Attivismo, Autodeterminazione, Recensioni

Lo spettro dell’asessualità: un libro da leggere

Il libro di Francesca Anelli, che ho appena finito di leggere e che potete trovare sul sito della Eris Edizioni, racconta in modo semplice quante e quali difficoltà deve affrontare la persona asessuale e aromantica in un mondo che ne disconosce l’autodeterminata soggettività e che patologizza ogni comportamento che non rispecchia la norma. Norma eterosessuale soprattutto, ma la normatività esiste anche tra più componenti queer. Non solo: non si tratta di una lamentosa redistribuzione di responsabilità politiche e sociali a chi patologizza o ingabbia le persone asessuali e aromantiche. E’ una rivendicazione portentosa, apre scenari luminosi e affascinanti, interpreta in modo eccellente le discriminazioni di genere e dei generi, riflette sulle parole da offrire a chi ancora le cerca per affermare il proprio diritto di esistenza, per smettere di sentirsi sbagliati, per poter affrontare con fermezza l’argomento con chiunque ma prima ancora per far diventare quella A che resta in fondo al mondo LGBTQIA+ una rivendicazione che entra nel discorso pubblico, nelle assemblee femministe, nelle assemblee queer.

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L’ho lasciato perché non voleva scopare con me

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Lei scrive:

“Ho letto e apprezzato molto il racconto pubblicato nei giorni scorsi, in cui un anonimo raccontava della sua difficoltà a rimanere accanto ad una donna che non vuole avere rapporti sessuali.

Ho percepito molto la sua paura di raccontare la sua storia, la vergogna di fronte a quello che avrebbe pensato chiunque l’avesse ascoltata e letta. È una sensazione che ho imparato a conoscere molto bene, e questo mi ha portata a voler condividere delle riflessioni su una vicenda analoga che ho vissuto.

Ho passato anni al fianco di una persona che aveva molto presto deciso di non voler avere una vita sessuale, almeno non con me. Chiarisco subito un particolare non irrilevante: lui è un ragazzo ed io una ragazza. Questa precisazione stupirà i più, o per lo meno risulterà stridente rispetto a molti stereotipi largamente diffusi, in cui, tutto sommato, ero probabilmente immersa anch’io, fino alla mia esperienza diretta.

Comunque, la storia inizia come tante, ci piacciamo tantissimo, lui molla la sua compagna, io mi butto anima e corpo in questa relazione nonostante lui viva in una città che avrei dovuto lasciare circa una settimana dopo. Non c’è che dire, a modo suo, lui mi aveva avvertito: appena conosciuti, butta lì una battuta sui suoi livelli bassi del testosterone. Non solo non ci do peso, ma, post patriarcale fino al midollo, rimango colpita dalla sagace autoironia, dalla sua totale mancanza di machismo, e mi innamoro ancora di più.

I primi momenti di intimità vivono qualche intoppo (niente che mi crei alcun problema) ma poi si rivelano estremamente positivi e coinvolgenti. Poi parto. Da lì in poi riusciamo a stare insieme una volta al mese circa. Durante le prime 2 (massimo 3) visite, sembra esserci una buona intesa sessuale, e tutto va bene. Lui mi racconta che in passato molte donne non avevano capito i suoi bisogni, mi dice che con me per la prima volta si sente davvero a suo agio e mi fa indignare raccontandomi quante delle sue ex, fra mille scuse ipocrite, lo abbiano mollato “solo” perchè non facevano abbastanza sesso. Che stronze, pensavo io. Che donne limitate, che brutta cosa lo stereotipo dell’uomo “pornodivo” pronto a fare il proprio dovere in qualcunque momento, senza debolezze. Che donna emancipata, invece, io, che, con anni di militanza e studi di genere alle spalle, avevo sotto controllo la situazione. Mi imbarazza ancora ammettere di aver pensato di avere “competenze” che mi avrebbero salvata, e il seguito dimostra quanto avessi torto.

Stiamo insieme da un paio di mesi. Ovviamente la lontananza per lunghi periodi crea una grandissima attesa per i momenti in cui riusciamo a vederci. Una sera, quando lui è appena arrivato, le cose vanno storte, nel senso che non riesce ad avere una erezione.

Non è in alcun modo un dramma per me, che, sinceramente, mi ero già trovata molte altre volte in situazioni di questo tipo, e non avevo mai avuto nessuna difficoltà nel gestirle: è sempre finito tutto con una risata e, nelle migliori ipotesi, con una bella chiacchierata.

In questo caso, invece, le cose non vanno affatto così; lui si rabbuia in maniera imprevista, si chiude, si irrita profondamente per qualsiasi mio tentativo di sdrammatizzare, smette di rivolgermi la parola. Io mi sento disarmata. Penso sia meglio lasciar correre, che sarebbe finita lì. E invece no. La scena si ripete per alcune sere di fila, e poi di nuovo durante l’incontro successivo. Io sono sconcertata, non da quello che sta succedendo, ma dalla sua reazione, dalla rabbia che sembra provare, dalla scelta di tagliarmi completamente fuori da ogni possibile canale comunicativo. Pian piano, un giorno dopo l’altro, lui sembra scivolare in un totale rifiuto di qualsiasi intimità. Inizia, così, una lunga fase di frustrazioni quotidiane: ogni sera, pazientemente, mi avvicino a lui, cerco di sedurlo con tutte le armi che mi sembra di possedere, cerco di metterlo a suo agio con l’ironia e la complicità, ma niente.

Vengo puntualmente rifiutata ogni sera che passiamo insieme, per mesi, e ogni sera, sfinita, mi giro dall’altra parte e mi addormento in lacrime. Perchè sì, ovviamente a quel punto il problema sono io. Lo sono nella mia spiegazione e per le occasionali spiegazioni che lui ogni tanto si degna ancora di fornirmi: le gambe non freschissime di ceretta (n.b. non ho niente contro la depilazione, in generale: ma non avrei mai pensato che qualche peletto potesse costituire “un blocco” a qualsiasi attività sessuale), il freddo, la stanchezza, il mal di testa.

E io giù a depilarmi, alzare il riscaldamento, optare per lunghe giornate riposanti. Niente cambia; poi lui smette di darmi spiegazioni, e io smetto di provarci: la vergogna è troppa. Già, comincio a vergognarmi radicalmente, mi vergogno del mio corpo, della mia goffaggine, dei miei appetiti evidentemente smisurati e insaziabili, del mio volgare desiderio: mi vergogno di trovare sessualmente attraente il mio compagno, di desiderarlo e sognarlo. Con una fatica enorme cerco di sopprimere tutti questi istinti, metto a tacere tutto, cerco di darmi un contegno quando mi sveglio imbarazzata dopo aver fatto sogni erotici su di lui, sentendomi frivola e volgare.

Nel frattempo, lui instaura un totale tabù sull’argomento e sulle pratiche, non posso avere più di carezze e bacini (senza lingua) e sento parlare di sesso da lui solo per affermazioni generali che non risparmia in pubblico, dove bisogna far finta di niente. Lui è molto più grande di me e delle persone che di solito frequento, ed è ritenuto da tutti un intellettuale sagace e fuori dagli schemi. Quindi lo ascolto mentre pontifica sul ruolo del sesso nella nostra società, ride nel dichiararlo sopravvalutato, deride i bassi istinti della gente comune dall’alto della sua ironia dissacrante. Tutti ridono e sono affascinati, e io soffoco ancora un po’ dei miei residui e immorali desideri, scaccio gli ultimi sogni che ancora mi prendono alla sprovvista. Mi anestetizzo, progressivamente.

Nel frattempo sono tornata a vivere nella città dove ci siamo conosciuti, lui viene ad abitare a casa mia. Passo intere serate, in compagnia di amici miei e suoi, ad assistere a battutine a doppio senso, racconti sulla vita sessuale più o meno sfrenata con le sue ex, riferimenti sessuali continui. Traggo due conclusioni: che nessuno potrebbe mai sospettare la verità, neanche se la raccontassi; e che il problema non posso che essere io. Già, io, con il mio corpo che diventa oggetto di una totale desessualizzazione da parte sua, descritto sempre in termini che da teneri diventano presto grotteschi e caricaturali, con nomignoli e paragoni che ai più sembrano simpatici e che, io non posso che constatarlo, rimandano soprattutto alla mancanza di qualsiasi sex appeal. La derivante trafila di autolesionismo fisico, emotivo e psicologico ve la risparmio, tanto è una storia troppo vecchia per chiunque, ognuno pensi pure alle proprie battaglie con lo specchio e alle cicatrici che ha tracciato sulla propria pelle e si sarà fatt* un’idea.

Quello di cui mi interessa parlare, invece, è dell’illegittimità che attribuivo al mio piacere, che gli uomini attribuiscono spesso al piacere delle donne e che le donne attribuiscono ancora più spesso al proprio. Una donna che non vuole scopare è frigida, è indisposta, è stronza. Un uomo che non vuole scopare semplicemente non esiste. Una simile situazione, nella narrazione corrente, ha luogo solo come oggetto di racconti grotteschi e ridicoli, di film trash di basso livello. Un uomo che non vuole scopare o comunque che non vuole farlo abbastanza è un’abnormità: non può che far sospettare, sotto sotto, che il vero problema riguardi gli appetiti incontenibili, volgari, grotteschi della donna che gli sta accanto. Non è una cosa seria, non può essere presa sul serio, non è un problema da raccontare nemmeno alle amiche e agli amici più stretti, nemmeno alle compagne e ai compagni, non sarebbe percepito come drammatico da nessuno, nessuno tratterrebbe una risata. Sono gli uomini a volere “solo una cosa” e le donne ad avere sempre mal di testa, o a concedersi a proprio piacimento scegliendo tra una schiera di uomini che non possono che dire di sì.

Ma finisco la mia storia, per dovere di cronaca. Ho passato un anno e mezzo (dei due totali in cui siamo stati insieme) al fianco di una persona che non avevo più nessuna voglia di desiderare. Ci si fa l’abitudine, questa è la cosa sorprendente: durante quello che ora mi sembra un periodo d’astinenza insostenibilmente lungo, non ho ovviato alle mie necessità in nessun modo, né con altri né da sola: non ne sentivo più il bisogno, l’idea mi ripugnava e tutto ciò che si associava al sesso mi sembrava disgustoso.

È finita in modo molto banale: un bellissimo ragazzo coi capelli ricci un giorno mi fissava, quello dopo lo faceva ancora e molti molti giorni dopo ho cominciato a ricordarmi di poter essere guardata con interesse e desiderio. Sì, come la ragazza banale che mi rivendico di essere, ho iniziato a sentirmi carina perchè mi sembrava che qualcuno lo pensasse. Per sentirmi bella o sensuale ci sarebbe voluto ancora molto, mesi di quegli sguardi, poi la decisione di provare a rivitalizzare la mia storia (che mi ostinavo a tenere in piedi) mediante una scappatella extra coniugale, che prima ancora di avere modo di concretizzarsi aveva già messo la pietra tombale sul feretro di quella devastante relazione.

Già, lo mollo, di punto in bianco, da un giorno all’altro, tra l’incredulità generale, di amici e parenti, che non hanno potuto e non potranno mai trovare una spiegazione al mio gesto “improvviso”: anche se volessi dargliene una, credete che potrei mai andare a dire loro “L’ho lasciato perchè non voleva scopare”? I più, probabilmente neanche mi crederebbero. Gli altri penserebbero che ho qualcosa che non va, che sono una ragazza frivola, facile, insensibile, impudica, stronza. Sono una stronza per tutti, in questa relazione, per lui e per chiunque gli abbia leccato le ferite, e forse persino per qualcuno che mi è stato accanto mentre leccavo le mie: sono la stronza che ha distrutto da un giorno all’altro, senza preavviso né motivo, una relazione che andava avanti da anni, e che una manciata di ore dopo se la spassava con un altro. Sono quella che è rifiorita giorno dopo giorno dal momento della rottura in poi, quella che appariva man mano più felice, più spregiudicata, più sicura di sé, più svestita; lui, invece, annientato, depresso, vicino all’autoditruzione, lui sì che ci teneva alla nostra storia.

L’idea che mi sono fatta, ora che il tempo ha affievolito la rabbia, è che probabilmente lui appartenga alla categoria di persone che si definiscono asessuali: non mi interessa rintracciare una genealogia traumatica della sua psiche né definirla come problematica, ho rispetto di per sé per chi può non essere interessato al sesso. Ma non è il mio caso, e credo che l’astensione dal sesso dovrebbe essere consensuale quanto lo è la pratica. Credo che sia universalmente ritenuto ovvio, per chi appartiene a comunità con gusti sessuali specifici, cercare partner che condividano gli stessi interessi, e che vi diano il loro assenso: esattamente lo stesso dovrebbe essere per chi sceglie di non praticare alcuna forma di sessualità.

Lungi da me minimizzare a sproposito la gravità degli atti sessuali estorti in maniera violenta: dico solo che, in certi casi, bisognerebbe ragionare molto più di quanto non si faccia di ciò che subisce chi è costretto, contro la propria volontà, in maniera altrettanto violenta, a rinunciarvi. Soprattutto quando si tratta delle donne.

Una pagina fb molto famosa, ironica e non proprio di ottimo gusto, ha come slogan “Non scopare fa sempre ridere”. Sappiate che a volte non è vero. Sappiate che quando succederà a voi, vi vergognerete troppo per raccontarlo anche alla persona più cara, perchè penserete che si metterà a ridere o vi giudicherà male. E se vi capiterà che qualcuno a cui volete bene provi a raccontarlo a voi, non ridete, per favore, come spero non stiate facendo ora. Non c’è un cazzo da ridere.”