Appunti per la mia autobiografia.
In un momento di grande fragilità, dopo aver scoperto della mia malattia, dopo aver subito due interventi ed essermi più o meno ripresa, io e i miei farmaci eravamo una cosa sola. Dovevo portarli con me ovunque, dovevo fare attenzione agli effetti collaterali mentre mi esercitavo a pensare al modo migliore per togliermi di mezzo quando le cose si sarebbero fatte più difficili. Corda per impedire il respiro, vetro per ferirmi, overdose per dormire, massima altezza per sfidare le mie vertigini assicurandomi di non procurarmi una semplice tetraplegia. Pensieri felici, senza dubbio, e nel frattempo ascoltavo le storie delle altre che in un modo o nell’altro mi hanno tenuta in vita. Se queste donne, tante donne, possono sopravvivere al dolore che altri hanno loro inferto è mio dovere continuare a esistere. Ho ascoltato le storie di donne lacerate, massacrate, violentate, picchiate a sangue, rese disabili dai maltrattamenti, impoverite nei sentimenti per la sfiducia che provavano nel prossimo. Ho ascoltato storie di donne piegate dal dolore di malattie non riconosciute o trattate come pezzi di carne senza vita mentre andavano a partorire, donne coraggiose, che sapevano nominare quel dolore e lo raccontavano ad altre affinché quelle altre potessero riconoscerlo e rivendicare attenzione. Ho sentito mille verità e mille dubbi, tante incoerenze e contraddizioni e tutto questo realizza quell’insieme favoloso che compone le donne.
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