Appunti per la mia autobiografia.
Che ci faccio qui. Pareti grigie, finestre con le sbarre. Non sarò mica in prigione? Che vuole tutta questa gente, perché mi toccano. Perché mi spogliano. Sono nuda. Non riescono a tenermi ferma, sguscio via e corrò verso la prima porta che vedo. E’ un bagno. Bene. Ci sarà una chiave. La chiave non c’è. Crollo per terra. Che dolore. Mi frantumo l’anca sinistra. Arriva gente che mi riacchiappa e mi spostano sotto la doccia. Sento che tutto scivola via, il vomito, l’urina, la pelle, la faccia. Sono in un posto chiuso. Qui comandano loro. Mi conviene esprimermi bene e farmi sentire. Devo sorridere, non sono pericolosa, non fatemi del male. Mi riportano nella stessa stanza, quella con le sbarre. Sono a letto, in posizione fetale.
Volevo morire e questo sarà una specie di inferno. No, è un manicomio, il reparto psichiatrico. Arriva un’altra donna e sorride anche lei. Come se tutte avessero delle maschere. Sorridono tutte allo stesso modo. E usano toni gioviali. Mi dicono che sto bene ma non è quello che voglio sentire. Io volevo morire. Volevo solo dormire. Il mio respiro si fa più forte, piego la testa all’indietro, sto per cadere, sto cadendo. No, è solo un attacco di panico. Va tutto bene, dice l’infermiera, e mi punge con l’ago. La cannula sta lì apposta. Ora inseriranno droghe, sedativi. Poi mi addormento. Mi sveglio al tramonto, ci sono ancora le sbarre, sono nella stessa stanza, qualcuno mi cambia il catetere. Poi mettono altro sedativo. Dormo ancora. Non faccio in tempo a dire niente, perché sono qui, chi ha avuto la pessima idea di salvarmi. Niente.
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