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Modelli estetici imposti

A questo proposito ripropongo un video realizzato da Yolanda Dominguez dal titolo Poses:

L’analisi di Yolanda della realtà passa attraverso il living, la performance agita nello spazio urbano che crea sconcerto e dubbio negli ignari spettatori-passanti. La riproposizione di situazioni od eventi decontestualizzati o improbabili hanno lo scopo di far sorgere il dubbio sulla veridicità di quello che sta avvenendo, svelando l’assurdo che si cela dietro a molti dei dogmi che ci vengono imposti, primo fra tutti quello dell’immagine femminile.

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Violenza ostetrica: fanculo al “partorirai con dolore!”

Se leggi Silvia Federici in Calibano e la Strega ti spiega che la schiavitù delle donne e della riproduzione sessuale fa il paio con patriarcato e capitalismo. E’ semplice perché senza nuovi operai e nuove schiave non ci sarà movimento del mercato e quindi il capitalismo potrebbe anche andare a farsi benedire. Quello di cui qui vorrei parlare è anche il fatto che la riproduzione più che essere vista come una capacità delle donne parrebbe essere un dovere del quale non ci si deve lamentare e secondo il detto che dovrai partorire con dolore ogni tuo urlo merita un’accusa, implicita per il fatto di non essere abbastanza donna e coraggiosa e forte da sopportare, così dicono, tutto ciò che tante altre avrebbero superato senza un lamento.

La faccenda nuova è che a queste forme di maltrattamento le femministe hanno dato un nome e si chiama violenza ostetrica. Il fatto è che non devi dimostrare nulla e che al contrario di quanto possono dirti ci sono donne morte di parto per la negligenza medica o per complicazioni inoltre, sebbene i tuoi esami rivelino che va tutto liscio, il parto non è indolore, fa un male cane e lo so per certo perché l’ho provato sulla mia pelle.

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Una ragione per vivere

A che punto sto? Vediamo… Sto al punto in cui sento una quiete interiore che mi addolcisce ma mi fa pensare che io stia perdendo la spinta verso un obiettivo. Dopo aver tanto parlato di me e del mio passato mi pare di essere incline a comprendere le ragioni di tutti. Incluso mio marito. No, non sono diventata santa né intendo diventarlo. Solo che In me vince quasi sempre la parte razionale, alla faccia di chi dice che le donne sono emotive. Non piango, non mi arrabbio, ripenso a certe cose e mi viene da ridere. Prendo tempo che mi serve per trovare una nuova ragione per vivere. Quella ragione potrei essere io? Non lo so. Non mi torna. Piuttosto intendo qualcosa che mi incuriosisca, qualcosa di nuovo, che ancora non conosco e che mi piacerebbe conoscere. Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli, sapete com’è, per un’anima depressa gli stimoli rappresentano la vita stessa. Cerco un po’ di bellezza e mi pare di averne vista tanta ma di essermi persa qualcosa durante il corso degli anni, soprattutto durante gli ultimi dedicati semplicemente a sopire il dolore. Quando il dolore è sveglio si è pronti anche a recepire il resto, quello che di bello il mondo ti riserva, eppure al di là dei libri, la bella scrittura, che penso non sarò mai in grado di equiparare, mi pare tutto fermo.

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La famiglia eterosessuale

Sto leggendo il libro di Silvia Federici, Calibano e La Strega e quel che ne traggo è la certezza che le analisi femministe fin qui discusse siano giuste. La famiglia eterosessuale non è solo il prodotto patriarcale ma anche capitalista in cui l’uomo deve svolgere il lavoro produttivo e la donna quello riproduttivo. Senza il lavoro riproduttivo e di cura il capitalismo e il patriarcato non avrebbero potuto trovare nuovi soldati o nuovi operai per campagne coloniali, di espansione e per l’esercizio del commercio che tende sempre alla privatizzazione. Le società in cui la discendenza viene considerata matrilineare, ovvero dove non è utile sapere chi sia il padre e i figli diventano di tutte le persone presenti in quelle comunità sono rare. Si tratta di società rurali dove l’imposizione della famiglia eterosessuale non è necessaria alla sopravvivenza di quelle comunità.

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Sono Sangue Pazzo e me ne vanto!

Dal mio ultimo libricino, Sangue Pazzo, ecco un estratto:

“Qualunque sia l’opinione degli altri sulla depressione io posso dire che una persona depressa è ancora viva, resta lì da qualche parte, continua ad esistere e ha il diritto di essere considerata come un’identità con una propria storia, un proprio vissuto. Da persona depressa non ho smesso di credere nelle idee in cui credevo prima, non ho smesso di essere di sinistra e femminista. Non ho smesso di avere dubbi e non ho smesso di usare il mio senso critico. Una persona depressa ha diritto ad autorappresentarsi, ad esprimere la propria opinione e a raccontarsi. Io non sono soltanto una persona che soffre di una malattia mentale. Non è questo che mi caratterizza. Non è questo che fa di me quella che sono. 

La depressione è solo uno dei tanti aspetti che compongono la mia identità. Non per questo ho smarrito ricordi o mi si può ingannare dissimulando quando interpreto la realtà per quella che è. Non per questo mi si può ingannare dicendomi che non ricordo bene, banalizzando le mie sensazioni, togliendomi credibilità. La depressione è una malattia che sto curando con i farmaci adeguati, con l’assistenza di una psichiatra competente e cercando di risolvere i miei traumi con l’aiuto di uno psicoanalista. 

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Molestie sul lavoro

Secondo la legge per risolvere il problema basta fare una denuncia. Nei fatti non è così. La molestia sul lavoro può essere realizzata attraverso battute sessiste, barzellette a sfondo sessuale, atteggiamenti equivoci, palpeggiamenti, e qualunque genere di comportamento che ti metta a disagio e provochi turbamento. Generalmente la molestia sul lavoro si svolge in maniera subdola, senza un pubblico, senza prove concrete che attestino che la molestia sia realmente avvenuta. Secondo stereotipi e pregiudizi di genere una donna che subisce molestia sul lavoro subisce innanzitutto colpevolizzazione e giudizi persino da parte delle altre donne che sosterranno che la vittima abbia comportamenti che incoraggiano un certo tipo di atteggiamento da parte del datore di lavoro per trarne giovamento con avanzamenti di carriera.

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Interiorizzazione del maschilismo

Nasciamo femmine, ma non per questo abbiamo coscienza dei nostri diritti. L’educazione ricevuta ci dice chi siamo, cosa possiamo fare e cosa potremo diventare. Molto spesso l’educazione si basa su stereotipi, sessismo e misoginia. Prima di sapere chi siamo qualcuno decide qual è il nostro genere ed è già una forzatura. Perché nascere con un sesso femminile non ci rende per forza donne. Ma se riconosciamo che è quello il nostro genere, dopo aver cercato di setacciare nei meandri di culture e mentalità ostili, cosa più difficile é liberarsi nel maschilismo interiorizzato. Quando vediamo nelle altre delle rivali, delle nemiche, scegliamo la strada più semplice ovvero quella che ci è stata fornita dagli uomini. Compiacersi del fatto di saper chiamare puttana una donna, perché ti sta sulle ovaie o perché pensi che lei sia responsabile per il tradimento del tuo compagno, è indice di interiorizzazione del maschilismo. Quando diamo della puttana ad un’altra donna non solo lo diciamo a lei ma stiamo limitando noi stesse, stiamo veicolando una cultura che limiterà noi e le nostre figlie. Stiamo divulgando una cultura che detta alle donne le norme da seguire per essere accettata dalla società, una società le cui regole sono date dai maschi. Stiamo così favorendo la cultura patriarcale, mentre sorvegliamo il modo di vestire o di truccarsi di una donna. Stiamo insultando noi stesse se permettiamo alla logica misogina di farci odiare il nostro stesso genere.

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Molestie su minori e omertà a protezione dei pedofili

Vi parlerò di due casi, di cui sono a conoscenza. Perché di questo argomento infido parlano fin troppo senza sapere nulla, molto spesso di pancia ma non è un argomento che va affrontato di pancia ma con la testa.

Il primo: padre molesto, stupratore, di cinque figlie. Sono scappate tutte, prima o poi, anche prima della maggiore età. Non seppero salvarsi a vicenda. Madre assente, totalmente presa dal ruolo della matrona meridionale che con il cibo intende saziare appetiti e cancellare ogni problema. Se quando la prima delle sorelle fuggite avesse detto alla successiva vittima quello che le sarebbe capitato e così via fino all’ultima ragazzina, almeno alcune di loro avrebbero vissuto senza quel trauma. Ma in quella famiglia si sviluppò un misto di amore e odio per cui quando il padre cominciò a guardare con altri occhi la sorellina, quella più grande ne fu indispettita, si sentì abbandonata. Quello era l’unico modo che lei aveva per sentirsi amata dal padre e quel misto di sentimenti e vergogna, sensi di colpa e coinvolgimento emotivo la portavano a non vedere di buon occhio la sua rivale. Mi raccontarono di un gioco che il padre usava fare, la sera, dopo aver bevuto, con la moglie già a dormire, come fanno le brave casalinghe, pronte a svegliarsi presto l’indomani, il padre chiedeva alle bambine di ballare, in camicia da notte, e lui applaudiva, le faceva sentire speciali, poi riservava il gioco più speciale ad una sola, finché rimase l’ultima, la più giovane, fuggita di casa a sedici anni, per raggiungere le sorelle maggiori. La prima, per poter andare via, aveva accettato di sposarsi e accolse con sé tutte le altre, poi si separò, rimasero solo loro, le sorelle. Il padre non smetteva perché le bambine crescevano, perché continuava, fino all’adolescenza. Dunque non si può proprio parlare di una “malattia” quanto del vizio del padre padrone di coltivare un harem con figlie femmine pronte a sostituire l’indesiderabile moglie.

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La società de/generata (streghe, femminismo, morale, controllo sociale, biopotere)

Quelli che leggerete sotto sono capitoli di un bel libro. “La società de/generata” di Alex B. (Edizioni Nautilus) è anche una sintesi storica efficace che ci parla di questioni di genere, sessismi, livelli di oppressione che hanno visto chiesa, scienza, totalitarismi in fila ad opprimere donne, gay, lesbiche, trans a realizzare in pesante controllo sui corpi e sulla sessualità di ogni persona per realizzare quello che viene definito biopotere. I capitoli a seguire (Medioevo e caccia alle streghe; Settecento e Ottocento; La nascita del femminismo; Dalla morale religiosa alla morale scientifica; Il controllo sociale della riproduzione; L’isterizzazione del corpo della donna) sono solo un assaggio del ben più corposo libro che vorrei qui farvi leggere poco a poco per intero salvo il fatto che ricopiarlo è faticoso (:)) anche se vale la pena condividere ogni parola. A seguire si leggerà della psichiatria come mezzo di repressione autoritaria delegata a normare corpi e sessualità, e di Stato, e di movimenti omosessuali, e di queer, e di sessismo, generi, pratiche di rivolta per definire in maniera precisa quelle che chi scrive chiama “Teorie e pratiche anarcoqueer”. Leggetevi questi capitoli e procuratevi il libro e se avete tempo copiate qualche capitolo da condividere con chi il libro non ce l’ha perché queste descrizioni e parole arrivino lontano. Buona lettura!

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La strega ostetrica

Claudia ha voluto regalare a me e a voi un racconto e la relativa traccia storia che lo ispira. Si parla di caccia alle streghe, di ostetriche, di aborto e condanne in stile inquisitorio. Grazie a lei per questo dono e buona lettura a voi!

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Claviceps Purpurea[1]

Sarà una cacciatrice! Una benandante!

strillò la levatrice mentre frugava dentro mia madre cercando di farmi uscire, ci vollero ore per tirarmi fuori. Nacqui di piedi e incamiciata. Non accade quasi mai. Per tutti erano segni che la mia non sarebbe stata una vita comune.

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Malleus Maleficarum: le streghe ostetriche e il diavolo etero

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Il Martello delle Streghe è stato pubblicato in latino nel 1487 ad opera dei frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, allo scopo di soddisfare l’urgenza di reprimere l’eresia, il paganesimo e la stregoneria in Germania. La pulsione inquisitoriale difatti arriva e fu realizzata molto più da quelle parti e coinvolse anche protestanti puritani, calvinisti e solo dopo si realizzò nel sud Europa una inquisizione cattolica e spagnola della quale anche in Sicilia fu lasciata ampia traccia (Renda, Messana). Il tribunale inquisitorio fu comunque istituito nel 1231 da Gregorio IX e nel 1484 Innocenzo VIII promulgò la bolla Summis Desiderantes affectibus, con la conferma dell’esistenza delle streghe e l’incarico a Institor e Sprenger di “punire, incarcerare e correggere” le persone infette dal crimine della “perversione eretica” e di svolgere con nuovo potere in Germania il ministero dell’inquisizione.

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Salem: streghe, tutori e torturatori

Salem è una cittadina americana contagiata dal vento inquisitorio. Processarono un tot di persone per stregoneria e credo ne ammazzarono abbastanza. C’è una serie televisiva che prende spunto da questo e racconta di una cittadina sotto l’influenza nefasta di alcuni puritani che massacrano la vita della gente per esigenza d’ordine e disciplina. Alla gogna e in punizione, con marchi e lettere scarlatte per fornicatori e fornicatrici, bruciate delle persone accusate ingiustamente di stregoneria, la trama si sviluppa attorno alla storia di alcune donne che effettivamente accettano l’aiuto del diavolo per avere più potere e reagire alle brutalità che ciascuna di esse subiva.

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Secoli di torture e stupri sulla pelle delle donne

Siamo all’epoca dei feudi e dei territori appartenenti ai Signori che dominavano i servi della gleba e – più di tutti – le donne schiave. Da un bel po’ il revisionismo di cattolici integralisti ci dice che non esistevano gli strumenti di tortura degli inquisitori, la cintura di castità o lo ius primae noctis. Dicono che perfino gli stupri commessi nel corso delle crociate o i roghi e le torture inquisitorie sarebbero invenzioni delle perfide femministe. La realtà è che – assieme ai seguaci di altre religioni – i cattolici, la chiesa, il successivo istituto inquisitoriale così come le norme in difesa dei potenti miravano sempre al controllo della sessualità femminile e a quello delle nascite. La cintura o altri strumenti di tortura servivano a fare in modo che il padrone fosse sicuro del fatto che il figlio nato non poteva essere che suo. Tutto ciò perché l’adulterio era un gravissimo reato per le donne e perché la discendenza delle famiglie era la cosa più importante.

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Sessualità: da oggetto a soggetto del desiderio

Sono stata stuprata quando avevo quindici anni. Ero andata a trovare una amica che mi disse Rimani! e io restai in un lettone che ospitava me, lei e il suo ragazzo. Lui scavalcò e mi stuprò. Il giorno dopo capii che la mia amica gli procurava le adolescenti per il suo sollazzo. Lei sapeva. Non ci vedemmo mai più. Io non capivo perché rimasi ferma, fingendo di dormire, quando era chiaro che non dormivo affatto dato che mi fece male. Era la mia prima volta e l’ho subita da oggetto del desiderio altrui. Non da soggetto. Non ero un soggetto desiderante e servì tempo per capire come difendermi da chi mi considerava oggetto e come esprimere la mia sessualità da soggetto.

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Manifesto femminista della depressa sobria

Qui Depressolandia. Ho chiesto ad alcune donne di dirsi quanti anni hanno, se hanno un lavoro oppure no, se svolgono lavori di cura, per scelta o obbligo, se soffrono di malattie mentali.  Tra tutte le donne che hanno risposto al questionario c’è una cosa in comune: soffrono quasi tutte di malattie mentali. Non so se si tratta di un caso dovuto alla frequentazione della pagina di una depressa, ma trenta persone che elencano una serie di disturbi per i quali sono in terapia mi sembrano comunque tanti. Ciò nonostante esse svolgono lavori, fanno quel che va fatto in ogni giornata della loro vita, guardano avanti e sognano di poter stare meglio. Questo mi dice che il problema della salute mentale va trattato in senso femminista, dato che spesso la malattia mentale coinvolge familiari, figli, compagni, compagne, e spesso la stessa malattia rende difficile ogni passo compiuto durante la giornata, a differenza di quello che per altre donne senza tali disturbi diventa più semplice.

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