Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Questa Donna No, R-Esistenze

#CharlottesVille: La verità sulle donne e la supremazia bianca

KKK women blinded from burning crosses in 1956. Photo: Bettmann/Bettmann Archive

Articolo originale qui. Traduzione militante di Isabella.

Scritto da Laura Smith

Quando la foto segnaletica di James Alex Fields Jr. fu divulgata dopo che egli aveva guidato il suo Dodge Challenger attraverso una contro protesta a Charlottesville, nessuno rimase sorpreso da ciò che l’immagine rivelò: un giovane uomo bianco con un taglio neo-fascista. Figure di “estrema destra” come Richard Spencer attiravano quasi tutti i riflettori dei media interessati a dare risalto al nazionalismo bianco, creando l’impressione che si trattasse di un movimento per soli uomini e, come molti sottolinearono, i suprematisti bianchi che si radunarono quel sabato erano principalmente uomini.

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Critica femminista, Questa Donna No, R-Esistenze, Violenza

E’ la cultura patriarcale che assolve le madri assassine

il_340x270-1066024080_t2qkUna donna ha ucciso in modo orribile, facendo ingerire candeggina, le due figlie e poi ha tentato il suicidio. Il marito dice che avevano parlato di separazione e che lei non voleva accettarla. In alcuni casi è l’uomo a fare più o meno la stessa cosa. Uccidere i figli perché non si accetta la separazione, i figli usati come strumento di ricatto, schiavi di una cultura del possesso che dice “miei o di nessun altro”.

Ne parlo perché è necessario fare chiarezza su questo punto, tentando lucidamente di fornire argomentazioni che disinneschino la padre/fobia e che contrastino l’esaltazione del materno. Le madri non sono buone per natura, non sono beddamatresantissime, non è detto che amino i figli e non è detto che siano martiri e madonne come invece si vorrebbe fare credere. Generalmente si attribuisce agli uomini il fatto di essere violenti pur di ottenere l’affido dei figli “per vendetta”.

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Mia madre: femminista fuori e sessista dentro casa

Lei scrive:

Ciao!

Mia mamma è sempre stata una di quelle femministe assidue e combattive. Fa volontariato presso un’associazione che supporta le donne che hanno subìto uno stupro, e in generale si batte per tutte le questioni al riguardo, anche per esempio i diritti LGBT. Sarebbe tutto molto bello, se non fosse che fuori è una cosa e in casa tutto l’opposto. Con me e mio fratello ha sempre avuto due comportamenti diversissimi, del tipo che quando mi veniva a prendere a casa di amici e per caso c’erano dei ragazzi, mi chiedeva ‘be? Cosa ci fai con tutti quei ragazzi?’, mentre invece se lui usciva con più di una ragazza alla volta lo sosteneva in ogni caso e lo consolava.

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Il conservatorio di Bari prende le distanze dalla ex docente Ciliento

nicoletta

Avrete sentito della ex docente del conservatorio di Bari che ha scritto “ai 50 gay uccisi e ai 53 feriti in Usa. per un atto terroristico. tale atto è sicuramente condannabile, ma io penso anche a quanti banbini si sono salvati da molestie sessuali“.

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Non voglio essere oggetto dell’ossessione di una depressa

Lei scrive:

Cara Eretica,

sto seguendo il diario della depressa consapevole e sono favorevolmente colpita dall’abilità con la quale lei riesce a raccontare quello che vive con ironia e senza angosciare chi vuole leggerla. Ma le persone depresse non sono tutte così e io posso dirlo perché sono vittima di una di loro, depressa, paranoica, molto sola, ossessivamente concentrata a stalkerizzarmi pensando che sia io a volerle fare male quando in realtà non la cago proprio. Vive da sola, è grassa, e non lo dico per disprezzare lei e il suo corpo, ma voglio descrivere qual è la situazione per capire se c’è chi è passato attraverso la mia esperienza e come fare a liberarmi di lei senza subire ancora le sue aggressioni.

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Sulle donne che molestano il personal trainer

Lei scrive:

“Ciao amiche di abbatto i muri, (…) mi permetto di scrivervi (…) un pochino compiaciuta perchè vedo che state trattando già l’argomento delle molestie al femminile. Ecco la mia riflessione, vi abbraccio forte :

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Utero in prestito: se non sei madre la tua opinione non vale!

Oggi ho avuto il (dis)piacere di leggere questa intervista alla Comencini, che, forte del documento autoritario redatto a Parigi, e con il residuo minimo di Snoq, separato dai comitati territoriali al seguito della sorella (con Snoq Factory) sta conducendo una crociata contro quello che chiama “utero in affitto”. Su una pagina facebook l’intervista viene così introdotta:

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Vi sintetizzo un po’ della discussione tra madri, non madri, a proposito di queste ultime sparate che certamente danno spessore al dibattito.

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Femministe radicali: quelle che si sono autoelette più donne delle donne

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Mi chiamo Libera e nel corso della mia vita ho incontrato tante donne che dicevano di volermi liberare ma in realtà facevano a meno di ascoltare la mia idea in proposito. Volevano soltanto addomesticarmi, dirigermi verso la luce, si comportavano come sacerdotesse a guardia del tempio, operando scomuniche nei confronti di quelle che avevano un’opinione diversa dalla loro. Io, per esempio, sono stata usata finché non ho osato alzare la testa e parlare, nel tentativo di esprimere la mia opinione. Allora mi hanno etichettato come complice del patriarcato e hanno disconosciuto me, come persona, come donna, come soggetto autodeterminato.

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Il lato oscuro del giornalismo: la carica dei 101 e le malattie veneree

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Sull’huffington post una donna riferisce qualcosa circa i risultati di una ricerca fatta a Boston dalla quale emergerebbe un risultato apocalittico. La fonte abolizionista (e figuriamoci) che riferisce di questi risultati dice che su 1200 uomini intervistati ben 101 sarebbero stati clienti di prostitute. Della carica dei 100 e 1 si dice che sarebbero “predisposti” alla violenza fino addirittura ad arrivare allo stupro. Ma il pezzo non si ferma qui. La ricerca svelerebbe che in “tutti” gli intervistati c’è traccia del germe violentemente mascolino. Privi di empatia, fanno sesso meccanico a pagamento, ma è una meccanicità dotata di disprezzo nei confronti delle donne. Non sanno instaurare relazioni vere, ‘sti zozzi vanno a puttane e poi contagiano le brave mogli con le malattie “veneree”.

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La vittima assassina

Ogni tanto arriva una di queste notizie che parla di donne che uccidono uomini che le picchiavano. E’ successo a Catania e leggo sui social cori di approvazione, perché un uomo ucciso diventa una bandiera per chi lotta contro la violenza sulle donne. Una vendetta di genere. Una forma di riscatto che dovrebbe compensare tutte le donne delle violenze subite.

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Ritratto di una femminista. Autoritaria. Un po’ fascista

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Quel che non vorrei sentirmi dire da una femminista? Non vorrei sentirmi dire quel che devo dire o fare. Non vorrei sentirmi dire come devo fare sesso, con chi, come esprimere desiderio e piacere. Non vorrei che mi indicasse le posizioni più adeguate, secondo il suo punto di vista, da assumere di volta in volta. Non vorrei che mi tenesse in ostaggio dichiarandosi mia rappresentante salvo zittirmi quando sono io che parlo e dichiaro quel che voglio. Non vorrei sentirmi dare la linea e poi essere condotta al macero se non la seguo. Non vorrei un femminismo stalinista o fascista, perché mi piacerebbe poter essere libera di fare o dire o pensare quel che voglio.

Il femminismo dovrebbe essere questo. Un punto di partenza e non di arrivo, per consentirmi di riconoscere la mia identità e manifestarla. Non deve essere matriarcato e non può essere un limite, un impedimento. Se il femminismo lotta per l’autodeterminazione dovrà accettare e supportare le mie scelte anche se non piacciono a tutte. Che altro non vorrei sentirmi dire da una femminista? Non vorrei sentir legittimare la sessuofobia di moralisti che stringono il pugno in cielo, in segno di lotta, e poi rivolgono a me quel pugno se parlo di me, di sesso, di scelte libere e autodeterminate.

Non vorrei che una femminista si alleasse con i patriarchi per ottenere leggi giustizialiste a controllo e tutela del mio corpo, per ordinare il mio silenzio, e la censura alla mia necessità di stabilire una capacità di autodifesa. Io non vorrei che lei mi togliesse autostima o si sentisse in diritto di competere e ammansirmi perché sono diversa e non le resterò fedele in eterno. Non vorrei che lei fosse una madre ingombrante che non ti lascia in pace anche quando sei cresciuta e sei riuscita a esprimere la tua personalità. Non vorrei una che guardi dentro le mie mutande e che in mancanza di possibili guardiane al suo fianco chiama a osservare gli affari della mia fica anche uomini che servono a rimettere a posto la mia indole ribelle e la mia direzione in prossimità di una autonomia intellettuale, fisica, sessuale, personale.

Io non vorrei una femminista che mi tiene legata dentro un ripostiglio, per proteggermi, a suo dire, e non vorrei neppure quella che mi impedisce una crescita autonoma, consapevole e fruttuosa, priva di imposizioni autoritarie e trasgredendo alla necessità di assimilare esclusivamente seguaci prive di una propria volontà. La femminista che io penso sia necessaria come punto di riferimento nella mia vita non è sicuramente quella che mi fa la morale se mi spoglio, sono nuda, mostro il corpo o lo uso per guadagnare e non è quella che si serve di uno stigma e usa termini pietosi per indurmi in ogni caso a diventare una reietta, marginalizzata e sola. Non è quella che si serve delle istituzioni per impedirmi di decidere per me, perché non sono una bambina e una femminista non può infantilizzare fino a questo punto le altre donne ergendosi a grande madre che tutto sa e tutto ordina.

Non vorrei la femminista che mi insegue sui social per sputarmi il suo verbo e poi insultarmi violentemente se non mi converto alla sua religione. Non vorrei vederne una ortodossa, come se avesse ingoiato libri e poi li vomitasse meccanicamente, perché penso che il femminismo, come ogni altra causa che tende alla libertà degli individui, non ti mette a disagio, non ti impone ansia da prestazione, non ti lascia lì in fondo senza lasciarti dire quel che pensi e non si agita, come fosse un cane rabbioso dopo che gli hanno tolto la museruola, per manifestare sempre il suo mantra di stramaledizioni rosicanti a quella che non la caga, non la rispetta, non la stima, non studia a memoria le sue conformiste parole e non la considera in assoluto una referente con la quale vale la pena confrontarsi.

Con una così puoi solo sperare che il suo ringhiare non sia evidentemente rumoroso al punto da non lasciare spazio al rumore delle tue idee. Vorrei una femminista che non mi insultasse su twitter se giro un film porno, o una che non mi racconti cattiverie se scelgo di fare la cam girl. Vorrei una che non si permetta di giudicarmi o impormi una ideologia condita di citazioni e parole nuove che in realtà servono sempre a ristabilire un ordine patriarcale in cui gli uomini diventano cecchini delle matrone e le donne diventano le normalizzatrici del carattere delle figlie ribelli.

Vorrei una femminista che apprezzasse la disobbedienza, la laicità e la libertà espressa senza che nessuno si permetta di bombardarti per importi la propria visione morale delle cose. Vorrei una femminista che mi regalasse una casa libera, uno spazio in cui non vengo insultata o aggredita se esprimo un’opinione differente. Vorrei che quella femminista non si comportasse da fascista perché se pretendi di insegnarmi come devo vivere ho come il sospetto che tu non abbia proprio una tua vita, perché troppo impegnata in una crociata di addomesticamento delle anime che resistono alle imposizioni autoritarie altrui.

Vorrei che lei non mi dicesse mai come deve comportarsi una vera donna, perché le donne sono tante e io sono solo una tra queste e forse, che tu ci creda o no, non mi piace neppure essere chiamata donna. Sono persona e sono queer e mi vesto come mi pare, penso quello che mi pare e non seguo la tua direzione. Perché quel che tu fai è separare il mondo in buoni e cattivi e così immagini che gli uomini possano esistere solo entro la dicotomia tutori/carnefici, per cui se non sono i miei stupratori allora saranno i patriarchi inquisitori, moralizzatori e forcaioli addetti al mio controllo. Quel che tu fai è immaginare che una cordata di matrone rabbiose possa essere degna di rispetto da parte di una come me, cresciuta con il femminismo appreso sulla pelle ogni giorno della mia vita.

Io non vorrei vedere mai una femminista ammansire giovani prede, come seguaci di una nuova corrente religiosa. Non vorrei la capa di una setta che ordina il suicidio collettivo in un tal giorno pronosticato per la fine del nostro mondo. Non vorrei una che partecipa a tribunali dell’inquisizione, a guidare l’armata del bene volta al linciaggio e poi a raccontare che fasciste sono le persone linciate. Non vorrei la capa di una setta che per tenere assieme il branco e non lasciare che nessuna sfugga praticano terrorismo psicologico e raccontano che di là c’è l’uomo sempre cattivo e poi c’è la distruzione, il mondo imploderà e tu dovrai dotarti, sempre in divisa, anche di missili che vengono fuori dall’ano.

Io non ci credo a questo mondo apocalittico descritto da talune femministe, così amano chiamarsi, in cui il male viene sempre dall’esterno e le donne che non si associano alla loro setta vengono trattate come merda da respingere in fondo al cesso. Non credo che gli uomini siano merda, così i ragazzi, gli adulti, i colleghi di lavoro, i mariti, i fidanzati, i compagni, i padri, gli amici e non penso che siano merda neppure gli uomini che guardano film porno, quelli che pagano per una prestazione sessuale, quegli altri che a loro volta non amano altri uomini che dicano loro cosa fare e cosa diventare per essere targati socialmente come buoni. Che altro deve fare un uomo per essere considerato merce sana se non quello che ha più volte fatto? E se dico merce c’è un motivo perché chi parla di donne e mercificazione, immaginando che la storia riguardi solo loro, si è scordata dei minatori, gli operai, i precari, gli schiavi, i migranti, che ogni giorno devono lavorare per un pezzo di pane, per campare la famiglia, e per loro non c’è scelta eppure non sono trattati da vittime tanto quando le donne. Perché considerare le donne soggetti deboli e vittime è funzionale all’ordine dato dalla cultura patriarcale.

Di uomini che si ammazzano di lavoro e poi vanno in piazza a prendere manganellate si parla molto meno perché quelli lì non sono vittime, sono visti soltanto come potenziali stupratori, violenti, pedofili e chissà che altro. Io non voglio udire i pensieri di una femminista che ha mostri nella testa, che non ha superato i propri traumi, che non ascolta le altre. Perché tutto quel che sente lo traduce in una proiezione nefasta, facendo pagare all’altra non solo il non ascolto e il non riconoscimento ma anche il momento in cui dovrà essere cavia per fare sperimentare alla femminista di passaggio lo sfogo contro chissà quale persona o contro se stessa, chi lo sa. Perché in fondo un po’ si odia, non si piace, e deve trovare un senso alla propria esistenza considerando altre delle rivali con le quali competere per auto assegnarsi vittorie mai esistite.

Quel che non voglio sentire da una femminista è un pensiero illogico, reazionario, frasi sconnesse e deliranti di chi ripete sempre e solo la stessa cosa, perché non si apre ad altri mondi, non legge altre verità, perché è una che al limite evangelizza e fa crociate e non una persona che vive il mondo per attraversarlo e contaminarlo lasciandosi contaminare. Vorrei sentire una femminista che rinvia al mondo ricchezza e non pochezza, mediocrità, con quel poverume di persone che più parlano e più dimostrano di essere null’altro che persone violente perché i loro pensieri sono deboli. Un pensiero forte e sicuro non ha bisogno di violenza per essere espresso, e questo lo sa chiunque abbia compreso le dinamiche sociali e quelle del corretto uso della comunicazione.

La femminista che mi piace non conta i miei orgasmi o i modi in cui io mi emancipo dal bisogno e acquisisco una indipendenza economica, perché il corpo è mio e lo gestisco io, e che io sia migrante, precaria, trans, sex worker, nera, bianca, povera, lavoratrice o disoccupata, quel che a te dovrebbe interessare è solo un attimo in cui mi ascolti e dico: cara, puoi andare a farti fottere perché io determino la mia esistenza e se hai voglia di conoscere i miei mondi togliti i tappi alle orecchie e le bende agli occhi, adopera i tuoi sensi e vedrai, cara, che forse un giorno, chissà, diventerai una femminista che potrà piacermi, e non la gran fascista che sei oggi.

Con amore
A tutte le donne libere, ribelli, disobbedienti, anarchiche, che non sopportano l’autorità, neppure quando è gestita e rappresentata da altre donne. Perché le donne, che si chiamino femministe o meno, vi giuro, possono essere molto autoritarie. Perché dovrei temerle meno di qualunque altra fonte di normalizzazione e repressione che mira a omologare il mio pensiero? Perché?

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