#Bdsm e la paura di una sessualità libera

tumblr_lihsqmmkLj1qi5fmpo1_400La gente ha tanta paura della sessualità libera. Quando si trova di fronte una che ha le idee chiare e la figa consapevole tira fuori i peggiori stereotipi del mondo. Eppure la questione si riduce tutta a un punto piuttosto semplice: dove c’è consensualità non c’è violenza e se sei libera di dire che quella tal cosa non ti sta bene e quell’altra invece si non si dovrebbero avanzare obiezioni di alcun genere.

Non la capisco, per davvero, certa gente moralista che dice di volermi impedire che qualcuno mi faccia male. Fossi una che giudica direi che a esplorare il loro inconsapevole masochismo, tra l’altro imposto finanche ai figli, avrebbero tanto materiale su cui riflettere.

C’è quella che ha trascorso anni in ginocchio e in confessione e parlava della via crucis come percorso che elevava ogni individuo. E dunque se la tortura non la scegli e ti dichiari martire allora meriti il paradiso. Se invece sei tu a chiedere che qualcuno ti frusti e ne godi perciò meriti l’inferno.

E in realtà il sesso così come lo vivevano alcune nonne non era diverso da un concentrato di senso di colpa e vergogna. Una donna penetrata era una martire e il suo supplizio poteva essere tollerato solo in quanto che lei avrebbe dovuto riprodursi e al marito urgeva un buco per eiaculare.

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La paura e le corde invisibili

Mi aveva regalato un giglio. Lo strofinò sul mio vestito chiaro. La traccia giallastra rimane ancora adesso. Perché anche ciò che sembra puro in realtà è “sporco”. La perfezione è sporca, sporca è la vita, lo è anche l’amore. Perciò è perfetto.

Lui era un eretico delle relazioni, non coltivava dipendenze, ogni suo gesto era un regalo. Ogni parola una carezza. Ogni mano tesa un filo nella tua direzione.

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Sangue e pazienza

Si allenava con me come fosse un esperto di tiro con l’arco. Frammentava le richieste e gli obiettivi. Mai tutto assieme. Mai tutto in una sola volta. Allungare i tempi. Mantenere la tensione. Mischiare infine la carne come cosa necessaria, imprescindibile, come atto vitale per la propria esistenza. Come l’aria. Come il cibo. Come il sangue che mi scorre nelle vene.

Attimo dopo attimo, un seme dopo l’altro, piantato con cura e attenzione per far nascere quello che prima non c’era. Per fare attecchire, radicare. Per rendere infinito quello che non esisteva.

Aveva un trucco: prendermi un po’ per volta. Come un pasto che si vuole consumare lentamente, del quale non si ha voglia di stancarsi.

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Nel sesso mi piace essere dominata (no, non ho subito traumi!)

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Dice che siccome mi piace il sesso che mi lascia i lividi allora devo aver subito un trauma. Da piccola. Dice che siccome mi piace il sesso fatto di dominazione, attese, corde, allora devo avere proprio scarsa stima di me. L’ha proprio detta così “devi avere una scarsa stima di te…” e subito era pronta a rifondermi autostima mettendo in dubbio la mia capacità mentale, la mia percezione in fatto di violenze e quella valutazione si basava, sostanzialmente, sulla maniera in cui scopa lei.

Lei scopa, per capirci, con uno molto timido, insicuro ed è lei che lo dirige. Toccami là e leccami lì, ed è fantastico, perfetto, se a loro piace e si eccitano va bene così, ma non tutte hanno l’indole da mistress inconsapevoli e a me il ruolo che più piace è quello in cui sono dominata.

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Legami

Prima di lui non avevo grande confidenza con il mio corpo. Venivo usata e basta.

Quando mi disse per la prima volta che avrei dovuto toccarmi in sua presenza mi sentivo sciocca. Io che mi guardavo a malapena allo specchio. Non sapevo neppure com’ero fatta. Dentro, intendo. Nelle mie parti intime.

Lui che mi sollecitava a prendere confidenza con me stessa e a offrirmi così, per ciò che sono, senza vergognarmi di niente. Di colpo iniziai a sentirmi desiderabile, seducente. I miei movimenti divennero più sensuali. Sensi e sesso erano quelli che guidavano il mio corpo, le mie espressioni, il tono della mia voce, i miei sorrisi.

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Mi piace il sesso che mi lascia i lividi

images2Ho un livido sul braccio. Ne ho un altro su un seno. Il segno di un morso sulla spalla e una macchia scura al collo. Dolorante e piena di buoni propositi mi vesto, coprendo le prove di qualcosa che altri non capiscono.

La prima ad accorgersene è l’amica che dice che deve guarirmi da questa strana forma di masochismo. Che io mi faccia bendare, legare, pizzicare e mordere per il mio piacere a lei non sta proprio bene. Perché a LEI non piace. E se non piace a lei non deve piacere neppure a me.

Mi chiama sottomessa e spiego che sono io a chiedere quello che voglio l’altro mi faccia. Non solo c’è consensualità ma sono io che domino. Dice che è violenza e spiego che la violenza sta, appunto, dove non c’è consensualità. Violenza è anche quella di chi ti impone ciò che devi essere anche se non vuoi. Se domani arrivasse uno a dirmi che devo scopare nella posizione della missionaria e per farmelo fare mi addomestica, mi fa pensare che sono sbagliata, malata, mi obbliga a rivolgermi a uno psichiatra, mi fa anche prendere delle medicine sociali o chimiche o insiste a dimostrarmi che mi piacerà qualcosa che mi annoia a morte, quella si è una violenza.

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Slave

Mi chiamò per ordinarmi di andare lungo una strada impervia completamente incorniciata di pini. Mi aveva detto di lasciare l’auto almeno un chilometro prima. Così feci, poi, iniziai la salita, a piedi scalzi, perché questo era quello che voleva.

Mi aspettavo un premio, anelavo il momento in cui mi avrebbe accarezzato, al buio, forse alla luce, in qualunque luogo avesse voluto.

Raggiunsi la casa di campagna dell’appuntamento. Sull’uscio era un biglietto e una benda. “Indossala!” così era scritto. E io obbedii.

Un paio di mani e braccia mi travolsero e poi mi trascinarono lungo un sentiero. Poggiai la schiena su un grosso albero e fui legata e lasciata immobile. Per ore.

Lui restava lì a sfiorarmi con la bocca, a riassumere, senza poggiare le mani, i contorni del mio corpo, i limiti dei respiri, l’inizio e la fine del mio piacere.

Disse: “apri le gambe“, e io le aprii. Un click, forse scattò una fotografia.

Un po’ per volta mi furono tolti i vestiti. Mi sfiorò appena, sentivo che lui c’era, mi voleva e io non aspettavo altri che lui.

Sciolse le mie mani, disse “aspetta” e poi andò via, ne ero sicura, perché non sentivo più il suo odore.

Potevo finirla e liberarmi. Potevo smettere. Invece rimasi e seppi che mi aveva spiata tutto il tempo. Perciò il mio premio, ancora impresso sulla pelle, arrivò solo la notte dopo.

E questa è la seconda cosa che volevo dirvi di me.

Ps: Erotic Grrlz (diario erotico postporno) è un personaggio di pura invenzione scritto da una amica (l’editing è mio). Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. 

Sesso senza controllo

Salendo per i gradini di una cattedrale, proprio all’angolo, dove ancora resiste una vecchia cabina telefonica, raggiunsi un uomo privo di morale, conosciuto in chat.

Chiese “come stai?“. “Bene” dissi io. “Andiamo!” e subito annuii. Aspettava da qualche minuto ma già era impaziente. Aveva in mente di essere un uomo originale e io, piuttosto scettica, mi consegnavo a lui con grandi pretese. Volevo avere il passato, il presente, il futuro. Volevo i respiri, gli odori, i sapori. Volevo la carne, il sangue, il ritmo. Volevo sentire e volevo sapere.

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