Malafemmina, Raggia e la stalker

Di tutte le conseguenze che potevo immaginare a partire dal lavoro che mi ha dato Raggia ce n’è una che merita di essere raccontata a parte. Già avevo detto che ho aiutato Raggia a organizzare il suo convegno sulle donne e dopo aver sistemato la grafica dei pieghevoli, scritto comunicati vari e corretto la presentazione, lei mi affida il compito di sfoltire una certa quantità di mail che stavano in attesa nella speranza vi fosse un contenuto accettabile.

Raggia è quel tipo di figura “politica” aperta alle comunicazioni con il mondo, sempre reperibile, una del popolo insomma, perciò, sebbene non sia in grado di gestire un account mail, il suo indirizzo mail “aziendale” è in mano a tutta l’umanità. Dalle persone che curano la sua comunicazione pretende un approccio paziente e una interlocuzione valida con chiunque. Mio dovere è perciò di selezionare tra le mail quelle che sono degne di risposta, anzi, spiego meglio, mio dovere è di prendere in considerazione le mail che sono state scritte da chi ha una minima influenza sull’elettorato. Devo poi rispondere fingendo di essere Raggia e provando a farla apparire al meglio delle sue possibilità.

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#Malafemmina e il convegno per le pari opportunità

Il mio primo incarico da svolgere per Raggia è quello di farle considerare l’idea di cambiare la grafica del pieghevole di cui ha già prenotato la stampa. Servirebbe a pubblicizzare il suo mega convegno che parla di pari opportunità. Ha invitato la sua amica del Quore, il pezzo di cuore che seleziona umani per consentirle di fare carriera. Poi c’è anche il solito assessore tal dei tali, anche se tutti sanno che la loro storia è già finita, e mi dovrò sorbire chilometri di occhi dolci e battutine di complicità, ché lui è una ciofeca d’uomo e ama far notare, come spesso accade in questi casi, che è riuscito a farsi una gran figa.

Un’altra volta vi parlerò del sessismo degli uomini che siedono in cattedra e discorrono di pari opportunità anche se hanno il cervello settato all’opzione “impari”. Oggi vi parlo di questo momento prioritario per l’esistenza di almeno una donna al mondo: la mia datrice di lavoro.

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Malafemmina e la datrice di lavoro che fa la politica

Il mio lavoro estivo comincia ora e finisce a settembre. Mi ha assunta una tizia che mi paga con rimborsi spese e qualche compenso qui e là per fare e scrivere al posto suo quello che lei non sa scrivere e fare. La tizia si occupa di politica, è di centro sinistra, si occupa anche di storie di donne e pensa che io sia quella giusta per scriverle programmi e discorsi che lei non saprebbe neppure immaginare. D’altronde le persone come lei campano anche di questo. Scippano contenuti dove quei contenuti vengono prodotti e poi su quelli costruiscono una carriera.

Si chiama Raggia e alle sue dipendenze sono sempre io, Malafemmina, dopo mille lavori precari e mille situazioni complicate eccomi qui a iniziare una nuova avventura con una tizia che sa di falso lontano un miglio. Vanesia, con l’aria un po’ svagata, di quelle che fingono di ascoltarti ma non gliene frega un cazzo, ha sicuramente molto da insegnare in quanto a pubbliche relazioni, d’altronde la sua postazione l’ha ottenuta un po’ per fascino e un po’ perché si è scopata, con tanto di coinvolgimento sentimentale, un assessore. Perché anche gli uomini politici di centro sinistra, alla fin fine, amano avere attorno belle donne, incluse quelle che dicono di occuparsi di donne e poi denunciano lo stato di precarietà profonda che riguarda quelle come me.

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Cara mamma: sono precaria e un nipote non te lo faccio!

Quand’è che farai un figlio?” Chiede mia madre. “Mai!” rispondo io che non ho mai avuto la sindrome della madre mancata. Ed è l’estrema sintesi di un botta e risposta che dura già da qualche anno.

Riepilogando. Sono precaria, faccio tre/quattro lavori contemporaneamente, non ho alcuna prospettiva che possa garantirmi autonomia economica oltre la scadenza dei vari contratti. Pago l’affitto di un monovano/sottoscala, saldo le bollette, e sto in una città che non è quella dei miei genitori. Sono arrivata qui per l’università e ci sono rimasta anche dopo perché oramai la mia vita è qui. Lavoro da tanti anni eppure sono sempre considerata una apprendista. Una apprendista con esperienza, ché poi è quello che richiedono i datori di lavoro paraculi che vogliono manodopera qualificata ma sottopagata.

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Quattrolavoriquattro, contemporaneamente (schizofrenie precarie)

No. Non sento le voci. Semmai sono le voci che sentono me.

Sono tornata dal villaggio vacanze. Ho ripreso a lavorare al bar. L’agenzia per la quale lavoravo prima forse mi molla un altro pezzo di stipendio che mi deve. Se però poi oso chiedere la rateizzazione posticipata – a quando mi va – per il pagamento dell’affitto figurati se qualcuno me lo concede. C’è questo dettaglio che ai datori di lavoro “insolventi” sfugge. Io precaria devo capire le loro ragioni, ché altrimenti mi caricano pure la responsabilità del loro fallimento, dopo che comunque del mio lavoro si sono serviti e io li ho fatti guadagnare, però nessuno capisce le ragioni mie. Le mie scadenze devo rispettarle tutte. L’affitto e le bollette, pure la pancia ogni tanto esige un pezzo di pane.

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La precarietà ti fa dimenticare le parole

Dopo mesi rinchiusa in quel microcosmo che è il villaggio vacanze mi serve recuperare i rapporti umani in sospeso. Tanti e vari, famiglia inclusa. Avrò mille impegni (precari) di lavoro (precario) e l’unica cosa alla quale penso in questo momento è al fatto di disintossicarmi dal maledetto lavoro stagionale che se non fosse stato perché ho tenuto attivo il mio senso critico e non ho spento mai il cervello mi avrebbe definitivamente impoverito il vocabolario e i pensieri.

Nelle conversazioni con i miei amici, io già lo so, dato che parlare è diverso che scrivere, mi mancheranno le parole. Mi verrano quei versi strani e tutto il codice di comunicazione orribile da idioti che siamo state costrette a usare al villaggio. Nonostante i libri. Nonostante me. Mi chiedo come sia la vita di chi per lavorare deve stare lontano da contesti che gli somigliano per molto più tempo.

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Ultimo giorno al villaggio vacanze

Ieri ero particolarmente felice. Mi hanno dato lo stipendio, compresi gli extra guadagnati in questo villaggio vacanze. Oggi è il mio ultimo giorno. Devo ancora ricevere la metà dei soldi che mi deve l’Agenzia per la quale ho lavorato prima. Andrò a battere cassa di ritorno in città, tanto per fare quadrare i conti.

Con i soldi che mi hanno dato ieri potrò pagare qualche mese di affitto, le bollette, vivere decentemente per un po’ senza troppi lussi.

Domani partiremo tutti assieme, io e gli altri colleghi, ci saluteremo e forse dopo un po’ torneremo a volerci bene, perché i conflitti covati a lungo in un piccolo contesto chiuso sembrano macigni, ma là fuori prenderanno la giusta forma e la giusta misura.

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Quanto mi fanno male le donne a cosce chiuse!

Sapete che nei quotidiani si parla di donne, spesso, e il modo in cui se ne parla tende a schiacciare, a uniformare le opinioni e tutto sembra, ancora, l’ennesima strategia per battere su un chiodo che scatenerà misoginie diffuse e che sarà il pretesto per dare ai quotidiani online più click di femmine indignate, più click di quelle che vogliono leggere com’è bello crescere figlie che restino a cosce strette, alle donne di partito più motivi per fare un documento in cui si dirà che le donne devono scendere in piazza contro le puttane che non solo sono puttane ma se ne vantano pure. E che cazzo!

Mica si può essere puttane e vantarsene. Devi restare affranta, coprirti di un velo nero se decidi di apparire in pubblico, prostrarti di fronte all’inquisizione cattolica e poi prepararti al rogo perché il linciaggio è pronto e tu sei figlia di Eva e devi pagare.

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Per fortuna che c’è il Dj

L’ultimo sabato sera al villaggio vacanze. L’ultima serata di animazione prima della disco. Canzoncina, balletto, mani su, mani giù, mani là, mani qua, arriva il boss capo animazione, voce da dj che presenta il dj vero, quello che parla di gola e che gli escono fuori dei mugugni dall’esofago perché fa più figo.

E’ lui, è lui, lo abbiamo tanto atteso, un mito, una celebrità, ragazze non potrete resistergli, è fantastico, una potenza. E nel frattempo che il boss lo annuncia io e altre ci guardiamo in faccia come per dire “ma chi cazz’è?”. Stiamo a vedere. Squillino le trombe (pure quelle del falloppio), rullo di tamburi, ragazze fategli la Ola, sta per entrare LUI, esso, egli, quello là. Fumo sul palco, musica in sottofondo, si sposta la tenda che separa il palcoscenico dal retropalco ed eccolo in tutto il suo metro e cinquanta di splendore, che se fosse solo per quello non ci sarebbe alcun problema ma se ti annunciano un gigante e ti vedi arrivare un signore di mezz’età, col capello lungo, il basettone, il berrettino delle scuole elementari, la maglietta da rocchettaro nostalgico, il jeans stretto che gli sega in mezzo alle cosce, per rendergli più evidente il pacco, e le scarpe a punta, resti un po’ così e così.

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