Personale/Politico, Salute Mentale

Disturbi alimentari: una questione di genere

fatto qualche ricerca. Statistiche, dal 2019 al 2022 secondo fonti dell’OMS in italia i disturbi alimentari sono passati da 600.000 a 3.000.000.

questi solo quelli documentabili in luoghi in cui ci sono strutture funzionanti. più del 90% delle persone affette da disturbi alimentari è donna. sessismo e body shaming stimolano o aggravano il problema. la questione di genere non viene considerata e neppure un’educazione al rispetto dei generi viene pensata come prevenzione contro tali disturbi e il sui.ci.di.o che spesso diventa la richiesta d’aiuto di chi non sa dire che ha questo problema. la pandemia ha aggravato tutto, restare chiuse non ci ha fatto bene, lo dico per esperienza personale ma aggrava situazioni già gravi.

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Personale/Politico, Salute Mentale, Sessualità

Sexual life di una depressa sobria

Mi chiedono: ma come funziona? Funziona?

Ogni disabilità immagino abbia proprie specificità al riguardo. Per me il punto è che depressione e farmaci coincidono con post menopausa. Non ho mai avuto problemi, anzi, sono sempre stata passionale, senza pudore, ma oggi non posso ruggire. Dunque se chiedi come funziona per me, depressa, ti dico che la vicenda è complessa. Sono frustrata perché non sento ciò che sentivo prima ma se devo accettare quel che mi accade, chiedo ascolto, dialogo, richieste esplicite.

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Il Dio degli obesi e i guru dei disturbi alimentari

Mentre cercavo di affrontare il percorso psichiatrico sui disturbi alimentari qualche anno fa mi è capitato di fare un paio di esperienze che vale la pena raccontare, per sommi capi, solo per dire che le soluzioni vogliono sempre un premio. Fede o denaro.

C’era una specie di gruppo di obes* anonim*, abbuffatrici anonime, che era una costola del programma per alcolisti anonimi. Quindi le teorie e le pratiche erano le stesse. Ciao sono un’abbuffatrice, ciao abbuffatrice, poi ti davano un libricino dal quale trarre il mantra da recitare in apertura e chiusura e poi l’alone divino ci toccava tutt*. Nulla da dire sull’utilità di questi gruppi, a tante persone hanno salvato la vita, ma perché devo credere in Dio per affrontare la bulimia? E come faccio a portare avanti i dodici passi sulla storia delle abbuffate? Come mi guadagno la medaglia per il primo anno senza cibo. Il punto della bulimia è che sì è una dipendenza ma di cibo abbiamo necessità per vivere e dunque avviene un cortocircuito che ti dirotta tra anoressia, in cui pensi di avere il controllo e bulimia in cui lo perdi e ti senti uno schifo. In entrambi i casi con chi dovresti fare ammenda? Distruggi il tuo corpo, la tua vita, ti isoli, ti fai male, ma non è un anestetico che trovi al bar o da uno spacciatore (non penso comunque che alcolisti o tossicodipendenti abbiano “colpe”).

Tu cerchi di restare in equilibrio mentre qualcuno accanto a te prepara pietanze ricche di calorie che non potresti mangiare o sai che quando ne assaggerai un boccone finirai per mangiarne troppo. Il mondo è pièno di tentazioni che ti rinviano al fatto che mangiare è ok ma se eccedi è una tua debolezza, una specie di vergogna. C’è chi diffonde cultura grassofoba senza nulla sapere di quel che vivi. Io mi vergognavo di non essere a posto se uscivo e dovevo perdere quei chili per poter affrontare il mondo esterno, fino a quando non ho più potuto e i chili sono rimasti lì a prescindere.

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#bodyliberationfront: il mio corpo

Questa ero io prima della pandemia e della clausura totale per tre anni di seguito. Avevo partecipato anonimamente alla campagna #bodyliberationfront e #nobodyshaming (trovate tutto sul blog) per incoraggiare me stessa e tutte a svelarci senza sentirci sole, con i nostri corpi che possono piacerci o meno, con i chili e le cicatrici che viviamo male, con il passsato che ci ricorda come eravamo e il presente che non riusciamo ad accettare, non io per lo meno, non in quel momento e tantomeno oggi con una decina di chili in più accumulati in clausura e che mi danno un aspetto da signora anziana che cammina curva, puntellandomi ovunque per trovare supporto fisico. Pesavo poco, per la mia altezza, mi sono massacrata di esercizio fisico per tenere il conto delle calorie e così sfuggivo alle conseguenze di digiuni e abbuffate. Compensavo la bulimia. Temevo meno si vedesse il frutto dei disturbi alimentari e mi sentivo comunque non benissimo con il mio corpo.

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Pandemia e riacutizzazione depressione

Qualcuno chiede: ma qualche anno fa uscivi, venivi alle manifestazioni e partecipavi in giro. Che è successo? Ero già in terapia, non funzionava benissimo ma per lo meno ero riuscita a superare a tratti, non spesso, lo scoglio agorafobico. Poi la pandemia mi ha costretta a restare chiusa in casa. Infine avevo il terrore perfino di andare dal medico. Ho fatto i vaccini con molte cautele. Ho ricevuto una visita domiciliare da una psichiatra che comunque non mi reputava “grave”. Ho delegato il ritiro farmaci al compagno e tra noi si sono ingigantiti scogli mai affrontati, forse. Lui fuori, lavorava, io sempre a casa, sola, avevo staccato da tutto, non riuscivo più neppure a gestire la pagina, a scrivere, leggere, a fare nulla. Me ne stavo seduta sul divano ad abbuffarmi, vomitare, anestetizzarmi con sedativi e serie tv in streaming. Se dovevo affrontare il mondo esterno, vedere qualcuno, parlare al telefono, andavo nel panico. Il mio compagno non poteva ovviamente portare a casa nessuno perché io mi sarei chiusa in camera da letto. Lui frustrato, scandendo gli ultimi periodi, io completamente massacrata e senza forze.

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Agorafobia e burocrazie

Mi hanno concesso qualche mese di invalidità ma mi hanno sospeso la patente. Per riaverla dovrei uscire, telefonare, organizzare. Tutto è lontano e solo guardare info sul web mi fa venire il panico. Posso inoltrare qualcosa se ho la firma digitale ma per averla devo fare lo spid alle poste e mi gira la testa, comincio a sudare freddo e infine si appanna la vista. Se non ho nessuno che mi aiuti non so come fare ma non vorrei sempre delegare e non posso farlo.

Dipendo, da qualcuno, da leggi complicate, dalle mie paure irrazionali. Se devo affrontare qualcosa di burocratico vado in paranoia. Ancora sudore freddo, capogiri, vista appannata.

Per andare dalla psichiatra mi serve la macchina, quindi qualcuno che mi accompagni e poi ricomincia la procedura per chiedere il riesame di invalidità. Andare al disbrigo pratiche, fissare appuntamenti, poi attendere convocazione, tornare con certificati medici. Se non avessi nessuno a darmi una mano potrei annegare nel panico.

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La stanza tutta per me

Tornata a casa, il luogo che sento mio è la stanza con i miei libri. Lavo la faccia, ho messo anche una crema per alleviare le screpolature del viso. Lucida e diretta, prima discussione con il mio compagno. Quando si parla di qualcosa che lo riguarda ed esprimo un parere o condivido un mio sapere in proposito si sente sminuito. Non ha mai accettato il mio valore. Quindi ridivento muta, comunico con me stessa. Noi forse faremo terapia di coppia. Io torno ai miei libri e alla scrittura.

La sua insicurezza mi devasta. Dopo vent’anni vuole che io gli dica ancora che è “bravo”. Vuole rassicurazioni, incoraggiamenti, non è uno scambio reciproco. Lui parla io ascolto e se io parlo lui va in bestia. Il mio sapere lo innervosisce. Voleva una madre? Intanto ha me. Di tutto ciò che ho fatto per costruire il nostro rapporto non sembra ricordare nulla. Solo i suoi sacrifici. I miei non valgono un ricordo. Memoria selettiva.

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Depressolandia e la camicia sciolta

In reparto stanno maschi, in alcune stanze e donne in altre. Ci si osserva a malapena, Gli uomini maniaco ossessivi, nevrotici, psicotici o schizofrenici e le donne depresse, affette da disturbi alimentari, autolesioniste, bipolari. Le diagnosi sono palesi, non ci si nasconde gli uni dalle altre. Le storie degli uomini restano impalpabili. Quelle delle donne più visibili.

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Storie raccolte da una depressa sobria

In reparto, due generazioni diverse, diverse culture a respingere o accogliere e supportare la malattia mentale. Lei ha 65 anni, depressa da molto, sposata, con figli, un marito violento, maniaco del controllo, si è concessa di annunciare ai figli della sua depressione solo quando lui è morto. Prima era sottoposta a umiliazioni da lui e dalla famiglia di lui. Era una vergogna, la sua malattia vista come un’offesa all’onore di una famiglia che si reggeva su un regime patriarcale. Un patriarca non sbaglia, non ha mogli depresse o figli con disagi. Un patriarca nega tutto o te ne addebita la colpa. Tutta colpa sua, di lei, troppo pigra, spenta, fredda, spaventata, inutile, incapace, fallita. Lei ha convissuto con il senso di colpa per decenni, ora ne parla con scioltezza, liberata, con un briciolo di speranza che si legge da un guizzo lucido nello sguardo. Nata in un’epoca di maschilisti retrogradi, di patriarchi che usavano le donne per alimentare il proprio ego o la propria fama. Nata nell’epoca in cui quelle come lei potevano solo finire in manicomio o nascoste, in stanze chiuse, finestre senza fessure, al buio, perché gli altri non dovevano sapere, ne andava dell’onore del padre padrone, di colui che si vergognava della moglie pazza. Da quella donna però si pretendeva che rifacesse i letti, spolverasse, mettesse il cibo in tavola, creasse armonia familiare, cucisse vestiti per i figli, mentre il marito si lamentava di questa donna che lo rendeva infelice, poco affettuosa nei suoi confronti, poco rapida nelle risposte quando lavava i piatti e lui esigeva spiegazioni perché lei non voleva fare sesso. Una depressione non curata diventa cronica e cronicizzata diventa anche la situazione viziata, morbosa e personale di tutta la famiglia. Oltre alle lamentele per lo scarso apporto sessuale della donna c’erano anche le offese: zitta, tu non capisci, sei stupida, non hai il cervello per pensare bene, non capisci niente. Perché uno così riteneva che essere depresse significasse essere idiote.

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Depressolandia: la bellezza di uno shampoo

Infine sono riuscita a farlo, con l’assistenza del mio compagno che mi ha permesso di non perdere l’equilibrio. Ieri avevo osato cibarmi di qualcosa che mi piace ma ho vomitato. Una cosa per volta, un passo alla volta. Domani forse mi raggiungerà un po’ di sole alla finestra della mia stanza.

Non so se si tratta di temi per un blog ma è lo svolgimento del mio tentativo di risollevarmi e sono un po’ contenta perché profumo di buono

Un abbraccio

Eretica Antonella

Pensieri Liberi, Personale/Politico, Salute Mentale

Depressolandia, storie e desideri

Piani di recupero. Più contatto con la pelle. Sposto il culo dal divano alla mia stanza per scrivere. Con l’aiuto del mio compagno proverò a mettere il naso fuori dalla porta. Forse per prendere il sole su uno scalino o riuscire a raggiungere il giardino a un paio di centinaia di metri di distanza. Lavare i capelli, quello mi viene difficile, perché se mi piego in avanti sulla doccia temo di scivolare e non saprei come risollevarmi. Mi farò aiutare? Tento di misurare i farmaci per capire quale sia il dosaggio giusto, incontrerò la psichiatra e proverò a ragionare di terapia di coppia con il mio compagno per capire dove stiamo andando e cosa è accaduto nel frattempo.

Nel frattempo sono stati archiviati vari lutti, persone che mancano. di cui non posso parlare, per non indispettire il resto della mia famiglia e perché non mi sento in diritto di farlo. Come se mi fosse negato accesso al dolore perché ho rifiutato la cura per loro negli ultimi tempi. Ciò che mi ha liberata mi ha anche imprigionata. Le famiglie sanno essere crudeli e disfunzionali ma da lì partiamo e lì torniamo. Sola al mondo, con un compagno come unica fonte di affetto. Via lui non so come farei. Il timore di perderlo, il terrore di passar sopra ai miei desideri per tenermelo.

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Anestetizzarsi: come si diventa dipendenti

Penso molto a ciò che mi distrae dal non pensare, ovvero da quello che mi fa paura affrontare, anche se non dovrei provarne per quello che ho narrato e vissuto. Eppure la ricerca di metodi per anestetizzarsi è una parte quasi cosciente della vita di molte persone. C’è chi beve (io per fortuna almeno quello no), c’è chi fuma (nicotina a tratti un decennio sì e uno no e adesso il tabacco impera), c’è chi mangia e si abbuffa (poi vomita, come faccio io e chi soffre di disturbi dell’alimentazione). C’è chi eccede nell’uso di droghe (quelle illegali e quelle legali, tipo i farmaci calmanti che mi vengono prescritti). C’è chi si anestetizza guardando la tv per ore e ore, guardando sui social le vite altrui che scorrono mentre la tua resta salda sul divano. C’è chi affoga le paure nei videogiochi, o con un milione di altri metodi che ti danno l’illusione di muoverti mentre sei ferma.

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Nulla di nuovo sul fronte di depressolandia

Malinconia, voglia di piangere, farmaci o non farmaci la depressione resta. Abbiamo cambiato dosaggi, aggiunte e roba sostituita ma nulla migliora o per lo meno tiro avanti. Ancora non riesco ad uscire e mi capita di cadere per terra, d’un tratto, come se l’equilibrio non esistesse. Scivolo in bagno, in cucina, strapiombo su una scatola, sul materasso, quando va bene, come se non riuscissi più a coordinare i movimenti e le gambe non rispondessero ai miei ordini.

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#Legittimadifesa: quando la violenza è economica

Mio padre teneva i soldi che guadagnava lavorando e li spendeva come voleva salvo distribuire una paghetta a mia madre che doveva, attraverso quella, pensare alla spesa, alle bollette, a tutte le esigenze dei figli. Mia madre non ebbe mai in comune il conto con mio padre e quando le chiesi perché non lo lasciava, giacché lui mi massacrava di botte, lei disse che non voleva finissimo in mezzo alla strada. Una delle cose che mio padre fece fu quella di privare mia madre perfino di una minima proprietà della nostra casa che lei aveva ricevuto in eredità dai genitori. Dunque tutto era sotto il controllo ansioso e paranoico di un uomo che pensava di essere l’unico a poter gestire per bene le nostre vite e l’economia familiare.

A differenza di ciò che si pensa, e traggo ciò dalle tante storie ricevute e ascoltate in tanti anni, questa forma di subdola violenza non è affatto isolata ma è molto diffusa. Ho letto spesso frasi come “lui non mi picchia e mi compra quel che mi serve”, si afferma questo senza capire che in quel preciso istante, quando è lui a decidere cosa serva a te e cosa no, tu non hai il controllo della tua vita e della sfera economica che pure, secondo contratto matrimoniale, ti appartiene. Le nostre nonne tentavano di supplire a questo genere di carenze mettendo sotto il materasso i soldi risparmiati dalla spesa. Le signore più giovani si chiedono come faranno a mollare il marito violento se non hanno lavoro e reddito e pensano di non avere diritto a nulla di quel che il marito guadagna. I mariti, d’altro canto, fanno di tutto per far credere che innanzitutto solo a loro spetta l’onere di guadagnare per la famiglia, lasciando alla moglie il compito della cura e dell’educazione dei figli, e se più moderni sollecitano la moglie a trovarsi un lavoro solo perché uno stipendio non basta più, come a risollevare l’ansia del patriarca, giammai per l’indipendenza stessa della donna.

Se un uomo ha manie di controllo spinge la donna a depositare anche il proprio stipendio sul conto del marito, perché lui solo potrà gestire con oculatezza quei soldi. Mio padre diceva che mia madre era spendacciona, nulla di vero, in realtà lui era l’unico che gestiva risorse familiari per accumulare beni di cui godeva in solitaria. La favola della femmina che non sa gestire il denaro e lo sperpererebbe in cose frivole giunge intatta fino a noi, perché la cultura non cambia, al punto che l’ex marito si oppone al pagamento degli alimenti per i figli adducendo come motivazione la natura sperperatrice e intrinsecamente avida della ex moglie. Non li spenderebbe per i figli ma per andare dal parrucchiere e fare la manicure. Profumi e imbellettamenti e niente balocchi per me, narrava una antica canzone che resta nell’aria come un mantra utile ai maschilisti.

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