Antiautoritarismo, R-Esistenze, Violenza

Per l’anoressia serve prevenzione e non repressione

avrete saputo della ragazza denunciata e del blog pro-ana (pro anoressia) chiuso in seguito alla denuncia. non sono d’accordo. i disturbi alimentari sono disturbi, per l’appunto, e servirebbe piuttosto capire e prevenirli. una ragazza che tiene un blog pro-ana è di per se’ anoressica. vale a dire che soffre di un disturbo complesso, un tentativo di tenere qualcosa di se’ sotto controllo quando il controllo su tutto il resto manca. si tratta di disturbi che derivano da scarsa autostima, insicurezza, volontà di assumere potere in un ambito che rimane forse l’unico che resta per chi ha vissuto situazioni difficili, infanzia complicata, episodi di bullismo, molestie, violenze.

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Diario di una (non) anoressica

Lei scrive:

[02-06-2016] – È da tanto che penso di scrivere questa pagina di diario, ma da sempre rimando.
Mi chiamo….no, non mi chiamo, il mio nome non ha importanza, potrei essere chiunque, la tua amata sorellina, la tua timida vicina di casa, la stronza che ti isola a scuola, l’insopportabile secchiona, la strafiga che invidi il sabato in discoteca. Ho quasi 17 anni, i miei genitori sono separati, vivo con mia madre e il suo compagno.

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Non usate la parola “disgusto” riferita ai corpi magri

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Lei scrive:

Qualche giorno fa ho letto il commento alla copertina di una rivista e di quel commento la mia mente ha subito evidenziato la parola “disgusto”. Non ho commentato a mia volta, mi sono limitata a leggere le parole degli altri, pro e contro. Ho capito che quella parola non era rivolta alla donna ritratta in copertina, ma al sistema che su quella copertina la posiziona, alla posa che le fanno assumere, ai concetti, messaggi, stereotipi. Ho riflettuto, provando a comprendere, perché alla fine sono d’accordo sull’idea di non sfruttare un corpo malato e non proporre sempre e soltanto un modello estremizzato. Io ho provato, ma quella parola, “disgusto”, anche se contestualizzata, non mi va giù. Questa pagina invita a raccontarsi e voglio provarci, forse riuscirò a spiegare cosa una singola parola può smuovere.

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Quei lager dedicati alle ragazze con disturbi alimentari

Ricevo e pubblico, con un grandissimo abbraccio a questa ragazza così consapevole di quello che le succede.

Lei scrive:

Ciao sono C., ho 16 e soffro di anoressia da due anni. Non ho un carattere semplice, sono abbastanza scontrosa e arrogante, ma soprattutto sono decisamente nervosa. Proprio per questo mi hanno ricoverata solamente una volta, perché le altre volte che ci hanno provato mi sono ribellata minacciando di digiunare fino alla morte.

A volte mi chiedo se fosse stato meglio cedere e farmi aiutare, ma poi ci ripenso: quello non è farsi aiutare. In quel maledetto reparto ci sono rimasta per 5 lunghissimi mesi in cui sono passata da pesare 44 kg a 42 kg, che detto così sembra niente ma sono alta 1.70 m quindi è un peggioramento enorme. Non solo: questo ricovero è stato devastante anche per il mio carattere, penso di avere insultato tutti come si deve, senza risparmiare nessuno, tant’è che gli infermieri quando me ne sono andata erano contenti, ma non perché sapevano che stavo meglio (perché sapevano che non era così) ma perché finalmente avevano un’isterica in meno in quel posto dimenticato da Dio.

Ma sono le pratiche ad essere sbagliate, in quanto non puoi mettere a vivere insieme per mesi 9 ragazze con lo stesso disturbo, perché diventa una gara alla più magra, a chi taglia prima il nastro per il traguardo (e che traguardo, la morte). Le ore passate nella stessa stanza a guardare i piatti delle altre e vedere quanto hanno mangiato e poi fissarle, e poi sentirmi tutti gli sguardi addosso: ORRIBILE.

I giorni passati con le mani fasciate per non mangiarsi le unghie, ottenendo l’effetto di mani monche che non ti permettevano di fare nulla. E tutti i giovedì mattina, in cui ci si doveva svegliare mezz’ora prima per andare a pesarsi, con i lunghi momenti di attesa fuori dalla porta della sala medica con una decina di ragazzine ansimanti per l’agitazione di aver preso un grammo.

E quando volevano obbligarmi ad andare nella mia scuola con il sondino (per chi non lo sapesse è un tubicino che infilano nel naso e arriva fino allo stomaco e serve per l’alimentazione artificiale), come attira-prese in giro. E come dimenticare gli integratori, che dalla confezione sembrano carini succhi di frutta, ma in realtà sono pesanti esattamente come il metallo liquido.

Ma la cosa peggiore è la solitudine. La solitudine in questo reparto formato da un corridoio con tante stanzette e le luci fioche, degno dei miglior film dell’orrore devo ammettere, e con le finestre senza maniglia e le sbarre per evitare di suicidarsi. Sei solo tu, con i tuoi amici con disturbi alimentari, depressi, drogati, autolesionisti o persone che hanno tentato il suicidio. I medici sono lì per non farti morire, non per farti mangiare normalmente.

Dato che sto parlando di questi mesi infernali per la mia vita, vorrei ringraziare mio padre, che è stato l’unico a venirmi a trovare tutti i giorni a tutti gli orari di visita per cercare di strapparmi un sorriso, e la mia amica B., purtroppo conosciuta in quel posto orrendo, ma con la quale penso che condividerò un grande pezzo della mia vita. Chi invece non ringrazio è mia madre che era troppo impegnata a ubriacarsi per occuparsi di me, ma oramai ci avevo fatto l’abitudine.

So perfettamente di aver fatto una lettera un po’ lunga, ma era necessario, perché ci tenevo a far sapere come veniamo trattate in questi posti che dovrebbero servire a curarci, ma che in realtà ci lasciano un trauma irreparabile.

Se condividerai questo mio racconto te ne sarò molto grata, e ci tengo anche a dirti che ti seguo sempre perché trovo che ogni tuo articolo sia interessante! Un grande abbraccio.
C.

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Sono anoressica e lo Stato vuole togliermi mio figlio

Ogni mattina mi sveglio, percorro pochi metri, mi avvicino al letto di mio figlio, lo accarezzo, e sono felice perché lui è ancora lì. Qualche volta mi prende il panico, penso che potrebbe sparire, diventare invisibile, perché proietto su di lui una paura che oramai riguarda me. Sono anoressica da 15 anni. Quando sono rimasta incinta tutti mi dicevano che avrei dovuto abortire o il bambino sarebbe nato con vari problemi di salute. Ho portato avanti la gravidanza a dispetto di tutti, sforzandomi di mangiare, il minimo necessario, anche se il cuore mi batteva forte e tremavo, tutti i giorni, pensando che non sarei riuscita a sopravvivere per superare la notte.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Violenza

Il PD vuole il TSO e l’alimentazione forzata per le anoressiche?

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Il Pd presenta una proposta di legge, dopo la proposta della Marzano che parlava di pene detentive per chi gestisce siti in cui si parla di anoressia e diete con troppa disinvoltura, in cui si impone per le persone affette da anoressia, il Trattamento Sanitario Obbligatorio, ovvero il Tso. Dunque secondo loro la paziente anoressica non deve poter rifiutare di alimentarsi e di essere curata ma cure e alimenti dovranno esserle somministrate con la forza.

Ora, io non so da quale immaginario pre/Basaglia hanno tirato fuori questo po’ po’ di proposta. E vorrei chiedere alcune cose:

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Liberarsi della prigione fatta di sensi di colpa è cosa buona

Daniela ha una madre schizofrenica. Totalmente dipendente dalla figlia. Con atteggiamenti da bambina seppur in età avanzata. Daniela ha vissuto lontano da lei fintanto che c’era il padre vivo. Poi il babbo morì e lei ha dovuto trasferirsi in coincidenza di un momento di crisi con il suo convivente. Così pose fine al suo rapporto decennale e iniziò una vita fatta di inspiegabili sfoghi d’ira, alti e bassi e una morbosa co-dipendenza tra lei e sua madre.

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Antiautoritarismo, R-Esistenze, Storie

L’anoressia è una malattia e non un capriccio

A 48 chili mi sentivo già bene. Vedevo le ossa, potevo toccarle, quindi avevo raggiunto il mio obiettivo. Arrivare a 45 chili, però, fu ancora meglio, perché così avrei potuto permettermi qualche capriccio. Se un giorno avessi deciso di mangiare un po’ di più non avrei dovuto preoccuparmi di perdere il mio peso forma. Quei 45 chili presto diventarono 42, e sembrava così facile perdere peso, eppure io vedevo ancora il mio corpo difettoso. Qualche sporgenza. Troppa carne, quelle rotondità che mi rovinavano il profilo. A 40 chili cominciai ad aver bisogno di mettere delle imbottiture sui seni e i glutei per non fare notare la mia eccessiva perdita di peso a mia madre. Evitavo che mi vedesse nuda.

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Obblighereste un’anoressica a mangiare?

É un mondo alla rovescia quello in cui i malati vorrebbero avere i diritti di cui godono i sani e i sani hanno necessità di etichettare ogni persona.

La via della guarigione per una persona anoressica è complicata e difficilissima da percorrere. Innanzitutto, come avviene quando si reputa di dover salvare la vita di una persona, si priva quella persona di soggettività. Lei, se si tratta di una donna, non ha alcun diritto di dire la propria opinione circa la terapia che le sarà somministrata e in quanto alle dosi di cibo e alle modalità di somministrazione tutto si conclude con un o fai così o ti becchi la nutrizione coatta. Molto facile che la persona “malata” sia così considerata una vittima con la quale solidarizzare e chi la cura, soprattutto sotto l’aspetto della nutrizione, sia considerata come una figura autoritaria e anche un po’ nazista.

I metodi di risoluzione per le persone affette da anoressia, a parte i farmaci e un insieme di regole alimentare degne del terzo reich, possono variare dalla semplice mortificazione della singola espressione dell’anoressica alla supposta necessità di imporre ad essa regole barbare: l’isolamento dalle altre ricoverate, perchè altrimenti si conforterebbero a vicenda, la schedatura pubblica di chi ha trasgredito qualche regola, perfino l’idea di legare, letteralmente, le pazienti, può essere qualcosa da praticare presso luoghi pubblici e privati in cui i disturbi dell’alimentazione sono la materia di cui ci si occupa.

Di fatto resta sempre un dilemma: se le ragazze non vengono in qualche modo spinte a nutrirsi potrebbero anche morire. Poi c’è il terreno dell’accanimento terapeutico, il rifiuto della terapia, la volontà autodeterminata di scegliere una terapia invece che l’altra. Cosa fare in questi casi? Io so che se mia figlia avesse questo problema mi preoccuperei moltissimo ma se la trovassi legata in una clinica o isolata e mortificata come persona, penso che la riporterei a casa o troverei assieme a lei qualcosa che le piaccia di più. Voi che ne pensate?

Leggi anche:

Cara Michela Marzano, i disturbi alimentari non si risolvono con il carcere!

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Antiautoritarismo

Cara Michela Marzano, i disturbi alimentari non si risolvono con il carcere!

Cara Michela Marzano, un paio di giorni fa Angela Azzaro mi ha segnalato il vostro scambio [QUI e QUI] a proposito della sua proposta di legge sull’anoressia, firmata, a quanto vedo, da molte persone, di destra e sinistra, Pd, SeL, NCD, FI, se non erro, e il cui testo ho letto con molta attenzione. Su D di Repubblica trovo anche un breve intervento di Francesca Bolino che osserva come i giudici e le pene detentive non risolvano mai una malattia.

Io vorrei fare un ragionamento, con tutto il rispetto per le consapevolezze maturate nel corso della sua esperienza di cui certamente dobbiamo tenere conto. L’articolo 1° che stabilisce una pena detentiva per i siti accusati di istigare l’anoressia o la bulimia, così come scrive Angela, anche secondo me va cancellato, perché è come se si intervenisse con la repressione per mettere una pezza su un fenomeno sociale che assume contorni legali in altri luoghi che sicuramente non sono quelli di cui parla lei. I siti di cui lei parla, infatti, sono quasi sempre gestiti da persone a loro volta malate, che nascondono la malattia a se stesse e agli altri, illudendosi di poter tenere tutto sotto controllo.

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