era una colpa. Odiavo quando mia madre, o altri parenti (perchè di amici non ne avevo) mi ripetavano il detto ‘altezza mezza bellezza’, perchè proprio quell’altezza mi faceva sentire deforme. Magari a molt* sembrerà stupido, ma mi sentii morire dentro quando una volta fui costretta a comprarmi un paio di infradito nel reparto uomo, perchè i miei piedi erano comunque troppo grandi per le calzature femminili della mia età.

I ragazzi mi hanno insultata in ogni maniera, storpiando il mio cognome per farlo assomigliare al nome di una malattia, a volte dandomi calci di nascosto da sotto i banchi, quando ho mentito dicendo di avere un ragazzo hanno cominciato a chiedermi se magari aveva gli occhi di vetro, una volta mi sono pure presa pallonate reagendo agli insulti in palestra, in attesa del prof di Educazione Fisica. Ricordo un giorno particolarmente brutto in cui quasi tutti non avevano il quaderno pentagrammato per l’ora di Educazione Musicale, prestai i fogli che potevo, arrivando a ridurlo all’osso e ai fogli già scritti da me, dissi che non potevo prestarne più e me lo tolsero via, strappandolo tutto e buttandolo nel cestino. Piansi, nella completa indifferenza della professoressa che nemmeno chiese cosa fosse successo vedendomi in lacrime.
Le ragazze invece per lo più mi ignoravano, almeno finchè non davano feste tra loro e si curavano di farmi sapere che io non ero stata invitata, o mi mettevano a segnare il punteggio a pallavolo durante le ore di educazione fisica, o ridendo delle battute dei maschi.

A casa non dicevo nulla, ma i miei capirono che qualcosa non andava. Si sono chiusi a chioccia su me, perchè a quel punto per loro ero fragile. Non mi hanno mai detto di reagire, al contrario il consiglio frequente era quello di tenere duro e attendere che quel periodo passasse. Alla fine quel periodo passò per fortuna, ma non mi resi conto che avrei affrontato ben altre difficoltà proprio in famiglia.

Volevo fare pittura, era il mio chiodo fisso sin dall’asilo, ma i miei mi convinsero a frequentare un percorso di studi sperimentale per le migliori prospettive lavorative (influenzati dallo stigma che un pittore muore di fame sotto un ponte e fa la fortuna solo quando crepa), in compenso riuscire a convincerli a iscrivermi al Liceo Artistico piuttosto che a un’altra scuola fu già una gran vittoria. Quando dissi che volevo andare a pranzo da un mio compagno di classe per fare i compiti, mio padre si impuntò subito volendo conoscere il ragazzo in questione, facendosi chissà che idea. Non ho mai potuto prendere la patente per il motorino, e ora che ho la patente per la macchina non me la lasciano guidare, nonostante sia andata a tutte le gite di classe più avanti non mi è stato permesso di andare a fare una vacanza al mare con la mia comitiva. Il brutto è che ora entrambi negano ogni cosa quando capita il discorso, come se fosse tutta una mia fantasia.

Per mia fortuna più nessuno mi ha presa in giro, ho stretto qualche amicizia e l’ambiente che frequentavo era così vario che mi sentivo a mio agio, per quanto sotto sotto mi sentivo ancora sbagliata, forse anche perchè i ragazzi che mi piacevano finivano sempre per non ricambiare i miei sentimenti. Vivevo nell’idillio del principe azzurro alternativo, che prima o poi sarebbe arrivato, perchè era l’unica cosa che da quel punto di vista avevo imparato. Nonostante mi fossi aperta al mondo, ero sempre chiusa in un bozzolo che, lentamente, mi stava soffocando senza che me ne rendessi conto. In sostanza ho fatto il torto più grande che una persona possa fare a sè stessa: lasciare le redini della propria vita nelle mani altrui.

Allora non capivo che dentro di me non mi consideravo abbastanza per nessuno, preferivo rimanere così perchè non volevo stare male. Ad un certo punto ho rinunciato persino a dichiararmi a ragazzi che mi piacevano perchè ero sicura che non sarei piaciuta, e il mio primo vero crollo è stato quando all’università, dopo la fatica di superare il test d’ingresso e di dare quasi tutti gli esami del primo anno, le cose sono cambiate, precludendomi l’indirizzo che avrei voluto percorrere.

A quel punto avevo una paura folle di rimanere da sola, specie dopo che la mia comitiva si allontanò da me. A me nemmeno fecero sapere che c’era un problema e che non volevano più vedermi, si limitarono a discutere con quella che a quel tempo era la mia migliore amica. Ad oggi non so che diavolo sia successo. Da lì, questa ragazza che oggi non riesco a non definire stronza, ha tirato su mura anche intorno a me, e gliel’ho lasciato fare senza opporre resistenza.

Ho vissuto la mia prima storia importante che andavo all’università e fatto con lui le mie prime esperienze vere visto che fino ad allora ero arrivata solamente a baciare un paio di ragazzi, e in quel momento ho cominciato a intravedere quanto mi stessi facendo terra bruciata attorno con la mia codardia. La mia amica mi disse che al mio posto avrebbe aspettato a fare l’amore, che era stato troppo presto, e mi ha fatto sentire a disagio, per quanto non l’ho mai giudicata per essersi buttata in una nuova storia d’amore nemmeno due mesi dopo la fine della relazione col suo ragazzo storico. Non so se avesse qualche progetto su di me, ma dopo pochi mesi di frequentazione fra me e questo ragazzo mi ha buttata via come una cartaccia, senza nemmeno due righe di spiegazioni salvo lamentarsi una volta che dedicavo più attenzioni a lui che non a lei. È semplicemente sparita a un certo punto, tagliando i ponti all’improvviso.

Il mio ragazzo al tempo mi ha aiutata a superare il colpo, e in qualche modo ho trovato nuovi amici che mi hanno spronata a essere più indipendente e sicura, una di loro in particolare mi ha letteralmente rimesso la matita in mano, riaccendendo in me la passione per il disegno, che avevo oramai messo da parte visto che come diceva l’ex amica “Il talento o ce l’hai o non ce l’hai”, e tutto ciò nonostante l’ostracismo selvaggio che i miei continuavano a fare verso i miei viaggi e verso questa storia a distanza che non credo abbiano mai approvato.
Alla fine io e il mio ragazzo ci siamo lasciati, ma in qualche modo siamo rimasti amici, cosa che fa stranire parecchie persone… Semplicemente lui non mi amava più, ed io oramai non volevo vivere l’ennesimo fallimento emotivo. Sono stata male, più di quanto i miei attuali amici si rendano conto.

Mi sono tenuta occupata, in qualche modo sono riuscita a superarla. Nonostante tutto quello che ho raccontato fino ad ora, mi sento forte e capace. Mi guardo indietro e vedo una me stessa grigia, che non ha mai vissuto davvero, una vita anestetizzata. Non auguro a nessuno di avere scossoni simili a quelli che ho avuto io, e quando vedo che c’è gente che ha avuto esperienze più difficili delle mie arrivo a vergognarmi un po’ di averla fatta tanto lunga, ma mi sento di aver ripreso controllo della mia vita. La strada è lunga e tortuosa, quel famoso bozzolo è ancora stretto attorno a me, ma sto seguendo le mie passioni, voglio provare a vivere attivamente la mia vita. Sto concludendo i miei studi, se voglio partire mi limito ad avvisare i miei, grazie a un lavoretto posso esigere che quei due soldi che guadagno li spendo come voglio e sto costruendo dei miei progetti di vita. Voglio trasferirmi altrove, e dare tutta me stessa per realizzare i miei sogni. Di storie serie non ne voglio nemmeno sentir parlare ora come ora, sono stata tra le braccia di un amico e nonostante fosse solo sesso, giuro che non mi è mai capitato di sentirmi altrettanto libera, amata e rispettata.

Rileggo la mia storia e vedo un urlo disperato, una richiesta di essere ascoltata, ma anche un urlo liberatorio, la promessa a me stessa di non permettere mai più a nessuno di controllare la mia vita. Anche se i miei continueranno a mettermi pressione sul futuro e cercheranno di inchiodarmi a casa, anche se tutti gli insulti e le pugnalate alle spalle fanno ancora male e scavano malignamente dentro di me.
Ti ringrazio per aver letto la mia storia, anche se non ti conosco, e spero che riesca a ispirare qualcuno a non lasciarsi mai andare come ho fatto io, così come leggere le storie di questo blog mi ha aiutata a essere più indipendente e sicura.
Grazie, a tutt*.

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Tenetevi il paradiso, a noi piace l’inferno!

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Questo è un post personale. Anzi, personal/politico. Sto ancora in convalescenza. Lenta ripresa post operatoria, a mangiare cibi semi solidi e oggi, per la prima volta, sono riuscita a mangiare un po’ di pasta col sugo e il parmigiano. Mi muovo piano, tento di attraversare stanze e spazi nonostante le ferite, perché non riesco a stare ferma, col corpo e soprattutto col cervello, e lo sono stata per troppo tempo in questo periodo. La cyberdonna si abitua a vivere e respirare dopo una revisione e manutenzione dei macchinari. Ci sono tante persone che stanno facendo questo percorso con me e alle quali devo molto per il sostegno, il calore e l’umanità mostrata. Dunque io per prima dichiaro di essere difettosa, passata per pornografie ospedaliere e per radiografie dei sentimenti, ho dato tutto eppure mi sento tanto più ricca dello stronzo che non sa distinguere tra critica politica e veleno sparso sul mio corpo, usando il mio stato di salute per legittimare la sua inconsistenza umana. Mi sento più ricca di chi non prova empatia e pur avendo sofferto, ne sono convinta, comunque non riesce a guardare più in là del proprio naso e ad accogliere e ascoltare l’altro da sé.

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Quel cazzo che non avevo previsto

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Sono le due del mattino ed esco dal lavoro. Di solito rientro in bici, ne ho per mezz’ora, ma oggi è sabato e vado a una festa da amici. Quando mi hanno assunta al bar, ho pensato subito che attraversare la città in bicicletta in piena notte avrebbe potuto essere pericoloso, ma non avevo scelta e comunque, fino ad ora non è mai successo nulla. Il quartiere dove sono diretta è in cima a una collina e ci sono 37°, decido quindi che non ho nessuna voglia di pedalare e chiamo un taxi.

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Non volete figli? Ecco un buon metodo contraccettivo da usare!

Elena legge questo blog e segue con attenzione la parte che riguarda la maternità. Mi ha inviato questo contributo che sicuramente troverete molto interessante. Mi dice già che se avete ulteriori domande da fare potete commentare e lei risponderà molto volentieri. Vi lascio perciò al suo contributo e buona lettura!

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Ciao a tutte! Seguo con molto interesse il blog “Abbatto i muri” e mi è capitato, ultimamente, di leggere, nelle lettere che alcune di voi scrivono e che vengono pubblicate, accenni a difficoltà sull’uso dei contraccettivi (ad esempio: io non posso prendere la pillola, il mio fidanzato però si rifiuta di usare il preservativo) o, al contrario, persone che lamentano difficoltà di concepimento anche a fronte di esami che non mostrano problemi o patologie.

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La terribile ipocrisia bianca dietro all’esaltazione della “mamma eroina” di Baltimora

The hideous white hypocrisy behind the Baltimore “Hero Mom” hype: How clueless media applause excuses police brutality Toya Graham (Credit: CBS News)

Sulla mamma coraggio di Baltimora se ne sono dette di cotte e di crude ma ecco una riflessione di quello che è successo e della discussione in corso sui media americani. La traduzione di questo pezzo è ddi Marilena (grazie!). Buona lettura!.

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La terribile ipocrisia bianca dietro all’esaltazione della “mamma eroina” di Baltimora: come l’applauso ignorante dei media sia una scusa per gli atti di brutalità della polizia. 

La “mamma coraggio” di Baltimora ha un nome: Toya Graham.

È la donna mitizzata a livello nazionale per aver picchiato il figlio davanti alle telecamere e per averlo portato via dalle proteste di lunedì notte. Ma lei non si sente per niente un’eroina.

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Il corpo in lotta

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Mi affetteranno presto, perché certi mali si sconfiggono se ci guardi dentro e butti via i pezzi che non funzionano. Non ho mai provato un particolare pudore nell’esposizione del mio corpo. In quelle stanze d’ospedale sono parecchio disinibita. Non è la nudità che implica la condivisione dell’intimità. Quel che c’è di intimo ha più a che fare con le paure, il dolore, e queste restano al chiuso e il medico ne custodisce il segreto. Ti ha vista piangere, soffrire, non hai potuto risparmiargli l’ansia, la manifestazione di un sintomo ed è con lui che stringi un patto. Ti farò vedere tutto di me. Puoi anche aprire la mia carne, rovistare tra i miei organi, e sei il primo che lo fa, perché da quel punto di vista sono completamente vergine. Immaginarsi così, nude, senza la pelle, i muscoli, ti fa sembrare uguale a molt*. Abbiamo tutt* un cuore, per quanto non è detto che influenzi il comportamento di chiunque. Abbiamo polmoni, cervello, un fegato, lo stomaco. Quel che abbiamo dentro è una viscera sanguinolenta e l’unica differenza resta nel fatto che io ho un utero e tu invece no.

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Madonna e lo stupro non denunciato: potete darle torto?

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Pare che Madonna abbia dettoNon vale la pena denunciare uno stupro, io non lo feci. E’ umiliante“. Molte persone hanno commentato questa notizia e talvolta è capitato anche il tale che, tra un what’s up e l’altro, ha inserito anche un “si vede che le è piaciuto”.

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Bambin* e bullismo: come si reagisce alla violenza senza fare violenza?

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Ricevo questa storia e, al solito, la condivido con voi. Questa donna chiede consigli, suggerimenti, ha bisogno di discuterne con voi. Avete delle risposte? Continua a leggere “Bambin* e bullismo: come si reagisce alla violenza senza fare violenza?”

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Se vuoi difenderti ricatta e minaccia, parola di Concita!

Ho letto queste righe dedicate ai pensieri innovativi di Concita De Gregorio e voglio esprimere tutto il mio rispetto alla donna che ha finalmente ricopiato i metodi che suggeriva mia nonna.

Allora vi riscrivo alcuni dei suggerimenti che a quell’epoca andavano di moda. La donna all’uomo, diceva:

– se non porti il pane in casa non te la do;

– se non sei più gentile non te la do;

– se non mi compri l’elettrodomestico nuovo non te la do.

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