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Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero Black nel discorso femminista bianco

Di Ariane Poisson

(articolo originale qui – traduzione di Antonella e Leda del Gruppo Abbatto i Muri)

Contesto: l’intersezionalità come nuovo trend femminista

Il termine intersezionalità fu coniato dall’accademica femminista nera Kimberlé Crenshaw nella sua pubblicazione del 1989 “Demarginalizzare l’intersezione di razza e genere: una critica femminista della dottrina dell’antidiscriminazione, della teoria femminista e delle politiche antirazziste” e le radici culturali di questa teoria si basano su discorsi portati avanti dall’abolizionista (della schiavitù afroamericana negli USA, NdT) Sojourner Truth e la studiosa di Liberazione Nera Anna J. Cooper nel 19esimo secolo. In una parola, l’intersezionalità teorizza che l’esperienza di oppressione sistemica cui è sottoposta una donna nera non è la somma di ciò che opprime un uomo nero sommato all’oppressione subita da una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha permeato il discorso femminista bianco, ma i suoi termini sono divenuti vaghi, marginali e meno pregnanti. Tanto che, prima di esplorare la teoria di Crenshaw sull’intersezionalità, in quanto donna bianca si dovrebbe chiaramente identificare cosa l’intersezionalità è e non cosa possa essere per me. L’intersezionalità non è universale e non tutte le intersezioni delle identità sono su uno stesso piano, specialmente quando una intersezione include la bianchezza. Non importa quali altri assi di discriminazione sono in gioco, la bianchezza conferisce un supporto tale per cui a chi ne beneficia non sarà dato di sperimentare l’impatto totale dell’oppressione o dell’invisibilizzazione smascherate dalla teoria intersezionale.

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Il maschilismo è la più dannosa forma di oppressione

Il maschilismo è una cultura basata sulla conservazione del privilegio maschile. Quel privilegio consente ad alcuni il perpetuare di situazioni di schiavitù nei confronti di chiunque i maschilisti ritengano inferiori. Ragionando in senso intersezionale il maschilismo oggi non può fare a meno di essere accostato al razzismo, all’autoritarismo, al classismo. Questo non vuol dire che tra le persone nere non vi siano maschilisti o che tra gli antirazzisti e gli antifascisti non vi siano persone sessiste, anzi. Significa invece che il maschilismo è una delle culture di oppressione, su larga scala, in qualunque longitudine e latitudine vi troviate, che accomuna molte persone: uomini e anche donne che il maschilismo lo veicolano come niente fosse. Un’altra forma di oppressione è la bianchezza, il razzismo, e l’altra il classismo. Persone ricche che schiavizzano quelle povere. Persone bianche che schiavizzano quelle nere. Se consideriamo una scala gerarchica tra le varie tipologie di oppressione troviamo uomini che opprimono donne e opprimono altri uomini o le persone gay, lesbiche e trans perché non si conformano alla loro idea di società. In questo caso parliamo di uomini etero.

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Parto “naturale”? Il nemico non è la medicalizzazione

Lei scrive:

Negli ultimi decenni si è assistito a un cambiamento nella visione del parto.

Quando sono nata io, nei primi anni ’80, apparentemente mia mamma non aveva grandissime aspettative a riguardo, se non che mi tirassero fuori nel modo più sicuro per entrambe le parti in causa. Mi ha raccontato di ricordare pochissimo dell’effettivo travaglio e del momento di espulsione, non perché “i dolori tanto si dimenticano” quanto perché era stata opportunamente sedata.

Adesso un simile atteggiamento viene guardato con sospetto e indignazione: il parto non è più soltanto il momento dell’uscita del bambino dal corpo materno ma un’*esperienza*, che deve essere vissuta appieno, deve essere magica, mistica, soddisfacente, deve essere “un bellissimo ricordo”, deve farti provare appieno l’energia del corpo femminile eccetera eccetera, bla bla bla.

Il corpo femminile è “fatto per questo”, non c’è “niente di più naturale”, è “fisiologico”: gli eccessivi interventi medici rendono il processo più difficili, anzi, perché si ostinano a intervenire? Non sarebbe meglio partorire direttamente a casa, in modo da poter fare il parto in acqua, il parto ipnotico, il parto orgasmico, magari aiutate solo da un’ostetrica e una doula, senza ‘sti medici che si ostinano a stare tra le palle, magari per salvare la vita del bambino?

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Il mio femminismo “imperfetto”

Antonella scrive:

Sono nata in un paesone di provincia da una famiglia molto ordinaria e tradizionalista, per fortuna non bigotta. Una famiglia in cui il quotidiano veniva acquistato tutti i giorni e dove tuttavia il massimo della cultura era rappresentato dai libri di Selezione dal Reader’s Digest che mio padre comprava per corrispondenza. Ho imparato a leggere presto e altrettanto presto ho scoperto che ero troppo maschio per essere una bambina “giusta”. Ho passato la vita a cercare di piacere invece che di piacermi (e a ben vedere ancora non è finita ‘sta storia infame).

Ero piccola ma c’ero già quando la rivoluzione femminista cambiava le piazze e le menti di tante donne in Italia, ricordo i TG e le notizie e le immagini di quei cortei verso cui mio padre esprimeva giudizi sprezzanti: le donne dovevano ovviamente stare a casa, come mia madre, che sfiancata da quattro figli e dalla depressione si ammazzerà a 49 anni, il giorno del suo compleanno.

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Il parto è crudo ma voglio dire la mia

Lei scrive:

Grazie per la pagina interessante ed intelligente, una perla rara nello zoo urlante dei social.

Ti scrivo perché sono colpita dal post sul parto (“Ciao ragazze vi spiego come è un parto e vi passa la voglia di fare un figlio) e, sebbene all’inizio pensassi di commentare quello, credo che il mio commento sarebbe troppo lungo.

Intanto grazie per questa testimonianza. Credo che oggi giorno tutto quello che sta attorno alla maternità sia ampiamente edulcorato, con il risultato che quando ti ritrovi sola, ferita e dolorante, con un neonato che strilla e la casa per aria non puoi che sentirti completamente inadeguata ed incapace. Nella tua testa fanno eco le immagini di mamme perfette della pubblicità della pampers, bambini sorridenti e felici, case splendenti e disinfettate e lunghe passeggiate con la carrozzina ultimo modello (rigorosamente in forma smagliante, perché sei anche donna e non puoi rinunciare al tacco 12). A te no. A te è toccato il bambino difettoso, che se lo metti in culla piange, se lo metti nel passeggino piange. Lui deve starti addosso. Sempre. E addosso ti stanno pure tutti gli altri con i loro consigli invadenti. Tu ti trascini con il tuo grappolo di emorroidi, i capelli unti da una settimana, uno schema di Natale al punto croce sulla vulva e pensi con sconforto alla tua pancia flaccida e striata (colpa tua anche quello, perché non sei tonica abbastanza e perché non hai speso tutti i tuoi risparmi in olio di rosa mosqueta colta in plenilunio da vergini tibetane). Tutti ti ricordano quanto sei fortunata ad avere quella creatura e quando appena appena il “chicazzomelhafattofare” tenta di avvicinarsi alla soglia del pensiero cosciente, ti senti in colpa ed ingrata (specie se quel figlio l’hai cercato per anni e hai troppo spesso avuto paura che non sarebbe venuto mai)

Nella mia vita non ricordo nulla di così sconvolgente e demoralizzante come i 30 giorni dopo il parto. La maternità è un periodo duro difficile e stremante, del quale il parto non è nemmeno il momento peggiore e sarebbe giusto parlarne, sarebbe giusto raccontarne e sarebbe giusto essere pronte ad accogliere con più consapevolezza il crollo ormonale del post parto.

Però.

Però il post che ho letto secondo me va fin troppo nell’altra direzione. Cerco di spiegare quel che intendo.

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Il parto non è poi tutta questa meraviglia

Lei scrive:

Ciao!
Grazie per aver affrontato questo tema e grazie per dare la possibilità di parlarne, io vorrei urlare al mondo intero la mia esperienza, giusto per sfogarmi un po’, ma quando ci ho provato mi dicevano che così spaventavo le altre donne. D’altronde è la realtà, perchè addolcirla? Solo per far figliare povere donne ignare?
Premetto, ho due figli ed è vero che ogni parto è a sé, è vero che ci sono parti che vanno bene e altri meno bene, ma è vero che fa sempre un grandissimo male, d’altronde da lì ci deve passare un bambino!
Vorrei raccontare il mio primo parto.
Ero ormai giunta al termine e secondo l’ospedale dovevo fare il parto indotto. Per fortuna ha funzionato abbastanza velocemente (c’erano donne con me che tentavano l’induzione da 2 giorni!), fatto indotto il pomeriggio, verso sera le prime contrazioni. Ho passato la notte intera con le contrazioni e le ostetriche che mi dicevano di dormire, così avrei avuto le forze per partorire il giorno dopo. Ecco, le contrazioni lasciano senza fiato, dicono durano poco, 30 sec/1 minuto, ma a me sembrava durassero un’eternità. Ditemi voi come potete dormire con un dolore che ogni 5/10 minuti arriva, spiegatemelo perchè io non ci sono riuscita!
Alla mattina mi dissero che ero abbastanza dilatata e che mi avrebbero rotto le acque. Non pensate sia una cosa indolore, perchè devono ravanare dentro, infilarti un aggeggio appuntito che ti rompa la membrana e sentire il liquido che fuoriesce come se avessi una terribile incontinenza. Ed è vero, il liquido che esce non fa male, ma è l’inizio dei mali.
Dicono che con l’indotto si soffra di più, perchè le contrazioni sono più forti, non ve lo so dire, entrambi i miei parti sono stati indotti. Le contrazioni fanno male, punto. A tutte e in qualunque circostanza.
3 ore di contrazioni e per me sono state pure troppe, mi immedesimo in quelle poverine che soffrono per giorni e vorrei salvarle, piangere con loro.

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Il parto è una merda. Poi però potresti infinitamente amare i tuoi figli

Lei scrive:

Ciao Eretica, mi è già capitato di scriverti in merito all’aborto, oggi rileggendo il post sul parto vorrei parlarti di questo. La descrizione è cruda e accurata ma rimango dell’idea che nemmeno quella ti prepari minimamente a ciò  che il tuo corpo farà. Io di parti ne ho fatti due (fatti non avuti, perché il parto ti impegna fisicamente più di qualunque altra cosa al mondo), tutti e due naturali e senza epidurale ma non per scelta. La prima volta l’ostetrica aveva visto qualcosa che non andava e non me la rimboccò, effettivamente dopo 11 ore di travaglio e l’episiotomia la bambina aveva solo la corona fuori. Sono stata due ore a spingere con metà testa di mia figlia fuori dalla mia patata eppure non si muoveva, niente. Il mio unico pensiero era: chi cazzo mi ha infilato una mietitrebbia su per la vagina fino allo stomaco e non vuole tirarla via?

Alla fine chiamarono il ginecologo che infilando TUTTA LA MANO dentro di me liberò il collo di mia figlia dal cordone, di fatto salvandole la vita. Ero lì, mezza nuda, piena di sangue e sudore, la sala parto piena del mio sangue e deiezioni, con la patata tagliata e dolorante ma guardando mia figlia tenuta per i piedini, cianotica, senza respiro l’unico pensiero diventò “Amore mio apri quei cazzo di occhi”. Li ha aperti dopo un interminabile minuto e mezzo e anche se a causa del taglio profondo sono stata immobilizzata a letto con il clistere per le 12 ore successive, sentendo che non mi sarei mai più ripresa da quel dolore, che quello che mi era successo era tutto fuorché “naturale” continuavo a guardare la mia bambina sentendo il più grande amore che avessi mai provato in vita mia.

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