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Psichiatria e farmaci: non rappresentano sempre il demonio

Vorrei raccontare il mio punto di vista su un argomento che penso vada trattato senza usare stereotipi. Leggo i commenti sotto un post che parla di depressione e tali commenti generalizzano su quel che è oggi la psichiatria e sulla pericolosità degli psicofarmaci. Dal personale al politico, eccomi.

Anch’io so quanto sia stata dannosa la psichiatria per le donne e quanto potrebbe esserlo ancora oggi ma, la mia esperienza mi dice che, bisogna valutare di caso in caso. Dopo che mi è stato diagnosticato un problema che richiede terapie continue la mia voglia di vivere e lottare per un po’ è venuta meno. Non sapevo fino a quel momento quali effetti potesse avere la depressione. Soffrivo già di disturbi alimentari ma non avevo considerato di rivolgermi ad uno psichiatra. Avevo invece intrapreso un rapporto di analisi con una brava psicologa che mi ha aiutato molto. La vita, le tante cose da fare, hanno fatto il resto. Fortuna che ci sia un lato di me che prende le cose con ironia e anche questo mi ha aiutato.

Ma quando mi sono sentita vulnerabile e impotente tutto è tornato a galla e quel tutto comprendeva un livello di depressione che mi ha impedito di uscire di casa per molto tempo, ha resettato i miei tempi di vita, non avevo interesse per tante cose che mi avevano reso attiva fino a quel momento e con molta difficoltà, conoscendo le battaglie dei collettivi antipsichiatrici, ho dichiarato a me stessa che non ce l’avrei fatta da sola e così ho chiesto aiuto.

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L’eiaculazione precoce e la donna cronometro

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A proposito di quello che scrivevo QUI (e vi invito caldamente a leggete il post prima di andare avanti nella lettura di quel che sto per scrivere…). Non solo c’è la gara a patologizzare l’uomo che non ha la durata d’efficienza prescritta dal mainstream neoliberista filo/aziende/farmaceutiche, ma la campagna è da accerchiamento vero e proprio nell’imporre ruoli e funzioni a chiunque, me compresa. Dunque mentre in tv va la pubblicità in cui a te va a fuoco il cranio, e io dovrei far la parte di quella molto affranta, poi capita che se vado dal parrucchiere (e grazie Arianna per la segnalazione) trovo Donna Moderna (del 31 Luglio) che mi spiega che DEVO convincerlo a “curarsi“, dunque devo dirgli “cherì, tu sì malatu, anzi, malatissimo…“, e poi, essendo io stavolta il target, come si capisce dal taglio di questo po’ po’ di  articolo di promozione pubblicitaria, ovvero quella che deve convincere lui a penetrarmi meglio, a lungo, per riprodurci soavemente senza problemi, quel che mi si consiglia di fare, come ben rilevato in basso, è di contargli i minuti, secondi, i respiri della sua erezione. Immagino che sarà compreso un tifo da stadio, un “vai e vai che ce la fai” e alla volta dopo con tutta l’ansia da prestazione che gli faccio venire mi parrebbe anche sacrosanto e giusto che lui mi mandi a quel paese.

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Ode all’impotente

T’hanno detto che potenza è quella cosa che tu esprimi quando ti si rizza il pene. Se non assurge a più alte e spesse dimensioni quel che saresti è l’impotente. L’idea di potenza insiste nella misura in cui tu riesci a penetrarmi, attraversarmi, insistendo nella durata, fino alla posa ultima del seme che poi è considerato l’atto più potente che ci sia. Potente tu che sei rigorosamente obbediente agli ordini militareschi del diktat riproduttivo e potente io purché i miei ovuli funzionano perfettamente. Lo stigma simile che corrisponde alle donne è quello della sterilità. Se non hai un ovulo che si ingrossa e non resti incinta finanche col pensiero, sei proprio da buttare. Non c’é sessualità che tenga che possa equiparare l’orgoglioso atto che si conclude con un concepimento. Ma alle sterili uno sguardo pietoso è quantomeno dedicato, sebbene insistono talune mamme nel dire che in presenza di una donna che non ha ancora partorito o non intende farlo bisognerebbe lucchettare perfino gli uteri ché loro anticiperebbero, per pregiudizio, il furto addirittura a prima della nascita.

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Stai dicendo “frigida” a chi?

73343_508372655896566_1471546083_nE’ interessante sapere che giustamente mi si dice che di eiaculazione maschile io non avrei alcun diritto di parlare. Non in senso normativo. D’altronde quel che ho fatto è raccontare perché bisognerebbe smetterla di addebitarmi la responsabilità della patologizzazione maschile. Se mi si dice che quello che a lui succede sarebbe causa della mia infelicità, al punto che divento io quella che procura ansia da prestazione, trovo estremamente naturale che io dica “salve… in questa discussione fallocentrata ci sono anch’io e ho delle precise richieste da fare… ovvero… che l’erezione ti duri un secondo o mille anni il punto sta davvero altrove” (come spiegato QUI).

Di quel che per l’uomo la questione rappresenti e soprattutto di quel che rappresenti nelle relazioni gay, dai cui mondi mi sono arrivate le critiche più articolate, sicuramente motivate, bisogna che parliate voi. Parlate voi di voi. Senza tirare in mezzo me, la mia presunta insoddisfazione, la mia presunta infelicità, etc etc.

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Ode all’eiaculazione precoce

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La prima volta che ho visto questa pubblicità, a mio avviso terribilmente normativa, ho avuto la stessa brutta sensazione che ho ogni volta che in tv si parla di donne che avrebbero un perenne prurito intimo. Come quando c’è chi ti ipnotizza per farti pensare che la priorità della vita per te debba essere toglierti i grammi di cellulite che hai sulle cosce. Come quando leggo di certe multinazionali dello psicofarmaco che vorrebbero farmi pensare che un bambino vivace avrebbe bisogno di restare lì rincoglionito e sedato per vivere meglio.

Ho provato a scambiare due chiacchiere con un amico, provando a capire se sono io prevenuta o se effettivamente c’è qualcosa che non va. Mi dice che l’eiaculazione precoce è un problema, certo, è che se c’è qualcosa che lo risolve tanto meglio.

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