Appuntamento con lo psicologo, disavventura con i mezzi pubblici, da agorafobica a “rispettate il mio spazio per favore”, proseguendo con gli appunti per la mia autobiografia.
I primi appuntamenti sono per conoscersi, ha detto, poi vedremo il tipo di obiettivo da porci e la terapia adatta per te. Sì, certo, bene. Parlo e parlo per un’ora e lui alla fine mi dice, come se si fosse ricordato di qualcosa, quasi per caso, che nel periodo in cui non ascoltavo nessuno, non rispondevo a nessuno, non parlavo con nessuno, forse non ascoltavo neppure me stessa. E Boom. In realtà ogni rumore esterno mi ricordava me. Tutte le voci mi ricordavano me. Qualunque cosa non fosse anestetizzante, come i drammi coreani, mi ricordava me, il mio dolore. Perciò quando il mio quasi ex mi ha obbligata ad ascoltarlo per dirmi che voleva il divorzio non ho reagito a lui o contro di lui. I giorni successivi per me sono stati un prova e riprova a rianestetizzare il dolore ma non potevo. Quella voce mi obbligava a riascoltarmi e tutto il dolore di anni e anni di traumi non elaborati, dolore di tutto ciò che avevo accantonato per sopravvivere ritenendolo a volte risolto, tutto quanto mi è piombato addosso. Mille voci che urlavano dentro di me e volevano farsi sentire. In quei giorni ho bevuto, e non lo faccio mai perché l’alcol mi fa schifo, ho ingerito sedativi e poi altri sedativi. Nulla. Non sono più riuscita a spegnere il dolore. Urlava come un forsennato quel dannatissimo stronzo e così eccomi sveglia. Col carico di dolore e il resto. Ecco me.
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