Antisessismo, Autodeterminazione, Culture, Ricerche&Analisi, Vedere, Violenza

Melania Rea: fu un femminicidio?

Melania Rea viene uccisa nel 2011, secondo la sentenza definitiva, da suo marito Salvatore Parolisi. Il documentario Delitti in famiglia dedicato, molti anni dopo, al caso di Melania, fa emergere un quadro molto più complesso rispetto a quello recepito dal circo mediatico di allora. La criminologa intervistata parla di un rapporto maltrattante, vessatorio, in termini psicologici ed economici, e riguardo al condannato parla di personalità narcisistica, dedita al controllo, a partire da ciò che lui diceva nelle interviste, parlando di lei come della bella donna che a lui restituiva piacere per il fatto che gli altri la guardassero. Melania, in quelle interviste, scompare, non c’è, esiste solo per la gratificazione del marito.

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Sara di Pietrantonio: stalking preludio di femminicidio

Sara di Pietrantonio è stata uccisa a Roma nel maggio 2016 dal suo ex Vicenzo Paduano. Prima nota: quado si parla di femminicidio è orrendo pubblicare la foto dei due abbracciati e sorridenti. Non rappresenta nulla di ciò che è successo. Evitate. Seconda nota: la sentenza definitiva di condanna per Paduano, come ricorda l’investigatrice, nel documentario Ossi di Seppia, parla anche di stalking come elemento comprovante la premeditazione che gli costa l’ergastolo. E’ la prima sentenza che mette in relazione le due cose ed è importante in termini culturali.

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Jane Trenka e lo stalking sminuito

Jane Jeong Trenka

Jane abita in Corea ed è una scrittrice affermata. Prima di questo però ha vissuto come bimba adottata negli Stati Uniti, con genitori che non la capivano né si informavano circa il razzismo che la ragazza ha dovuto subire per molto tempo. In ultimo, quando pensava che al college non avrebbe più avuto problemi ha trovato uno stalker, Jim Martin, il quale la riprendeva di nascosto, la seguiva, la terrorizzava e poi comprò tutto l’occorrente per condurre un piano di sequestro, stupro, uccisione e sepoltura di Jane.

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Influencer uccisa: apparire perfetti può essere letale

Questa è l’immagine che volevano offrire

Gabby Petito aveva 22 anni quando intraprese un viaggio on the road negli Stati Uniti con il proprio furgone assieme al suo ragazzo Brian Laundrie. Peccato che nel 2021 di lei non si seppe più nulla fino al momento del ritrovamento del suo corpo. La ragazza voleva fare l’influencer, vivere di questo, per riuscirvi mostrava la parte bella della propria vita e dei propri viaggi, perché sono quelli che vengono più facilmente monetizzati. Eppure ‘erano problemi di violenza domestica che sono stati riscontrati e denunciati nella coppia.

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Il Patriarcato fascista: come Mussolini governò le donne italiane (1922 – 1940)

 Di Victoria de Grazia [da “La Storia delle Donne” di Georges Duby e Michelle Perrot – volume: “Il Novecento” – Laterza Edizioni]

Per comprendere la condizione delle donne italiane durante la dittatura di Mussolini bisogna tener presenti due interrogativi fondamentali. Primo, cosa ci fu di specificamente fascista nell’oppressione delle donne in Italia tra le due guerre? Secondo, può lo studio della condizione delle donne rivelarci una prospettiva nuova sul tipo di regime instaurato dai fascisti? La risposta è, in sintesi, che la dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale.  Il patriarcato fascista teneva per fermo che uomini e donne fossero per natura diversi. Esso politicizzò pertanto tale differenza a vantaggio dei maschi e la sviluppò in un sistema particolarmente repressivo, completo e nuovo, inteso a definire i diritti delle donne come cittadine e a controllarne la sessualità, il lavoro salariato e la partecipazione sociale. Alla fine, questo sistema si rivelò parte integrante delle strategie dittatoriali di rafforzamento quanto la regolamentazione corporativa del lavoro, le politiche economiche di tipo autarchico e il bellicismo. Le concezioni antifemministe furono parte del credo fascista al pari del suo violento antiliberalismo, razzismo e militarismo.

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L’avvocato di Turetta è un antifemminista

Lo dice Il Fatto Quotidiano, riferendo affermazioni che l’avvocato avrebbe fatto in varie occasioni e che rientrano nel linguaggio comune degli antifemministi, dei negazionisti del femminicidio, di quelli che colpevolizzano le vittime in caso di stupro e che parlano di “false accuse” atte a screditare i poveri uomini. Conosciamo quel linguaggio perché appartiene alla destra e agli antifemministi. Se il teatro di quelle affermazioni diventa la difesa del femminicida Turetta è un po’ come ucciderla una seconda volta, come sfruttare il palcoscenico del tribunale per legittimare affermazioni equivoche che poco c’entrano con ciò che è successo e molto invece con la causa antifemmista. Consiglierei a Turetta un avvocato diverso.

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#GiuliaCecchettin: ricatti emotivi e obbligo di cura

Leggere dei ricatti emotivi che Giulia Cecchettin ha dovuto subire fino al momento in cui Turati non l’ha uccisa mi fa pensare a molte cose, tutte brutte. Per esempio all’idea che la cultura patriarcale infonde alle donne come se da esse ci si debba aspettare sempre la cura, l’asservimento, la pietà, la comprensione, tutto ciò al di là delle proprie esigenze. Quando Giulia diceva no, Filippo la ricattava, esigeva da lei attenzione, quella che la cultura maschilista ti abitua a dare all’uomo che tu femmina hai il dovere di aggiustare, consolare, fregandotene di te stessa.

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#GiuliaCecchettin e il negazionismo della destra

“Negazione del problema sistemico della violenza di genere, strumentalizzazioni politiche su un femminicidio, editoriali paternalisti scritti da uomini che pretendono di insegnare come comportarsi alla sorella di una ragazza uccisa: buongiorno dai quotidiani della destra” Scrive https://twitter.com/stanchezzaa e ha ragione.

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Contrattacco maschilista: l’ex marito violento e la “nuova” compagna complice

Deborah Smarrella

Fine anni novanta, quando gli antifemministi hanno reso alle donne più difficile divorziare e ottenere la custodia dei figli. Negli Usa ottengono anche che i diritti di custodia siano estesi ai nonni, come vorrebbero fare qui, e i risultati si vedono. Le cronache statunitensi sono strapiene di delitti compiuti dall’ex marito o dal padre della ex moglie.

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Giulia Cecchettin, un epilogo che speravamo diverso

Il ritrovamento del suo corpo mi ha fatto arrabbiare, con un moto di solidarietà per quei familiari che speravano ancora di ritrovarla viva. La fuga del suo ragazzo ha confuso le acque ma si trattava di una fuga, la sua, dopo quello che aveva fatto alla sua ex ragazza, lasciandola senza vita. Questo è quel che ci dicono le prove fino ad ora comunicate dagli inquirenti, incluse le prove video. Giulia stava per laurearsi, era una giovane donna con un grande futuro davanti e Filippo è un ladro di vita, gliel’ha rubata, perché non ha saputo aver rispetto delle scelte di Giulia, non l’ha considerara una persona, come tanti fanno quando commettono un femminicidio.

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Autopsia di un delitto: un film che vale la pena rivedere

E’ del 1984, ricordo di averlo visto dopo la mia separazione dal mio ex marito e quando guardavo stringevo i pugni, molte delle cose che venivano crudemente, coraggiosamente, raccontate, nel film le avevo vissute sulla mia pelle.

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Cinzia e il femminicida che scarica colpe sulla vittima

Cinzia Fusi viene uccisa a bastonate dal suo ex compagno Saverio Cervellati, nel 2019, in provincia di Ferrara. La sua storia è raccontata, con dovizia di dettagli, dalla puntata di Amore criminale. Al termine della relazione lei tenta di recuperare spazio, di trarsi dall’isolamento in cui lui l’ha cacciata per poter vivere con lei unrapporto esclusivo fatto di possesso e gelosia. Quando lei sta per liberarsi lui la uccide, poi si consegna ai carabinieri dando una versione che viene smentita dagli inquirenti.

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Janira e il femminicida vittimista e parassitario

Alessio Alamia uccide Janira D’amato, 21 anni, nel 2017, a Pietra Ligure. Potete vedere il racconto della storia di una puntata di Amore Criminale. Lei l’aveva lasciato, lui faceva il vittimista parassitario, come dicono in trasmissione, però la ragazza dopo tre anni di violenze psicologiche e ricatti emotivi riesce a sganciarsi e sceglie di continuare con la propria vita, gli amici, nuove conoscenze, di seguire la sua passione, seguendo un corso di pasticceria che la porterà a viaggiare per crociere.

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Alessandra e il femminicida molesto

Luca Falchetto, a Pastrengo, nel 2016, ha ucciso Alessandra Maffezzoli, ne parla una puntata di Amore criminale che tra le tante pecche ha anche quella di dare spazio alla “difesa” di uomini che sono già stati condannati per femminicidio. Mi suona come una sorta di giustificazione al carnefice e un victim blaming post sentenza. Anyway.

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Lettere al carcerato femminicida: perché le donne scrivono agli assassini

Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, internet non era come ora, secondo un documentario su crime history (rintracciato su web in inglese), negli Stati Uniti scoppiò uno scandalo su un gruppo di associazioni religiose che consigliava alle donne di scrivere ad uomini in galera senza spiegare il motivo per cui stavano scontando la condanna. Alcune donne divennero vittime dei loro amici di penna non appena questi ultimi uscirono di prigione e la cosa destò scalpore. Inorridite le associazioni che ritenevano un criminale non potesse mai volgere mano violento contro un’anima buona, come se le prime vittime del criminale fossero meno che anime buone. Inorridite le istituzioni che diederò la colpa alle donne scriventi, nonostante fossero state assillate dall’idea che solo loro avrebbero potuto salvare quei criminali.

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