
Mentre cercavo di affrontare il percorso psichiatrico sui disturbi alimentari qualche anno fa mi è capitato di fare un paio di esperienze che vale la pena raccontare, per sommi capi, solo per dire che le soluzioni vogliono sempre un premio. Fede o denaro.
C’era una specie di gruppo di obes* anonim*, abbuffatrici anonime, che era una costola del programma per alcolisti anonimi. Quindi le teorie e le pratiche erano le stesse. Ciao sono un’abbuffatrice, ciao abbuffatrice, poi ti davano un libricino dal quale trarre il mantra da recitare in apertura e chiusura e poi l’alone divino ci toccava tutt*. Nulla da dire sull’utilità di questi gruppi, a tante persone hanno salvato la vita, ma perché devo credere in Dio per affrontare la bulimia? E come faccio a portare avanti i dodici passi sulla storia delle abbuffate? Come mi guadagno la medaglia per il primo anno senza cibo. Il punto della bulimia è che sì è una dipendenza ma di cibo abbiamo necessità per vivere e dunque avviene un cortocircuito che ti dirotta tra anoressia, in cui pensi di avere il controllo e bulimia in cui lo perdi e ti senti uno schifo. In entrambi i casi con chi dovresti fare ammenda? Distruggi il tuo corpo, la tua vita, ti isoli, ti fai male, ma non è un anestetico che trovi al bar o da uno spacciatore (non penso comunque che alcolisti o tossicodipendenti abbiano “colpe”).
Tu cerchi di restare in equilibrio mentre qualcuno accanto a te prepara pietanze ricche di calorie che non potresti mangiare o sai che quando ne assaggerai un boccone finirai per mangiarne troppo. Il mondo è pièno di tentazioni che ti rinviano al fatto che mangiare è ok ma se eccedi è una tua debolezza, una specie di vergogna. C’è chi diffonde cultura grassofoba senza nulla sapere di quel che vivi. Io mi vergognavo di non essere a posto se uscivo e dovevo perdere quei chili per poter affrontare il mondo esterno, fino a quando non ho più potuto e i chili sono rimasti lì a prescindere.
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