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Il Papa si appropria (malamente) del termine “femminicidio”

Si chiama Dignitas Infinita, dichiarazione curata da un prefetto e firmata dal Papa. il documento sarebbe stato frutto di un lungo parto del magistero papale che immagino si faccia i fatti delle persone che non vivono neppure in Vaticano. E indovinate un po’? Si concentra soprattutto, a ben vedere dai titoli delle news, su tutte le persone egualmente discriminate. Mentre le donne si trovano nel pieno di una battaglia in difesa della propria libertà di scelta nell’aborto, il documento usa il termine femminicidio, giusto nella maniera in cui lo intende la Roccella ovvero violenza sulle donne e non violenza di genere a tutto tondo il cui exploit finale è l’omicidio, per sdoganare l’obiezione all’aborto, il contrasto alle presunte “teorie gender”, di cui la commissione Onu per i diritti umani ci informa ampiamente stabilendo si tratta di un altro escamotage per contrapporsi alle persone gay, lesbiche, trans, intersex, alle relazioni omosessuali, alle famiglie omogenitoriali, ai bimbi nati in unioni omogenitoriali, dunque alle donne che volontariamente si prestano per generare bambini destinati ad esse.

Non solo. Usa il femminicidio per dichiarare settore in difesa della presunta dignità umana nientemeno che l’aborto. In definitiva si fanno gli affari delle donne senza neppure chiedere il loro parere. Si tratta di modalità paternalista e patriarcale. Cosa che i fascisti al governo hanno ampiamente recepito stabilendo che gli antiabortisti possono entrare nei consultori.

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La nostra rabbia vi seppellirà

Più leggo le storie di donne che hanno subito molestie, stupri, violenze e più la rabbia sale. Perché mi rifiuto di sentirmi impotrente. Ho sempre rifiutato l’idea che le cose dovessero essere quelle, ma sì lasciamo perdere, tanto non cambia niente, e mi sono assunta la responsabilità di voler cambiare qualcosa, per me stessa, per le altre, con tutta la fatica che ciò comporta. Perché sono cresciuta anch’io in luoghi in cui c’era la gara dei piccoli maschi a chi ti toccava prima il culo o il seno. Perché il mio corpo come quello di molte altre è sempre stato meta di scommesse, conquiste, bottino di guerre, premio per chi ce l’aveva più grande, l’ego. Perché ho vissuto in spazi perfino troppo stretti in cui vecchi bavosi insistevano per volermi trascinare dove avrei potuto leccare il gelato (ti piace leccare il gelato, vero?), e tutto questo accadeva quando avevo otto, dieci, dodici anni, figuriamoci a quattordici, mentre io cercavo di capire chi ero e tentavo di sopravvivere con tutte le mie forze per stabilire un discreto rapporto con me stessa.

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La ragione dell’isolamento della bulimica

Anche oggi tra i contributi arrivati sulla pagina facebook di Abbatto i Muri per la Campagna #tuttacolpamia ce n’è uno che merita una riflessione, almeno da parte mia che ho lo stesso problema.

Se il cibo non fosse visto in termini ricattatori, non solo in una coppia, come la storia che ella racconta, ma anche e soprattutto in famiglia, la bulimica non avrebbe alcuna ragione per trincerarsi nell’isolamento più assoluto. In questa nazione dove il magna magna generale, festivo, domenicale, natalizio e pasquale è una sorta di compensazione per ogni altra carenza affettiva, è difficile per una persona che soffre di disturbi alimentari far parte di tutto questo o non farne parte senza che lei non nutra sensi di colpa.

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Perché la verginità è un valore maschilista

Cintura di castità

Strega vede tante donne dolersi per aver consegnato la verginità ad uno stupratore prima che per aver subito l’orrore di uno stupro. Vede anche tante donne dolersi di non essere sufficientemente vergini da impedire uno stupro an4le a colui il quale intende esser nominato re delle prime volte.

Vi racconto una storia: è la storia del primo uomo e della donna appresso a lui che aveva interiorizzato la bibbia dell’uomo. Costui doveva assicurarsi che le fanciulle non la dessero via solo per mero desiderio sessuale. Essendo le donne oggetti e mai soggetti sessuali la scelta su quando, a chi, come darla non spettava a loro. Spettava ai padri e alle madri sorveglianti del buon onore delle figlie. Sull’onore si sono fatte leggi in difesa del quale all’uomo era perfino concesso di ammazzare le donne della sua famiglia (delitto d’onore abolito nel 1981). Per ogni fanciulla la cui verginità veniva meno si usava non solo il termine “onore”, riferendosi all’onore del padre o del fratello, comunque dell’uomo custode della ragazza. Si usava anche il termine “morale”. Colei che la dava via era una creatura immorale, se cedeva al proprio desiderio sessuale era perfino definita una strega. Tutte le volte che la sessualità della donna sfuggiva al controllo maschile c’era una parola adatta a criminalizzarla.

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Storia di una Strega

Qui comincia una nuova vicenda, che ha per protagonista una donna che si è macchiata del peggior crimine nella storia ed è stata reclusa in una stanza dalla quale poteva a malapena guardare uno spicchio di mondo, una porzione di prato, qualche albero, automobili parcheggiate, finestre del condominio di fronte. Udiva però con chiarezza le voci dell’inquilina del piano di sopra e di quello dell’appartamento confinante. Voci alterate, persone che usavano toni litigiosi per un nonnulla. La donna che per battesimo fu denominata Strega, rifletteva spesso su come gli uomini adorassero concentrarsi sulle guerre in altri mondi ignorando la battaglia che si svolgeva ogni giorno dinanzi ai loro occhi. La concentrazione si sa, ha il difetto di volgersi dove fa meno male. Le guerre lontane impediscono di pensare alle responsabilità del qui e ora. Ci sono uomini che usano parole con toni piene di enfasi dedicate alle ferite altrui e nel frattempo svolgevano il proprio lavoro di parlamentari o giornalisti al soldo dei partiti di cui non davano notizia a nessuno. Strega dal suo angolo di reclusione non trovava notizie su quel che il governo stava facendo, su quali provvedimenti stava adottando. Quel che sapeva è che se voleva trarre la verità da fonti certe doveva imparare ad ascoltare il vento. Con esso giungevano lamenti di persone innamorate e deluse o povere in canna, prive di sostentamento, disinformate e senza cognizione dei diritti cui avrebbero dovuto godere. Il vento lasciava viaggiare voci di storie di donne stuprate, picchiate, malate, recluse, un po’ come lei, per aver disobbedito all’ordine dei padri fondatori. Così venivano definiti quelli che ritenevano di aver posto la prima pietra di questa o quella città. Ignorando il fatto che quei padri avevano avuto una madre che li aveva generati e nutriti finché i figli non le avevano rinnegate.

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