Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

Malattia mentale e prevenzione ed educazione al rispetto dei generi

Se parliamo di malattie mentali che colpiscono maggiormente le donne, come la depressione, i disturbi alimentari, l’agorafobia, dopo averle osservate e analizzate da un punto di vista di genere possiamo immaginare delle forme di prevenzione. Per prevenire i disturbi alimentari bisogna combattere il sessismo, il body shaming, i modelli estetici imposti. Voler essere magre non è sempre la dimostrazione che è quella donna si affetta da una malattia ma se si raggiungono stadi in cui si ritiene di poter avere il controllo su se stesse soltanto digiunando o stadi in cui si perde il controllo su tutto abbuffandosi e poi vomitando, siamo di fronte a un disturbo che si potrebbe prevenire se solo le pressioni sull’estetica femminile non fossero così enormi. Voler essere belle non e qualcosa di malvagio, non riuscire a vedere la propria bellezza perché non si somiglia ai modelli estetici imposti diventa invece patologico. Dobbiamo spiegare con attenzione che quei modelli non rappresentano la realtà delle tante donne esistenti al mondo, con corpi di ogni peso e misura e colore, con aspetti differenti l’una dall’altra. Dobbiamo spiegare che la diversità è un valore e se impediamo a quelle pressioni sessiste di insistere nel far sentire inadeguate le donne nei propri corpi potremmo prevenire patologie invalidanti che hanno certamente una derivazione anche culturale. 

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Ruolo di cura: da moglie, madre, badante. La donna migrante come liberazione delle donne bianche

L’assegnazione forzata del ruolo di cura alla donna la obbliga ad essere moglie e madre e in un secondo momento anche badante per l’assistenza dei parenti disabili. Non c’è nessun provvedimento o nessuna struttura o servizio che rende la donna libera da questi ruoli salvo un vago cenno alle pari opportunità e alla richiesta di aiuto da parte del padre o marito che non sempre arriva. L’unico aiuto concreto che libera una donna dai ruoli di cura è il fatto di ricevere aiuto da un’altra donna molto spesso migrante, costretta a lasciare famiglie e figli in un’altra nazione per trovare lavoro, rappresenta quel che in passato fu la dinamica di schiavitù delle donne nere come liberazione dai ruoli di cura delle donne bianche. Se un tempo quella schiavitù era esplicita e pretesa ora è più subdola, ambigua e dà alle donne che si servono di colf e badanti straniere una giustificazione, un alibi, per poter pensare di non aver sfruttato nessuno per la propria liberazione. Il punto è che le donne che chiamerò bianche quando si servono dell’aiuto delle migranti per liberarsi dai ruoli di cura non sono coscienti del fatto che stanno perpetuando un sistema economico che schiavizza le donne sempre e solo in quei ruoli.

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Se non sei madre non vali niente

Gli stereotipi che insistono nel dare giudizi alle donne realizzano una trappola all’interno della quale esse sono destinate a compiere solo ruoli di cura riproduttivi. A rafforzare questi stereotipi insistono giudizi perfidi nei confronti delle donne che non vogliono fare figli. A queste donne viene detto che sono egoiste, pensano solo al proprio aspetto, non sono in grado di dare amore, pensano alla propria carriera. Di conseguenza si dice di queste donne che non siano tali perché le donne vere, così si dice, sono emotivamente e naturalmente spinte a provare istinto materno. Dell’istinto materno altre femministe hanno scritto abbondantemente che non esiste perché si tratta semplicemente di una sorta di legame che si crea con una persona che dipende da te.

Continuare ad insistere sul fatto che le donne debbano provare questa sorta di istinto le spinge semplicemente a sentirsi colpevoli e inadeguate quando non vogliono svolgere lavori di cura e assistenza verso familiari e altri in genere. Perciò le donne vengono tartassate con domande che indagano sulle loro reali intenzioni, su quando vorranno mettere al mondo un frugoletto che ti amerà per tutta la vita, così dicono, su quando deciderete di mettere al mondo un figlio. Non uno solo ma è meglio due perché si sa che poi i fratelli si aiutano tra loro. Si dice che fare figli sia un’ottima assicurazione per ottenere assistenza durante la vecchiaia. E tutto ciò rimanda ad un giro di giostra che ripropone la cura comunque a carico dei familiari senza che le istituzioni decidano per un welfare che pensi alle persone bisognose di assistenza e senza una famiglia.

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La famiglia eterosessuale

Sto leggendo il libro di Silvia Federici, Calibano e La Strega e quel che ne traggo è la certezza che le analisi femministe fin qui discusse siano giuste. La famiglia eterosessuale non è solo il prodotto patriarcale ma anche capitalista in cui l’uomo deve svolgere il lavoro produttivo e la donna quello riproduttivo. Senza il lavoro riproduttivo e di cura il capitalismo e il patriarcato non avrebbero potuto trovare nuovi soldati o nuovi operai per campagne coloniali, di espansione e per l’esercizio del commercio che tende sempre alla privatizzazione. Le società in cui la discendenza viene considerata matrilineare, ovvero dove non è utile sapere chi sia il padre e i figli diventano di tutte le persone presenti in quelle comunità sono rare. Si tratta di società rurali dove l’imposizione della famiglia eterosessuale non è necessaria alla sopravvivenza di quelle comunità.

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Molestie sul lavoro

Secondo la legge per risolvere il problema basta fare una denuncia. Nei fatti non è così. La molestia sul lavoro può essere realizzata attraverso battute sessiste, barzellette a sfondo sessuale, atteggiamenti equivoci, palpeggiamenti, e qualunque genere di comportamento che ti metta a disagio e provochi turbamento. Generalmente la molestia sul lavoro si svolge in maniera subdola, senza un pubblico, senza prove concrete che attestino che la molestia sia realmente avvenuta. Secondo stereotipi e pregiudizi di genere una donna che subisce molestia sul lavoro subisce innanzitutto colpevolizzazione e giudizi persino da parte delle altre donne che sosterranno che la vittima abbia comportamenti che incoraggiano un certo tipo di atteggiamento da parte del datore di lavoro per trarne giovamento con avanzamenti di carriera.

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Manifesto femminista della depressa sobria

Qui Depressolandia. Ho chiesto ad alcune donne di dirsi quanti anni hanno, se hanno un lavoro oppure no, se svolgono lavori di cura, per scelta o obbligo, se soffrono di malattie mentali.  Tra tutte le donne che hanno risposto al questionario c’è una cosa in comune: soffrono quasi tutte di malattie mentali. Non so se si tratta di un caso dovuto alla frequentazione della pagina di una depressa, ma trenta persone che elencano una serie di disturbi per i quali sono in terapia mi sembrano comunque tanti. Ciò nonostante esse svolgono lavori, fanno quel che va fatto in ogni giornata della loro vita, guardano avanti e sognano di poter stare meglio. Questo mi dice che il problema della salute mentale va trattato in senso femminista, dato che spesso la malattia mentale coinvolge familiari, figli, compagni, compagne, e spesso la stessa malattia rende difficile ogni passo compiuto durante la giornata, a differenza di quello che per altre donne senza tali disturbi diventa più semplice.

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Ruoli sociali: la donna come ammortizzatore sociale

Continuano le puntate del Femminismo secondo la depressa sobria.

Sapete quanto costa badare alla casa, alla famiglia, ai figli, agli anziani, ai disabili, ai malati? Costa tantissimo. Un welfare a misura di individuo avrebbe trovato il modo di alleggerire il peso di queste responsabilità a chiunque o le avrebbe suddivise equamente per tutti i generi, invece essendo la nostra una società di impostazione cattolica, che mira alla famiglia eterosessuale come modello sociale, quelle responsabilità le ha assegnate solamente alle donne. Le donne ammortizzano una spesa di miliardi di euro annui che lo Stato risparmia per reinvestirli non nella salute, sempre più volta alla privatizzazione, non nell’istruzione, anch’essa diretta verso la forma aziendale, ma negli armamenti, nella difesa, nella struttura delle forze dell’ordine, un ordine che ha radici patriarcali e che i patriarchi farebbero di tutto per mantenere tale.

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Storia di una Strega

Qui comincia una nuova vicenda, che ha per protagonista una donna che si è macchiata del peggior crimine nella storia ed è stata reclusa in una stanza dalla quale poteva a malapena guardare uno spicchio di mondo, una porzione di prato, qualche albero, automobili parcheggiate, finestre del condominio di fronte. Udiva però con chiarezza le voci dell’inquilina del piano di sopra e di quello dell’appartamento confinante. Voci alterate, persone che usavano toni litigiosi per un nonnulla. La donna che per battesimo fu denominata Strega, rifletteva spesso su come gli uomini adorassero concentrarsi sulle guerre in altri mondi ignorando la battaglia che si svolgeva ogni giorno dinanzi ai loro occhi. La concentrazione si sa, ha il difetto di volgersi dove fa meno male. Le guerre lontane impediscono di pensare alle responsabilità del qui e ora. Ci sono uomini che usano parole con toni piene di enfasi dedicate alle ferite altrui e nel frattempo svolgevano il proprio lavoro di parlamentari o giornalisti al soldo dei partiti di cui non davano notizia a nessuno. Strega dal suo angolo di reclusione non trovava notizie su quel che il governo stava facendo, su quali provvedimenti stava adottando. Quel che sapeva è che se voleva trarre la verità da fonti certe doveva imparare ad ascoltare il vento. Con esso giungevano lamenti di persone innamorate e deluse o povere in canna, prive di sostentamento, disinformate e senza cognizione dei diritti cui avrebbero dovuto godere. Il vento lasciava viaggiare voci di storie di donne stuprate, picchiate, malate, recluse, un po’ come lei, per aver disobbedito all’ordine dei padri fondatori. Così venivano definiti quelli che ritenevano di aver posto la prima pietra di questa o quella città. Ignorando il fatto che quei padri avevano avuto una madre che li aveva generati e nutriti finché i figli non le avevano rinnegate.

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Il Bigottismo sui corpi delle donne

L*i scrive:

Il post è lungo se vi triggera nel testo vengono descritti molestie e violenza andate pure oltre. I fatti sono realmente accaduti.

Per 13 anni ho lavorato in una azienda metalmeccanica con 800 dipendenti ero arrivato a gestire due linee.

Il mio nuovo reparto era un inferno zuppo di machismo da fare schifo e le due preposte alla gestione delle linee di montaggio vessate da una parte dai maschi che facevano la performance che per 8 ore fracassavano le ovaie con frasi sessiste , misogine sin dalle 7 del mattino fino alle 16:30 e dall’altra lui soprannominato la merda umana, supervisore dell’intero reparto, un essere viscido, ripugnante molestatore e stalker la sua presenza era vista con terrore da tutt3.

Il compagnone dei cari capetti e maschietti lavoratori che vedevano in lui er playboy de noiartri.

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Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: obiettivi salute, reddito, casa

Appunti per la mia autobiografia.

Dopo aver scritto tutto o quasi di me non mi resta che capire cosa voglio adesso. Il mio presente è fatto di malattia, la depressione, assenza di reddito e di lavoro, non ho una casa ma solo una stanza nella casa del mio quasi ex.

Salute reddito è casa sono diritti umani inalienabili, impossibile stare senza. Dovrebbero essere garantiti a tutti e tutte. Ma sappiamo che non è così. Per la mia salute devo portare avanti la terapia psicologica e farmacologica, e tutte sono vincolate al posto in cui sto adesso, Firenze. Quindi spostarmi, se non per pochissimo, non è possibile. Non posso ricominciare da capo altrove.

Per il reddito sto avviando le pratiche con l’Inps per il riconoscimento dell’invalidità. Non so se mi daranno il 100% ma se anche fosse molto meno spero sia la quota che mi consenta di rientrare nelle liste delle categorie protette. Se supero una certa quota potrei perfino valutare l’idea di una nuova formazione all’università perché pare che così non si debbano pagare le tasse universitarie. In ogni caso nella mia situazione attuale non posso prendere lavoro ad orari precisi perché i farmaci non mi consentono di capire quando mi addormenterò né quando sarò sveglia al mattino e date queste difficoltà le mie ore sicure di veglia sono nel mezzo.

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Cronache postpsichiatriche: depressione, percezione di sé, questione di genere

Appunti per la mia autobiografia.

La percezione di sé dipende da tanti fattori: come ti vedi tu, come ti vedono gli altri, che tipo di riscontro hanno le tue azioni o riconoscimenti hanno le tue competenze sul lavoro, per esempio. Tutto questo compone la tua autostima. Se hai delle competenze ma non hai lavoro la percezione di te stessa equivale quello che vedi come mancato riconoscimento. Puoi anche essere consapevole del fatto che non hai lavoro per milioni di altre ragioni ma tutto ciò influisce negativamente nel modo in cui ti vedi. Se le azioni che compi non hanno riconoscimenti anche in quel caso il tuo modo di percepirti diventa negativo. Se gli altri ti coprono di insulti, fanno body shaming, ti ricordano quanto sei brutta o grassa o vecchia o qualunque altra cosa ecco un altro pezzo di identità condizionata in negativo. Resta la percezione che hai tu di te stessa. Per quanto tu possa essere forte, sicura di te e avere una ottima autostima come base di partenza tuttavia non potrai non essere condizionata da tutto il resto. Dicono che la depressione dipenda dal fatto di far prevalere un sé agli altri sé. Come dipendesse da noi depressi. Come se fossimo noi a non vedere qual è il nostro reale valore sebbene il mondo lo riconosca e gli altri ti dicano sempre che sei perfetta. In realtà non funziona proprio così. Io credo che la depressione abbia radici nell’impatto sociale su ciascuno di noi. Credo che questo impatto sia tanto più cruento quanto più ci avviciniamo al genere femminile.

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Cronache postpsichiatriche: considerazioni su salute mentale e Psichiatria

Appunti per la mia autobiografia.

Se avete letto fin qui sapete già che sono una paziente affetta da disturbi dell’alimentazione e da depressione maggiore. In terapia presso l’Asl, seguita da una psichiatra del centro salute mentale territoriale. Saprete anche che ho richiesto più volte assistenza psicologica che l’Asl non mi ha fornito e che infine ho dovuto trovare da sola a pagamento, con un costo pari a 50 euro a seduta. I miei disturbi hanno sicuramente origine nell’adolescenza e derivano da numerosi maltrattamenti subiti in famiglia e da traumi violenti vissuti con il mio primo matrimonio. Tuttavia i disturbi da stress post traumatico non sono stati presi in considerazione nel trattamento della mia malattia. Con i primi psichiatri di Careggi, in cui vive una struttura aperta, con day hospital attivi soprattutto con un’attenzione rivolta a chi soffre di disturbi alimentari, ho ricevuto prescrizioni di farmaci antidepressivi e un approccio cognitivo comportamentale che in definitiva non mi è servito a nulla. Non è stato del tutto inutile ma di fatto i miei disturbi sono peggiorati aggiungendo l’agorafobia alla mole già carica di problemi che avevo. Psichiatri e psicologi si sono accorti della possibilità di realizzare incontri online, in video chiamata, solo durante il lockdown. Se questa opzione mi fosse stata offerta prima forse non mi sarei sentita del tutto abbandonata a me stessa. Il principio secondo cui il paziente si deve assumere la responsabilità di recarsi agli appuntamenti dovrebbe essere saggiamente valutato in relazione alle difficoltà accessorie che il paziente deve affrontare per uscire, usare un’automobile, stare in mezzo al traffico, trovare parcheggio, e tutto ciò se nel frattempo non interviene un attacco di panico.

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Cronache postpsichiatriche: storia di un matrimonio

Appunti per la mia autobiografia.

Quando si vuole restare integri rispetto ad una situazione traumatica capita di frammentare i ricordi, di cogliere la parzialità di un evento. Capita, anche involontariamente, di imporre l’alterazione della percezione altrui. Così mi è sembrato di vivere in tanti anni di matrimonio con un uomo buono e gentile che non riesce a tollerare di sentirsi in difetto, neppure un pochino. Ciò vuol dire che quando gli si rimprovera qualcosa egli nega o oppone un ricordo frammentato, parziale, per salvare se stesso. Non so perché o chi gli abbia detto che essere imperfetti sia un crimine. Io so che essere umani è una componente essenziale di ogni individuo ma il risultato è che per vent’anni ho discusso con un uomo perennemente sulla difensiva, come se dirgli “mescola la cipolla altrimenti si brucia” fosse una sorta di imputazione senza appello di un reato capitale.

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Cronache postpsichiatriche: depressione e tentato suici.dio

Appunti per la mia autobiografia.

Nell’ultimo periodo di gestione del progetto di Abbatto i Muri ho saltato fasi, ho lasciato le mie compagne da sole, senza spiegare niente, parlando di vaghi problemi di salute. Poi tornavo e in uno di questi ritorni ho ideato e condotto la campagna #tuttacolpamia che mi ha portata allo stremo delle forze. La campagna era giusta, ed è stata efficace, io però non avevo misurato il potere che aveva ogni racconto nel risvegliare miei dissidi interiori. Non ero pronta, non ero forte abbastanza. L’ho condotta fino alla fine poi ho dovuto prendere tempo, staccare e piangere. E piangevo per le storie lette, per le vostre vite spezzate, il vostro sangue versato, le umiliazioni che avete subito, le mortificazioni che non avete potuto nominare. Mi sono fatta carico di troppo in un momento di enorme fragilità. Non potevo interrompere, non volevo lasciarvi da sole, mi preoccupavo di lasciarvi inascoltate. Ma ora posso confessarvi che per me è stata dura. Non il fatto in se’, perché se la mia vita fosse andata per il verso giusto avrei potuto raccogliere le fragilità di ciascuna e coccolarla come sarebbe stato giusto, Come dovrebbe essere giusto fare in ogni spazio femminista che si rispetti. Alla fine mi sono inchiodata sul divano a vedere serie tv coreane, apprendendo una lingua che non so a che mi servirà, sposando il disimpegno che una intellettuale come me non dovrebbe sposare. Avrei dovuto approfittarne per leggere libri di filosofia, forse. Macchè. I drammi coreani sono il meglio del meglio se sei depressa e non vuoi ascoltare nessuno e tantomeno te stessa.

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Cronache postpsichiatriche: Abbatto i Muri e Il Fatto Quotidiano

Appunti per la mia autobiografia

Abbatto i Muri nasce nel 2012 come progetto in solitaria poi diventato collettivo, con compagne e sorelle che mi hanno aiutato durante il percorso, quando alla fine del progetto di Femminismo a Sud mi resi conto che era necessario distanziare le persone che con il vecchio progetto rischiavano di prendere pesci in faccia da una non meglio precisata fazione femminista, nata sul web e mai vista alle assemblee, che con metodi assai fascisti, da cyberbulle imperversavano per il blog, tra i commenti, e per la pagina facebook dedicata, per delegittimarmi, diffamarmi, distruggere e vanificare tutto il lavoro fatto. I motivi erano specificatamente privi di sostanza politica, giacché costoro di quella sostanza, di materia femminista, filosofia femminista, ne masticavano poca. Primo punto: su FaS si supportavano le sex workers e si affermava, così come le sex workers affermano da sempre, che il sex work è lavoro e come tale necessita di riconoscimento affinché le sex workers possano godere di eguali diritti, come tutti i lavoratori del mondo. Secondo punto: il transfemminismo per costoro non era vero femminismo, giacché le donne trans non sarebbero vere donne e dunque si potrebbe, udite udite, correre il rischio di essere stuprate da una trans nei bagni delle donne se le trans venissero ammesse alle assemblee femministe.

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