Le Pazze, Scrittura

Le pazze – terzo capitolo

Scrittura per la libertà. Continua da QUI. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


3

Cecco ci svegliò con una colazione a base di caffè d’orzo e pane appena sfornato. Lo aveva fatto da solo e l’aveva cucinato nel suo forno a legna che si era procurato per poter cucinare piatti squisiti. La sua modestia traspariva dall’arredamento, essenziale e utile. Ci chiese notizie dei danni riportati per lo straripamento e noi la domanda rivolgendogli quesiti su quanto fosse migliorata la vita in città. Si disse d’accordo ma non aveva memoria di come fosse prima, ai tempi dei suoi genitori oramai morti. Disse di essere nato in una situazione di ripresa e di essere abituato a vivere di quello che la natura gli donava. I suoi genitori gli parlavano dei turisti, dei grandi ristoranti sempre pieni di clienti, di automobili che sfrecciavano in ogni strada, di aerei che volavano sulla città. Lui non aveva conosciuto nulla di tutto ciò perché il mondo era radicalmente cambiato quando nacque. I genitori ebbero dapprima difficoltà ad adattarsi ma per lui era piuttosto semplice vivere secondo le tradizioni antiche. Aveva visto rifiorire le attività artigianali e poi ci fu la decisione dell’amministrazione comunale di devolvere agli abitanti ogni terreno per uso agricolo. Così ciascuno poteva coltivare qualcosa di cui nutrirsi e c’erano anche i luoghi in cui si potevano allevare polli, maiali, pecore, mucche. Disse che il giorno dopo sarebbe passato l’ambulante che portava il latte fresco appena munto e se fossimo rimaste avremmo anche potuto assaggiare dell’ottimo formaggio fresco.

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Le Pazze, Scrittura

Le Pazze – secondo capitolo

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2

Dopo esserci saziate di pesce decidemmo di continuare il nostro giro di esplorazione della città. Ci dirigemmo verso Ponte Vecchio dove stranamente non c’erano gioiellieri ma artigiani che lavoravano per strada, con laboratori aperti di falegnameria e ferramenta. Sembrava quasi una città del passato o forse una Firenze non più rivolta semplicemente ai turisti ma alle esigenze dei propri abitanti. Le piccole case sopra le botteghe degli artigiani erano arredate di panni stesi e c’erano donne che cantavano mentre svolgevano lavori casalinghi. Per poco non fumo colpite da una secchiata d’acqua gelata che veniva da un donnone enorme, alle prese con la pulizia delle imposte. Tutto il centro sembrava fiorire di attività artigiane, vicino agli Uffizi i pittori non raggranellavano qualche moneta facendo ritratti in pochi secondi. Erano intenti invece a realizzare opere di pregio, paesaggi, visioni d’insieme, scene di vita quotidiana, un pittore dipingeva la posa di un altro pittore posizionato dinanzi a lui. Lungo la piazza c’era anche uno spazio per la scultura e dove normalmente si vedevano persone in posa statica, raffiguranti Michelangelo o Dante Alighieri, si assisteva a performance costumi d’epoca.

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Le Pazze, Scrittura

Le pazze – primo capitolo

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1

Lo squarcio apparve all’improvviso. Ci tuffammo insieme, senza bisogno di concordare nulla. Il nulla sarebbe stato meglio della prigione in cui eravamo rinchiuse. Durò un secondo, forse meno, e fummo travolte dall’ossigeno. Ci trovavamo in aperta campagna, il sole brillava alto, una brezza leggera ci invitava a proseguire alla scoperta di una nuova primavera. C’era fiori dappertutto, il casolare, prima ospedale, era diroccato. Riconoscemmo il corridoio, alcune stanze, c’erano i legacci della contenzione su una barella senza materasso. Decidemmo di restare un po’ per discutere e capire dove andare. Dopo mesi di prigionia non riuscivamo a fare un passo. Nessuna infermiera o medico ci controllava, eppure stavamo lì a guardare le rovine senza sapere cosa fare. Trovammo sassi sui quali poggiare i nostri corpi e Lella fu la prima a urlare. Non di gioia ma per l’orrore. L’ipocondriaca non avrebbe più potuto fingersi malata. Per noi era tutta un’altra storia. Nessun farmaco, nessun sondino nasogastrico. Potevamo solo interpretare noi stesse, quel che eravamo davvero, senza amputazioni mentali. Le sensazioni arrivarono talmente in fretta da costringerci a tenerci strette. Michela, la bipolare, segnalava visioni celestiali, Valentina respirava meglio, senza l’oppressione dei farmaci, Bella parlava a ruota libera, raccontando il trauma che l’aveva ridotta tanto male.

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Le Pazze, Scrittura

Le pazze – scrittura per la libertà

Vi regalo un racconto, in più capitoli, attendetene altri, per leggere come finisce o forse continua la storia. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!

Prologo

Le giornate scorrevano, una uguale all’altra, senza variazioni, stesso ritmo, uguale l’espressione di ciascuno. Tempi scanditi dall’arrivo dell’infermiera per la consegna dei farmaci, poi il passaggio dei medici, il pranzo, altra dose di farmaci, la cena e l’ultima dose prima della notte. Il sonno arrivava senza preavviso, spoglio di sogni, dopo l’amputazione dei pensieri diurni c’era quella degli sfoghi notturni. Ogni tanto il pianto, qualcuna singhiozzando diceva di voler fuggire, poi la morte arrivava anche per lei, perché dormire per tutte noi era un po’ come morire. Ne parlavamo a volte, di conservare farmaci per una morte vera, più duratura, poi perquisivano le stanze, ci perquisivano le lingue, la gola, le narici. Avrebbero perquisito anche i nostri culi se avessimo fatto in tempo a inserirvi qualche farmaco. Il nostro domani era identico all’oggi. Non c’era modo di guarire. Potevamo soltanto restare schiave della terapia. I medici osservavano l’andamento lento delle nostre vite, sorvegliavano le nostre mosse, a volte ci legavano, perché pensavano potessimo farci del male. Eleonora restò in contenzione per tre giorni. Aveva avuto la brutta idea di strapparsi via il soldino nasogastrico. Quanta forza per una ragazza di diciassette anni che pesata trentaquattro chili, inclusi gli abiti e le scarpe. Lo psichiatra tornava soddisfatto, dopo il congresso con i suoi colleghi, diceva che avevano scoperto un nuovo modo per torturarci: la terapia elettroconvulsivante.

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Comunicazione, Culture, Personale/Politico, Pubblicazioni, R-Esistenze, Scrittura

Fantascienza e malattia mentale

Immagino saprete che la maggior parte degli scrittori che scrivono di fantascienza abbiano problemi mentali. Alcuni tentarono il suicidio altri prendevano pasticche e alcol ed altri ancora si consumarono nella depressione trovando in essa una sorta di risorsa che forniva immagini che venivano poi descritte talvolta in maniera ossessiva, ripetute da un libro all’altro, talvolta diventavano reali intuizioni su ciò che sarebbe avvenuto nel futuro. In tempi nei quali lo stigma sulla malattia mentale obbligava questi autori a restarsene per conto proprio, mietendo vittime nelle loro relazioni, una donna dopo l’altra, essi sviluppavano una visione che diventava la traccia sulla quale avrebbero sviluppato le trame di un romanzo. Anche autrici o autori che scrivevano generi differenti soffrivano talvolta di malattie mentali e la scrittura diventava per loro il modo di osservare il mondo attraverso una lente diversa. Riuscivano a percepire ciò che altri non vedevano. Le donne soprattutto raccontavano la propria realtà o quella dei propri personaggi riuscendo a favorire una reale evoluzione culturale che solo in seguito poi sarebbe stata riconosciuta e premiata. La loro lungimiranza veniva considerata una stranezza, il disagio di vivere il presente diventava il modo di proiettarsi nel futuro. Non serve effettivamente avere una malattia mentale per riuscire a scrivere la trama di un romanzo ma per gli scrittori che sono stati i miei riferimenti per tanti anni evidentemente aiutava. Li aiutava a interferire in una realtà normalizzata con spunti visionari e inimmaginabili.

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