Culture, Ricerche&Analisi, Violenza

Contrattacco e terrorismo maschilista

Analizzando centinaia di articoli e servizi televisivi americani su delitti che coinvolgono ex mariti o ex fidanzati va sottolineato come sia bandito il termine femminicidio e il concetto di violenza di genere. Viene sostituito con moventi antichi e da archiviare: gelosia, triangolo amoroso (per dire che lei se l’è cercata), delitto passionale, battaglia per la custodia. Quest’ultimo concetto è fortemente voluto dai padri separati che sembrano opportunisti commentatori di casi di cronaca ma in realtà avallano uno stato di terrore teso al controllo delle donne.

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Culture, Vedere, Violenza

Contrattacco maschilista: le stragi Usa in nome del Pater Familias

La giustizia americana è agli sgoccioli, privatizzata, con un sistema sociale che produce iniquità, si incoraggia l’abbandono scolastico e le gravidanze in giovane età, dunque arrivano i divorzi, con battaglie per la custodia dei figli, e per questo dobbiamo ringraziare i padri separati americani, con il loro abbecedario minimo sul negazionismo del femminicidio e sulle “false accuse” delle ex mogli che chiedono di essere lasciate in pace dopo la separazione e con la totale indisponibilità a dare alimenti ai figli (perciò li vogliono presso di loro anche se poi li affidano alla loro mamma). A loro dobbiamo quello che tentano di fare anche in Italia ovvero la possibilità per i nonni di chiedere custodia e trascinare in tribunale l’ex nuora se il figlio è un violento dichiarato.

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Contrattacco maschilista: quando il femminicida fa finta di essere vittima della moglie e dei figli uccisi

Colorado, 2018, Chris Watts uccide la moglie Shanann (incinta) e le figlie Bella e Celeste. Aveva deciso di cambiare vita, era dimagrito, si era fatto l’amante alla quale aveva detto di stare per separarsi, poi si è fatto beccare per una banale ricevuta della carta di credito alla quele addebitava una cena per due. La moglie non voleva interrompere il matrimonio e men che meno era la megera che lui voleva far credere alla corte.

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Isolamento e manipolazione

Cara Eretica,

Mi sono trasferita in casa del mio compagno, su suo invito, e mai avrei immaginato cosa mi aspettava. Il trasferimento ha comportato l’abbandono di amici e parenti in una città in cui avevo solo lui. Ho cercato di fare amicizie ma lui mi seguiva e controllava e piagnucolava per il terrore di perdermi facendomi sentire in colpa se sfuggivo al suo controllo. A distanza di tempo è facile dire che avrei dovuto andarmene ma non è facile quando la manipolazione e il senso di colpa ti obbligano in una situazione che non riesci ad elaborare. Se per caso davo segni di stanchezza rilanciava, voleva sposarmi, stare con me sempre, poi si arrabbiava se il suo controllo veniva meno.

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R-Esistenze, Recensioni, Violenza

Violenza dell’archivio: l’isolamento nella violenza domestica

“La casa dei tuoi sogni come creazione di un mondo immaginario (di Carmen Maria Machado)

I luoghi non sono mai solo luoghi, in un esercizio di scrittura l’autore ha fallito l’ambientazione quando la definisce come inerte perché essa è attivata dal punto di vista. Più avanti, lettrice, imparerai che una caratteristica comune dell’abuso domestico è la dislocazione cioè la vittima si è appena trasferita in un posto nuovo o è in un posto in cui non parla la lingua oppure è stata sradicata dalla sua rete di sostegno dai suoi amici o parenti, ma è la sua capacità di comunicare e la sua situazione, il suo isolamento a renderla vulnerabile. La sua unica alleata è la persona che abusa di lei il che significa che non ho alcun alleato e quindi deve lottare contro un paesaggio immutabile che è stato portato alla luce e scolpito nientemeno che dal tempo: una casa che è troppo grande per essere smantellata a mani nude o una situazione troppo complessa e travolgente perché la possa dominare da sola. L’ambientazione fa il suo lavoro e questo mondo avrebbe anche potuto essere un’isola circondata da acque invalicabili…”

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La violenza dell’archivio: quando cancellano le tue narrazioni e la tua identità

Un libro da leggere (edito Codice edizioni) da cui vi ricopio un passo che possiamo riadattare alle nostre esigenze, motivo per cui mi arrabbio molto quando le nostre storie, la nostra capacità di narrazione, di prendere parola e di nominare quel che viviamo, viene censurata o osteggiata. Carmen Maria Machado scrive:

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La misoginia della polizia e il femminicidio giustificati con la “teoria del serial killer”

Negli Usa si intende per serial killer chi commette più di tre delitti. Si dovrebbe dire che però c’è chi mette quel criminale in condizione di farlo, di agire nell’impunità. Perché le leggi degli anni settanta e ottanta e metà anni novanta non avevano molta dimestichezza con il concetto di violenza di genere.

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Misogino, violento con la ex, femminicida, cacciatore di “streghe” negli Usa

Roxanne Houston scompare misteriosamente da Taos, New Mexico, nel 2014, dove si era trasferita con il suo ragazzo dal Colorado. Si era inserita in una comunità di persone tranquille, un gruppo di persone ai margini ma solidali tra loro, a cui dava una mano e da cui era più che benvoluta. Credeva nel potere della terra, la religione wiccan, nulla a che fare con la stregoneria. Prima di sparire venne a contatto con Ivan Cales, uno che massacrava la ex moglie la quale era dovuta fuggire coi figli per timore che lui la uccidesse. Un misogino fatto e finito che dopo un alterco con l’uomo che abitava il terreno in cui la roulotte di Cales non era più gradita, lui non lo era, perché inquietante, con una pistola, per nulla incline al rispetto dei vicini, ha pensato bene di prendersela con la Roxanne, inquilina che tra l’altro stava per tornare in Colorado.

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Donna transgender: per il Texas la sua sparizione conta meno

Kimberly Avila, che i media americani si ostinano a chiamare Ramiro, è una donna transgender ed è una delle centinaia di migliaia di missing person che nel Texas diventano meno importanti se nativi americani, afroamericani, latini e transgender. Nel suo caso le è stata imputata la “colpa” di essere una sex worker e dunque di essersela andata a cercare, in più ne è derivato un caso di criminalizzazione della sua famiglia, delle persone transgender e sex worker che secondo la polizia non sarebbero stati disponibili a “collaborare” sebbene poche settimane prima della sparizione della donna il quartiere in cui lei lavorava fosse stato oggetto di un raid punitivo con arresti mirati proprio contro le sex worker e le transgender. La cultura punitiva e stereotipata, piena di pregiudizi e sessista e transfobica è talmente alta che la famiglia di Kimberly si è vista strappare perfino i volantini di ricerca affissi per le strade per chiedere informazioni circa la sua sparizione. Se sei donna transgender e sex worker dunque non meriti nulla.

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L’Italia non è “sicura” per le donne

Nella prima puntata di Chi l’ha visto (online), a parte parlare della tragica storia di Giulia si denunciano due fatti che riguardano l’Italia:

proprio guardando un’intervista che discute del femminicidio due coniugi discutono, lei si preoccupa per la ragazza, lui un po’ meno, tira fuori il coltello, è solo l’ennesima lite, il figlio telefona ai tutori dell’ordine che deportano la donna e il figlio in casa protetta e lasciano lui comodamente in casa propria in attesa di non so cosa. Dunque di fatto è lei che viene punita e non lui. Perchè? Dicono che non l’hanno colto sul fatto, ed è raro trovarsi a passare per la camera da pranzo di una casa in cui lui brandisce un coltello. Diremmo dunque che le denunce per violenza domestica per prassi finiscono tutte allo stesso modo. Lei viene allontanata e lui premiato. Salvo non arrivare tardi, quando lei è già defunta. O no?

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Melania Rea: fu un femminicidio?

Melania Rea viene uccisa nel 2011, secondo la sentenza definitiva, da suo marito Salvatore Parolisi. Il documentario Delitti in famiglia dedicato, molti anni dopo, al caso di Melania, fa emergere un quadro molto più complesso rispetto a quello recepito dal circo mediatico di allora. La criminologa intervistata parla di un rapporto maltrattante, vessatorio, in termini psicologici ed economici, e riguardo al condannato parla di personalità narcisistica, dedita al controllo, a partire da ciò che lui diceva nelle interviste, parlando di lei come della bella donna che a lui restituiva piacere per il fatto che gli altri la guardassero. Melania, in quelle interviste, scompare, non c’è, esiste solo per la gratificazione del marito.

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Sara di Pietrantonio: stalking preludio di femminicidio

Sara di Pietrantonio è stata uccisa a Roma nel maggio 2016 dal suo ex Vicenzo Paduano. Prima nota: quado si parla di femminicidio è orrendo pubblicare la foto dei due abbracciati e sorridenti. Non rappresenta nulla di ciò che è successo. Evitate. Seconda nota: la sentenza definitiva di condanna per Paduano, come ricorda l’investigatrice, nel documentario Ossi di Seppia, parla anche di stalking come elemento comprovante la premeditazione che gli costa l’ergastolo. E’ la prima sentenza che mette in relazione le due cose ed è importante in termini culturali.

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Stalking: controllo e paura per le vittime

Lo Stalking è una delle forme di violenza più sminuite in assoluto in moltissimi stati occidentali. Negli Stati Uniti risolvono con un ordine restrittivo che viene costantemente violato e dato il sistema giudiziario fallace anche se c’è una violazione di tale ordine lo stalker viene subito rilasciato su cauzione. E’ così che si autofinanzia il sistema penale degli Usa, con i soldi dei carcerati. Perciò i poveri restano in carcere e i ricchi sono a spasso.

In Europa non va molto meglio, solo di recente per noi è stata approvata una legge che però ha delle falle perché lo stalking non viene visto come il preludio di qualcosa di più grave. Si passa dal “Ignoratelo” al “forse hai fatto qualcosa per incoraggiarlo” al “se non commette una azione davvero criminale (uno stupro o un femminicidio) non possiamo agire… abbiamo le mani legate”. Dunque si chiede alla persona che denuncia lo stalking di dimostrare attraverso copie di mail, messaggi, foto, video, roba seria, gravissima, non equivoca, che lo stalking si sta compiendo.

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Jane Trenka e lo stalking sminuito

Jane Jeong Trenka

Jane abita in Corea ed è una scrittrice affermata. Prima di questo però ha vissuto come bimba adottata negli Stati Uniti, con genitori che non la capivano né si informavano circa il razzismo che la ragazza ha dovuto subire per molto tempo. In ultimo, quando pensava che al college non avrebbe più avuto problemi ha trovato uno stalker, Jim Martin, il quale la riprendeva di nascosto, la seguiva, la terrorizzava e poi comprò tutto l’occorrente per condurre un piano di sequestro, stupro, uccisione e sepoltura di Jane.

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