Ci sono tanti racconti di donne sopravvissute alla violenza. A volte mi riconosco in esse. Più spesso invece no. Quello che manca a mio avviso è una narrazione che descriva quello che succede dopo che una donna è uscita dalla violenza. Non voglio generalizzare, perciò racconto solo quello che è successo a me.
Lui mi ha quasi uccisa. L’istinto di sopravvivenza mi ha spinto a lasciarlo per sentirmi libera dalla paura. Pensavo di trovare una società sensibile a questi temi, invece ho trovato tanta indifferenza. Tanti sono i commenti di solidarietà sui social e altrettanta è l’indifferenza di gente che non ha voglia di agire in termini concreti.
Se ti presenti ad un colloquio di lavoro, dicendo che oltre alle competenze puoi aggiungere il bisogno di un impiego perché sei sopravvissuta alla violenza, ti guardano come fossi pazza. Meglio non assumere una donna tanto “emotiva”. Così mi ha risposto un tizio che cercava una segretaria. Emotiva un cazzo, direi.
Chi ha voglia di tirare fuori anche un solo centesimo per aiutare una come me? Ve lo dico io: nessuno. Neppure se sei sola, senza aiuto della famiglia e con un bimbo piccolo da mantenere. Sopravvivere ad una violenza vuol dire che la separazione dal violento avviene in modo violento. Lui pensa di essere una vittima e non ti concederà un soldo neanche per il bambino. Quello che lui fa è vendicarsi e punirti perché non ti sei comportata bene e perché l’hai sputtanato senza obbedire alle regole dell’omertà.
Questo comportamento sociale dovrebbe essere premiato ma, a parte tante parole vuote, nessuno poi è realmente disposto a fare niente per te. Ma si, che figata, sono sopravvissuta, bene brava bis. E poi? Poi ti spetta la solitudine, lo stigma sociale, una sorta di punizione collettiva. Non puoi sfuggire alle convenzioni. Se lo fai avrai quello che ti meriti.
Al centro per l’impiego non esiste la voce: disoccupata e reduce da una guerra coniugale. Non è qualcosa che altri amano sentire. Nessuno ti premia. A nessuno frega un cazzo di te. Così mi sono ritrovata a dover camminare sulle mie gambe facendo attenzione a non svelare il mio “errore” a chiunque.
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