Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: età del lavoro e attività politica

Appunti per la mia autobiografia.

Dopo aver vissuto sulla mia pelle gli effetti della violenza di genere cominciai ad approfondire per mio conto. Ritagli di giornale, cronache di donne uccise dai mariti o dai padri o dai fratelli. Donne stuprate e massacrate lasciate sul ciglio di strade di provincia, in quel caso parlavano sempre e solo di anonime prostitute, come se non si trattasse di persone, di esseri umani. Ma la questione era semplice. Il termine umano viene da uomo e le donne si pensava tutto fossero meno che uomini, anzi erano uomini mancati. Nel libro “Casanova e l’Invidia del grembro” di Carlo Flamigni si discute di come eminenti scienziati discutessero dell’eventualità che la donna, uomo mancato, vivesse seguendo la ragione dell’utero, considerato come alieno pensante dentro il corpo femminile. Non era la donna a pensare ma l’utero e l’utero, si sa, pensa sempre male. Tutte le volte che un uomo dice “hai le tue cose” o “ragioni con l’utero” si riferisce a quella cultura vecchia di duecento anni e dura a morire.

Lo stesso valeva per l’isteria, pseudo malattia attribuita al cattivo funzionamento dell’utero pensante. Avrei voluto sapere di tutto questo quando mio padre mi dava dell’isterica e dirgli che ho un cervello anch’io e di certo non sta in quelle zone addette alla riproduzione. Forse era lui che ragionava col cazzo, come tanti uomini spinti dal desiderio e dalla mentalità maschilista a misurarsi col prossimo secondo la lunghezza del pene.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Culture, R-Esistenze, Violenza

#Firenze: a teatro la storia di Rossella Casini. Di mafie e logiche da clan!

Rossella Casini
Rossella Casini

Sono sempre molto perplessa quando si parla di donne e mafia. Nella migliore delle ipotesi sono descritte come giuste perché hanno scelto tra un patriarcato e l’altro, la mafia o lo Stato, i meccanismi impliciti a quel familismo amorale fatto di violenza e omertà e quegli altri in cui si esaltano gli “uomini” di Stato e il legalitarismo come unica strategia di sopravvivenza. Sono perplessa perché conosco a fondo il tema, ho cercato a fatica una sfumatura di antimafia che non fosse appiattita su ragioni filo/istituzionali, laddove in Sicilia si sono celebrate le legittimazioni di varie politiche repressive. Quelli delle leggi speciali antiterrorismo che ti piovevano a casa a tutte le ore a perquisirti l’anima con la speranza di trovare armi dove invece c’era solo un volantino erano poi gli stessi che si nutrivano della retorica del rappresentante dello Stato buono e onesto, l’uomo un po’ supereroe e un po’ leader, che combatteva contro la criminalità organizzata in difesa dei cittadini.

Le donne cui veniva conferito un merito erano quelle che aderivano a quest’ultima cultura. Figlie, mogli, sorelle, parenti, fimmine che tradivano la famiglia d’origine, rompevano il velo d’omertà, venivano uccise per vendette trasversali, pagavano con la vita la scelta di “parlare” quando volevano salvare mariti e figli che la mafia voleva ammazzare o aveva già ammazzato. Perciò di donne in quel contesto si parla sempre e solo come appendici di uomini che sbagliavano o eroi di frontiera, o testimoni e figlie putative di giudici integerrimi che senza dubbio hanno rappresentato un fattore culturale differente, un riferimento altro possibile rispetto a quella immobile mentalità. Le altre erano mafiose, complici, colluse, o di qua o di là, non c’era molta alternativa, a meno che non guardavi tutto con disincanto sapendo che in qualunque luogo ci sono persone degne e indegne, integerrimi e corruttibili, che è tutta una questione di buon senso e umanità, che la disillusione deve riguardare la gente comune così come le divise, perché Peppino Impastato fu ucciso due volte, dalla mafia e da chi poi ha sviato le indagini per coprire un boss.

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Pensieri Liberi, R-Esistenze

Gattopardate

falconeborsellino

 

Quel 23 maggio ero a Palermo come tante altre persone. Dissero che c’era stata una bomba per un magistrato e la cosa sembrava quasi normale. Si continuava a lavorare, fare la spesa, cucinare. Perché era normale stare in una città dove c’erano bombe, sparatine, ammazzatine e monumenti ai caduti e targhe in ricordo degli uccisi ad ogni angolo di strada.

Poi ci fu pure il 19 luglio e già la gente aveva smesso di pensare che fosse una cosa normale. Così fummo in un lampo tutti per le strade ad annusare fuoco e morte, a calpestare detriti e pezzi di carne, a ribellarci contro quel dominio. Incazzati, tutti quanti. Eravamo arrabbiatissimi. Disposti a dimostrarlo.

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