Personale/Politico, R-Esistenze, Salute Mentale

Capelli Blue

Il reparto non è un teatro degli orrori. Si prendono cura di pazienti complicati e hanno una pazienza infinita. Il personale medico sanitario fa quel che può per farti stare meglio. Ci sono persone preziose che non vengono pagate abbastanza per il lavoro e la cura pluricompetente che svolgono.

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Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze, Salute Mentale

Il silenzio dei Neuroni (ibernati)

L’ultima sfida della psichiatria è di riconnetterti alla penna Bic. Vivi da sempre con il computer che fa da prolungamento delle mani? Ecco il problema. E d’improvviso ti è chiaro il mistero della scrittura illeggibile delle prescrizioni mediche.

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Antiautoritarismo, Personale/Politico, Salute Mentale, Violenza

Torture in pronto soccorso: si fa per il Tuo bene!

Mi hanno trasportata alla svelta, avvolta in un fagotto che doveva sostituire il pigiama umido di urina. L’infermiera ruba il fagotto e mi lascia nuda, alla mercé di sguardi estranei, senza tende di protezione e con abbondanti passanti per il corridoio. Porta aperta, spettacolo garantito. Ho chiesto un lenzuolo e una coperta.

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Personale/Politico, Salute Mentale

Disturbi alimentari: psichiatra non sa che pesci prendere

Le racconto di ciò che sto vivendo: periodi di digiuno e abbuffate con vomito. Lei dice che dovrei andare a careggi dove sono stata in cura per sei anni e mi hanno imbottita di farmaci che mi toglievano lucidità. Ho spiegato che sono stata bene solo quando una specializzanda ha deciso di darmi una mano ma era lei a farlo, per sua iniziativa e non la struttura. Andata via lei non sono stata bene e poi è arrivata la pandemia. Loro non ti cercano, non ti contattano, solo asl può farlo e careggi è peraltro lontanissima e io non posso muovermi. La mia situazione è cronicizzata e se non perdo peso perdo le ginocchia del tutto. Non mi fido di loro. Il csm non mi offre nulla che possa aiutarmi salvo: vai lì con quelli cognitivi comportamentali che volevano normalizzarmi il pensiero per rendermi sana. Non ci sono riusciti e ho provato a tenere lo stupido diario che leggevano, poi a prendere farmaci, poi a fare rieducazione alimentare ma nessuno si è interrogato sul perché il mio metabolismo fa cilecca anche se mangio un po’ di pasta scondita in un giorno. Non so cosa fare. Prenoterò visita presso una dietologa asl e chissà che non trovi una che possa capirci qualcosa. Sono a terra ma non mi arrendo. Voglio stare bene ma non riesco a deambulare e le ginocchia scricchiolano sotto il mio peso eccessivo. Non posso fare un passo senza avere il fiatone e non posso muovermi perché ginocchia e caviglie vanno in frantumi. Ortopedico dice: devi perdere peso. Maddai? Come? Esami del sangue fissati. Vedremo. Se mi trovano altre patologie non so che fare. E qui sono al buio, blackout palazzo e ventilatore spento. Mi siedo in doccia e resto li ad abitare.

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Disturbi alimentari: una questione di genere

fatto qualche ricerca. Statistiche, dal 2019 al 2022 secondo fonti dell’OMS in italia i disturbi alimentari sono passati da 600.000 a 3.000.000.

questi solo quelli documentabili in luoghi in cui ci sono strutture funzionanti. più del 90% delle persone affette da disturbi alimentari è donna. sessismo e body shaming stimolano o aggravano il problema. la questione di genere non viene considerata e neppure un’educazione al rispetto dei generi viene pensata come prevenzione contro tali disturbi e il sui.ci.di.o che spesso diventa la richiesta d’aiuto di chi non sa dire che ha questo problema. la pandemia ha aggravato tutto, restare chiuse non ci ha fatto bene, lo dico per esperienza personale ma aggrava situazioni già gravi.

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Sexual life di una depressa sobria

Mi chiedono: ma come funziona? Funziona?

Ogni disabilità immagino abbia proprie specificità al riguardo. Per me il punto è che depressione e farmaci coincidono con post menopausa. Non ho mai avuto problemi, anzi, sono sempre stata passionale, senza pudore, ma oggi non posso ruggire. Dunque se chiedi come funziona per me, depressa, ti dico che la vicenda è complessa. Sono frustrata perché non sento ciò che sentivo prima ma se devo accettare quel che mi accade, chiedo ascolto, dialogo, richieste esplicite.

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Il Dio degli obesi e i guru dei disturbi alimentari

Mentre cercavo di affrontare il percorso psichiatrico sui disturbi alimentari qualche anno fa mi è capitato di fare un paio di esperienze che vale la pena raccontare, per sommi capi, solo per dire che le soluzioni vogliono sempre un premio. Fede o denaro.

C’era una specie di gruppo di obes* anonim*, abbuffatrici anonime, che era una costola del programma per alcolisti anonimi. Quindi le teorie e le pratiche erano le stesse. Ciao sono un’abbuffatrice, ciao abbuffatrice, poi ti davano un libricino dal quale trarre il mantra da recitare in apertura e chiusura e poi l’alone divino ci toccava tutt*. Nulla da dire sull’utilità di questi gruppi, a tante persone hanno salvato la vita, ma perché devo credere in Dio per affrontare la bulimia? E come faccio a portare avanti i dodici passi sulla storia delle abbuffate? Come mi guadagno la medaglia per il primo anno senza cibo. Il punto della bulimia è che sì è una dipendenza ma di cibo abbiamo necessità per vivere e dunque avviene un cortocircuito che ti dirotta tra anoressia, in cui pensi di avere il controllo e bulimia in cui lo perdi e ti senti uno schifo. In entrambi i casi con chi dovresti fare ammenda? Distruggi il tuo corpo, la tua vita, ti isoli, ti fai male, ma non è un anestetico che trovi al bar o da uno spacciatore (non penso comunque che alcolisti o tossicodipendenti abbiano “colpe”).

Tu cerchi di restare in equilibrio mentre qualcuno accanto a te prepara pietanze ricche di calorie che non potresti mangiare o sai che quando ne assaggerai un boccone finirai per mangiarne troppo. Il mondo è pièno di tentazioni che ti rinviano al fatto che mangiare è ok ma se eccedi è una tua debolezza, una specie di vergogna. C’è chi diffonde cultura grassofoba senza nulla sapere di quel che vivi. Io mi vergognavo di non essere a posto se uscivo e dovevo perdere quei chili per poter affrontare il mondo esterno, fino a quando non ho più potuto e i chili sono rimasti lì a prescindere.

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Pandemia e riacutizzazione depressione

Qualcuno chiede: ma qualche anno fa uscivi, venivi alle manifestazioni e partecipavi in giro. Che è successo? Ero già in terapia, non funzionava benissimo ma per lo meno ero riuscita a superare a tratti, non spesso, lo scoglio agorafobico. Poi la pandemia mi ha costretta a restare chiusa in casa. Infine avevo il terrore perfino di andare dal medico. Ho fatto i vaccini con molte cautele. Ho ricevuto una visita domiciliare da una psichiatra che comunque non mi reputava “grave”. Ho delegato il ritiro farmaci al compagno e tra noi si sono ingigantiti scogli mai affrontati, forse. Lui fuori, lavorava, io sempre a casa, sola, avevo staccato da tutto, non riuscivo più neppure a gestire la pagina, a scrivere, leggere, a fare nulla. Me ne stavo seduta sul divano ad abbuffarmi, vomitare, anestetizzarmi con sedativi e serie tv in streaming. Se dovevo affrontare il mondo esterno, vedere qualcuno, parlare al telefono, andavo nel panico. Il mio compagno non poteva ovviamente portare a casa nessuno perché io mi sarei chiusa in camera da letto. Lui frustrato, scandendo gli ultimi periodi, io completamente massacrata e senza forze.

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Agorafobia e burocrazie

Mi hanno concesso qualche mese di invalidità ma mi hanno sospeso la patente. Per riaverla dovrei uscire, telefonare, organizzare. Tutto è lontano e solo guardare info sul web mi fa venire il panico. Posso inoltrare qualcosa se ho la firma digitale ma per averla devo fare lo spid alle poste e mi gira la testa, comincio a sudare freddo e infine si appanna la vista. Se non ho nessuno che mi aiuti non so come fare ma non vorrei sempre delegare e non posso farlo.

Dipendo, da qualcuno, da leggi complicate, dalle mie paure irrazionali. Se devo affrontare qualcosa di burocratico vado in paranoia. Ancora sudore freddo, capogiri, vista appannata.

Per andare dalla psichiatra mi serve la macchina, quindi qualcuno che mi accompagni e poi ricomincia la procedura per chiedere il riesame di invalidità. Andare al disbrigo pratiche, fissare appuntamenti, poi attendere convocazione, tornare con certificati medici. Se non avessi nessuno a darmi una mano potrei annegare nel panico.

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La stanza tutta per me

Tornata a casa, il luogo che sento mio è la stanza con i miei libri. Lavo la faccia, ho messo anche una crema per alleviare le screpolature del viso. Lucida e diretta, prima discussione con il mio compagno. Quando si parla di qualcosa che lo riguarda ed esprimo un parere o condivido un mio sapere in proposito si sente sminuito. Non ha mai accettato il mio valore. Quindi ridivento muta, comunico con me stessa. Noi forse faremo terapia di coppia. Io torno ai miei libri e alla scrittura.

La sua insicurezza mi devasta. Dopo vent’anni vuole che io gli dica ancora che è “bravo”. Vuole rassicurazioni, incoraggiamenti, non è uno scambio reciproco. Lui parla io ascolto e se io parlo lui va in bestia. Il mio sapere lo innervosisce. Voleva una madre? Intanto ha me. Di tutto ciò che ho fatto per costruire il nostro rapporto non sembra ricordare nulla. Solo i suoi sacrifici. I miei non valgono un ricordo. Memoria selettiva.

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Depressolandia e la camicia sciolta

In reparto stanno maschi, in alcune stanze e donne in altre. Ci si osserva a malapena, Gli uomini maniaco ossessivi, nevrotici, psicotici o schizofrenici e le donne depresse, affette da disturbi alimentari, autolesioniste, bipolari. Le diagnosi sono palesi, non ci si nasconde gli uni dalle altre. Le storie degli uomini restano impalpabili. Quelle delle donne più visibili.

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Storie raccolte da una depressa sobria

In reparto, due generazioni diverse, diverse culture a respingere o accogliere e supportare la malattia mentale. Lei ha 65 anni, depressa da molto, sposata, con figli, un marito violento, maniaco del controllo, si è concessa di annunciare ai figli della sua depressione solo quando lui è morto. Prima era sottoposta a umiliazioni da lui e dalla famiglia di lui. Era una vergogna, la sua malattia vista come un’offesa all’onore di una famiglia che si reggeva su un regime patriarcale. Un patriarca non sbaglia, non ha mogli depresse o figli con disagi. Un patriarca nega tutto o te ne addebita la colpa. Tutta colpa sua, di lei, troppo pigra, spenta, fredda, spaventata, inutile, incapace, fallita. Lei ha convissuto con il senso di colpa per decenni, ora ne parla con scioltezza, liberata, con un briciolo di speranza che si legge da un guizzo lucido nello sguardo. Nata in un’epoca di maschilisti retrogradi, di patriarchi che usavano le donne per alimentare il proprio ego o la propria fama. Nata nell’epoca in cui quelle come lei potevano solo finire in manicomio o nascoste, in stanze chiuse, finestre senza fessure, al buio, perché gli altri non dovevano sapere, ne andava dell’onore del padre padrone, di colui che si vergognava della moglie pazza. Da quella donna però si pretendeva che rifacesse i letti, spolverasse, mettesse il cibo in tavola, creasse armonia familiare, cucisse vestiti per i figli, mentre il marito si lamentava di questa donna che lo rendeva infelice, poco affettuosa nei suoi confronti, poco rapida nelle risposte quando lavava i piatti e lui esigeva spiegazioni perché lei non voleva fare sesso. Una depressione non curata diventa cronica e cronicizzata diventa anche la situazione viziata, morbosa e personale di tutta la famiglia. Oltre alle lamentele per lo scarso apporto sessuale della donna c’erano anche le offese: zitta, tu non capisci, sei stupida, non hai il cervello per pensare bene, non capisci niente. Perché uno così riteneva che essere depresse significasse essere idiote.

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