ParaGiulia: barriere, parcheggi e scivoli e superpoteri

Giulia ha un grave difetto: lavora. Quel lavoro a tempo indeterminato lo ha ottenuto prima che la sua condizione degenerasse e che si risolvesse in una paraplegia permanente. Non guadagna molto ma di sicuro è più di quello che guadagnerebbe con la pensione di invalidità, tutto compreso. Tenete conto che una pensione per chi è invalid@ al 100% vale 400 Euro circa. Mensili. Ti ci puoi pulire il culo se devi mangiare, comprarti le medicine che la nostra sanità pubblica ha messo in una fascia tale per cui giacché non sei in punto di morte, ma proprio morta morta, li devi pagare, comprarti tutto il corredo sanitario di strumenti tecnico/pratici che ti servono, pagare le bollette, pagare l’affitto, essere indipendente, ogni tanto comprare pure un libro, anche se è troppo lusso, e figuriamoci.

Perché la precarietà non è certo una condizione che riguarda solo le normo come noi. Perfino una come Giulia vuole essere indipendente, non vuole andare a vivere con i suoi, semmai sono i suoi che vanno a trovare lei, vorrebbe potersi permettere una badante per poter sollevare dall’incastro della cura le donne della sua famiglia o le amiche come me, ma non lo può fare. Neppure con il suo stipendio quasi ce la fa. Dunque lei lavora e chi la assunta si accontenta di vederla presenziare, efficientissima, nelle ore di lavoro. Per gli straordinari e anche ‘sti cazzi e se lei sta male bisogna che si paghi la sua malattia anche se dovete sapere che tra tagli e ritagli il governo ha stabilito che anche per le persone in stato di disabilità i giorni di malattia sono a tempo. Perciò se lei impiega tre mesi a guarire per una piaga da decupito o una infezione le tolgono parte dello stipendio e se ci vuole anche più tempo glielo tolgono tutto.

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Le incredibili avventure di (Para)Giulia: la doccia!

Oggi è il giorno in cui bisogna partecipare alle operazioni di lavaggio della (Para)Giulia. Prima di fiondarla sotto qualunque getto d’acqua bisogna ripulirla di quello che aveva nell’intestino. E dunque attendere che si esibisca in scorreggie la cui puzza attraversa ogni girone dell’inferno, che applichi la giusta stimolazione allo sfintere per autoindurre l’espulsione, che defechi sul posto, si lasci ripulire, si assicuri che non abbia nulla più da espellere perché lei non vuole indossare il pannolone per incontinenti e portarsi in giro una che perde, sentire che si sporca e ripulirla, mentre lei fa sali e scendi tra sedia a rotelle e letto, infilarla sotto l’acqua se non si è prodotta nello Shit-Show del mattino, non è proprio indicato.

Ma prima che pensiate che si tratti del Truman Show che offre pornografia coprofaga a voyeurismi di passaggio vi dico che proprio no. Si tratta di quello che racconterei per dire che io sono umana e ogni tanto cago. Solo che io impiego dieci minuti, anche meno, e la cosa si svolge alla maniera classica, seduta, scarico, io leggo nel frattempo un capitolo di uno dei libri poggiati sulla mensola, e finisce lì. Lei, invece, impiega più o meno 40 minuti, se è brava anche un po’ meno, per fare tutto quanto.

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ParaGiulia: quella stronza di una paraplegica!

Giulia quando fa la stronza non sembra poi così vulnerabile. E’ una adulta in un corpo paraplegico e dunque gode di due o tre vantaggi quando si confronta/scontra con persone che le vogliono bene. Mentre tu sei lì che pensi a non ferirla a lei viene in mente che ti può sfanculare in malo modo e allora tu ti scopri ad essere tutrice, aspirante salvatrice, che non vede l’umana ma solo la malata. Una persona che non dovrebbe perciò vedere, pensare, desiderare, perché c’è il mondo intero a desiderare al posto suo. Sicché quando lei ti sfancula dopo che le hai ripulito il culo vorresti dirle “come, dovresti essermi grata, così riconoscente, e invece sei perfino umana? Tu? una figura mitologica per metà donna e per metà sedia a rotelle?“.

Dunque si, le dici stronza. E io sono stata tanto stronza, non so se più o meno di quanto non sia stata lei, ma da lei principalmente ho appreso che aiutare non significa sostituirsi alla persona che aiuti e che è tanto difficile non prevaricare chi ha evidentemente bisogno di aiuto ma non per questo ti consegna le chiavi di tutta la sua vita. Di tutte le persone conosciute quella della disabile autodeterminata davvero mi mancava. Perché lei non vuole che tu faccia le cose al posto suo. Le vuole fare lei anche se impiega più tempo e ti fa venire il latte alle ginocchia per l’attesa. Lei non vuole essere dipendente ma vuole essere lei a prendere le sue cose, che tu devi metterle a portata di mano, vuole essere lei a decidere come devi pulirle il culo, anche se sei tu a pulirlo, perché il culo, diciamocelo, è il suo. Vuole essere lei a scegliere e quel che sceglie tu devi eseguirlo al posto suo.

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ParaGiulia: storie tragicomiche di una paraplegica (single)!

Il post sul Punto G della paraplegica mi ha fatto venire in mente altre cose.

In ogni caso, va detto, molte persone in stato di paraplegia (figuriamoci quelle in stato di tetraplegia) una vita sessuale non ce l’hanno. Qui si tratta di sessualità negata oltrechè normata perché non esistono supporti in questo senso e perchè la vita di una persona in quelle condizioni è talmente precaria e in totale stato di dipendenza che è inutile girarci attorno e dire sciocchezze. E tanto realismo non vuole tarpare ali e speranze a chi ne ha.

Per fare sesso entro la norma etero/riproduttiva con una persona che sta così la devi assistere in tutto e per tutto e col cavolo che succede quello che ti fanno vedere nei film conditi di retorica romanticheggiante di merda, tutti cuoricini e vissero felici e contenti, anche se uno dei due sta sulla sedia a rotelle. Tra le persone che stanno in questo modo trovi chi è paraplegic@ e non ha complicazioni solo fino ad una certa età. Persone giovani che non manifestano altre conseguenti o indipendenti patologie.

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Il punto G della paraplegica

Tempo fa si ragionava del sesso in stato di disabilità, ed è una cosa sulla quale è complicato fare un discorso con il timore di sbagliare.

C’è questa parente paraplegica e insieme seguimmo, durante la sua terapia riabilitativa, dei corsi sulla sessualità rivolti a persone come e messe peggio di lei. Assieme a lei passai la maggior parte del tempo a ridere per non piangere. Finimmo per immaginare che il suo punto nevralgico e la sua zona erogena più attiva fosse un punto a muzzo perché si faceva spesso riferimento ad un ipotetico punto G che tra cateteri e possibilità di defecazione durante il rapporto bisognava rintracciare.

Sicché con la solita ironia di quella gran donna della mia parente ella decise di autodeterminarsi un nuovo punto G e così autonominò una zona X in totale autonomia. Altre donne fecero la stessa cosa e tra le risate generali le normofemmine stabilirono nuovi posizionamenti del punto G che a quel punto divenne un punto G mobile. Il mio credo di averlo posizionato su un capezzolo. Non so con esattezza ma ricordo che la tizia che faceva il corso si rese conto di quanto fosse ridicolo insistere nelle modalità usate per gente che sentiva le proprie parti laggiù anche per quelle che da quelle parti non sentivano niente.

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