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Eppure, io, da sola, potevo già graffiare il mondo

Quando vivi una relazione, tutto quello che capita in mezzo, passa, come fosse normale. Gli urli, gli spintoni, poi gli abbracci, e toccami, e afferrami, e carezzami e prendi la mia carne e baciala, perché un rapporto può essere anche questo.

Andare a letto condividendo il silenzio più rumoroso che ci sia. Voltarsi le spalle e avvertire la tensione. Non toccarmi e toccami. Fallo ma non sarò io a chiedertelo. Poggia quella tua cazzo di mano sul mio corpo. Fammi sentire quel calore che attenua la fatica emotiva. Fammi star bene.

Sento l’elettricità della tua carne che sta lì a pochi centimetri da me. Non so l’empatia ma avverto il fiato sulla schiena. Rimani lì, ti prego, ho giusto bisogno di un attimo e mi giro anch’io. Non andare via.

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Mille e uno modi per usare le vittime di violenza

La violenza. Da un lato trovi talebane che ti dicono che le donne che denunciano violenza dicono sempre la verità e dall’altra trovi integralisti che ti dicono che tutte le donne che denunciano dicono il falso. Di che parla questa gente? Di cazzi propri, per la maggior parte. Trovi quella che ha subìto violenza e nessuno le ha creduto, quella che se l’è tenuto in serbo e poi se l’è rivelato dopo vent’anni, quella che l’ha vissuta, superata, maybe, ma è rimasta calata nel ruolo di vittima e sta bene in quello status lì, quella che ha fatto diventare la questione che le è capitata una esperienza imprescindibile, ché da quella storia lì fa dipendere tutti i suoi fallimenti, se hai perso chili, un lavoro, pezzi di vita, è tutta colpa sua, sua, sua, sua… Perché altrimenti non ce la fai ad andare avanti. C’è quella che racconta un mare di cazzate e chi l’ha violenza l’ha vissuta lo capisce, quando si smette di proiettare sull’altra il proprio se’ ferito. C’è quella che non ha subìto propriamente ma parlare il linguaggio della sorellanza le piace e investe energia nelle crociate che trova, a tempo perso, o nel tempo che ha deciso di dedicare alle buone cause. C’è gente che cerca riscatto, riconoscimento, una spiegazione, qualcosa da capire, risposte, o cerca e basta e ogni tanto trova e ogni tanto si perde. Dolore, incertezza, che spesso si traduce in astio, che realizza una cappa morale che giudica tutto e tutti e che non ammette dubbi. Nessun dubbio. Mai.

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Bullismi e adulti

A scuola una bambina ha dato un pizzico sulla faccia ad un compagno. Il bimbo, un po’ più piccolo di statura, ha pianto e la maestra ha sgridato la bambina e l’ha messa in punizione. La bambina ha fatto comunella con altre e ha cominciato a sfotterlo. Come si può sfottere a quell’età. Ma a lui deve essere sembrata una megera al punto che lo ha detto alla sua mamma. La madre è arrivata in classe e parlando con la maestra ha chiesto che genere di provvedimenti avrebbe potuto adottare. E la maestra “io l’ho punita ma sa, è che sono bambini…“.

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La figlia cancellata

Continuo da qui.

Non filò sempre tutto liscio. Da parte mia non c’era l’intenzione di spaventare mia figlia con versioni della storia che avrebbero potuto evocarle un trauma e dunque per  ogni volta che mi chiedeva cosa fosse successo e perché papà non fosse con lei finiva che le dicevo che non andavamo d’accordo ma che lui le voleva tanto bene.

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L’autoritarismo imposto

Mia figlia dice che certe volte io la disoriento. Vorrebbe le impartissi ordini chiari per darle un indirizzo obbligatorio. Dice che l’incertezza la fa sentire oppressa e che nell’indecisione serve qualcuno che ti guidi, con convinzione ma senza quell’autoritarismo che neppure a lei piace.

Pensieri grandi di una figlia oramai diventata donna che discute di relazioni e si confronta come io qui mi confronto con voi. Io ho avuto due genitori che non mi hanno lasciato scelta. Mi hanno imposto quasi ogni cosa e quel che ho guadagnato come libertà di decisione poi l’ho pagato a caro prezzo.

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L’amore bambino

Vedi? Amore, amore, amore. Abbiamo pressappoco la stessa età ma tu sei più giovane. Sei impetuoso, irragionevole, entusiasta, un po’ bizzarro. Dici che vedi scorrermi la vita dentro gli occhi. Dici che non ti lascio spazio. Dici che svolgo con noncuranza gli appuntamenti di relazione. Dici che non ti ascolto a sufficienza e che non sono disposta a capire. E dunque eccomi, posso dirlo, io ti capisco. Capisco ogni cosa che tu fai e quello che dici. Capisco che è tuo diritto prendere e sbattere una porta per manifestare la tua rabbia, che perdere il controllo sia liberatorio, che considerare opprimente il mio sguardo da genitore sia perfino giusto. Hai ragione.

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L’ansia sociale e la politica interventista e autoritaria

Dal mio racconto emerge un dato, forte, che spero non porti alcun genitore ad autoflagellarsi quanto a riflettere sul fatto che aiutare una figlia (o un figlio) in difficoltà è un dovere e non un diritto. Ed è un dovere da realizzarsi senza dover consegnare alla figlia la propria ansia, la preoccupazione, la necessità di autoassolversi o di farsi assolvere da lei, e l’esigenza di veder riconosciuta la propria autorità impartendo ordini e divieti e regole che mai saranno rispettate.

Una figlia in difficoltà non ha alcun dovere di fare da psicofarmaco assolutivo che placa l’ansia del genitore riconoscendo la sua autorità. La figlia è figlia e se ha bisogno di aiuto è dal suo punto di vista che bisogna aiutarla a risolvere il problema.

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La nuova compagna del mio ex

Capita che lo incontri che lui ha un gran problema. Disoccupato, forse, o con un fallimento alle spalle. Lo so perché la compagna del mio ex io l’ho guardata in faccia mentre mi diceva “ho vinto io” e non è valso a nulla dirle “non ero in competizione” perché era chiaro che lui a modo suo mi amava e che invece io non lo amavo più. Ma quella donna io l’ho sempre guardata con rispetto perché in questo mondo in cui le persone, anche le donne, sono psicofarmaci sociali, lei era la rasserenatrice del mio ex. La garanzia che lui non mi avrebbe più cercata, che non mi avrebbe molestata, che avrebbe avuto un rapporto sano con la figlia, che lui non avrebbe avuto gelosie e problemi se mi vedeva con un altro. Le ero grata, dopotutto, per davvero. E sorridevo della sua ostilità perché era evidente che per contare aveva bisogno di supplire a vuoti che io avevo lasciato.

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