Appunti per la mia autobiografia.
Quando per la prima volta mi presentai davanti ad uno psichiatra, per i disturbi alimentari, lui diagnosticò la depressione maggiore. Ero vivace, lucida, uscivo, avevo contatti sociali e ancora potevo vantarmi di godere di un pezzetto di vita pubblica. Quello che non avevo era un lavoro.Non avevo neppure più voglia di cercarlo. Mi ero semplicemente stancata di tutto. La precarietà mi stava uccidendo. Lo psichiatra, un cognitivista comportamentale, mi spiegò che non importa come vadano le cose. Importante è come le affrontiamo. In parole povere se cambi il pensiero cambi i comportamenti. Non mi prescrisse farmaci ma avevo l’obbligo di compilare un diario alimentare e delle mie abitudini. Mangiare a tavola invece che sul divano pare cambiasse molte cose. Abbuffarmi non era una cosa buona, mangiare in modo equilibrato mi avrebbe infuso nuove energie. Ma io restavo sempre una precaria.
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