Che tipo di madre sono stata?

Raccolgo con l’indice una goccia di latte che scivola dalla buccia di un limone. Sembra una coccinella polare. L’ ha sputato poco fa mia figlia, spruzzi di latte sulla coppa azzurra colma di agrumi un po’ avvizziti. Schizzi di collera perlacea sui frutti, sulle piastrelle cobalto, sul mio pigiama.

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Le forme d’amore dei piccoli e le perversioni degli adulti

La memoria della luce barbara e impietosa dell’estate greca dei miei dodici anni mi secca ancora la gola e rende – a distanza di decenni – la mia muscolatura fiacca, le palpebre di piombo. Come posso descrivere la sensazione corrosiva del sale mischiato al sudore e alla polvere sul cuoio cappelluto? Come posso raccontare l’odore di alga e yogurt del corpo di una bambina? Con quali parole posso dire che quando la accarezzai il suo sussulto fu incredulo e divertito? Come posso restituire nel racconto lo stesso vivido impeto di un’ondata di desiderio che tutto travolge e sommerge, mischiandosi alla burrasca del mare, risalendo in superficie come spuma luccicante, guizzando come le larve acquatiche e rituffandosi a capofitto con le disinvolte contorsioni degli invertebrati, diventando la vergogna che non ho ancora smesso di provare? Che forma hanno i desideri dei bambini? Perché la mia amica è stata picchiata, punita e allontanata da me? Perché mia madre mi ha impresso sulla pelle uno sguardo di disprezzo, disgusto e amarezza che, come le marchiature a fuoco del bestiame, non va più via?

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Diario di una famiglia tradizionale: possono gli affetti essere davvero liberi?

I venti estivi si sono placati, le zolle di terra ne hanno assorbito la caduta. La penombra ora è precoce e confortante. Il silenzio è languido e senza pretese come quello che lascia il vento quando si ritrae sotto un manto d’erba e ne scrolla le punte simulando una carezza peccaminosa troppo simile a quella di mio marito sulla coscia di un’altra donna, nell’umidità acre di un abitacolo ingombro di vestiti – fuori la tramontana, e poi la cantilena luminosa di un’insegna pop – una carezza a mano aperta, la pelle fredda è fredda e vigile, lui accarezza lei, la pelle è fredda e pronta. Ho sillabato la scena con diligenza chirurgica, insistenti pause sui fotogrammi dei possibili incastri, delle possibili combinazioni dei sentimenti. E’ stato nel bel mezzo di un’estate di venti che mi si erano già insinuati sotto la camiciola, gonfiandola, lasciandomi nuda come lo stelo di un palloncino, che mio marito me lo ha detto, dando il via alla sequenza visiva, al mio involontario peccato voyeuristico – ho fatto l’amore con lei, ha detto – la nocca che accarezza il labbro, lo sguardo franco e dolce, la pressione sotto il bacino – ho fatto l’amore con lei, ha ripetuto. Il macramè dell’orlo della tovaglia si è impennato al vento e ha continuato a sfarfallare.

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#BodyLiberationFront – Il Mio Corpo

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Salve, sono E., l’autrice del “Diario di una famiglia tradizionale”. Questo è il mio contributo, a modo mio, alla campagna #BodyLiberationFront

Il Mio Corpo

Vieni qui. Tu che insulti, deridi e sposti lo sguardo. Stai in piedi davanti a me. Questo è il mio corpo. Resta in ascolto. Lascia che io prenda la tua mano, lasciami guidare le tue dita. Le accompagnerò con dedita e severa lentezza, senza indugi. Non aver paura, stai qui. Poggia i polpastrelli sul dorso dei miei piedi, percorrine il sentiero collinare, sosta solo un attimo dove la carne si fa morbida nei minuscoli avvallamenti, nei tratturi angusti tra i fasci di nervi nodosi. Chiudi gli occhi. Accarezzami. Poggia i palmi delle tue mani sulle piante dei miei piedi. Sono piedi che hanno attraversato le larghe spiagge della Normandia sotto cirri di nubi lucide come lastre di metallo, sono piedi che si sono arrampicati sui camini delle fate in Cappadocia, che si sono fatti strada tra le piantagioni di tabacco cubane. Sono piedi un po’ rugosi, screpolati. Lascia che le linee della vita sui tuoi palmi sentano le minute escoriazioni del mio incedere curioso e stupito tra i paesaggi del mondo, permetti loro di esercitare una pressione lenta sui duroni, sui piccoli calli. Avvicina le labbra ai talloni: saggiane la consistenza da sassolino d’acqua dolce. Baciali. Sentirai la polvere dorata dei sentieri al tramonto. Sentirai odore di asfalto, di città. Assaggia meglio, lecca tutti gli strati, lentamente, non avere fretta. La senti la nenia di cellule, a milioni, che sono appassite, come fiorellini di campo dimenticati sul tavolo della veranda, e la senti la danza della pelle che si rigenera senza tregua, smemorata e infaticabile? Lo senti che ogni screpolatura ha un luogo da raccontarti?

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Una giornata al mare

Una giovane ragazza au pair con i capelli biondi raccolti in una coda alta, le cosce affusolate e tornite da atleta, una tenue mappa di lentiggini in rilievo che mi ricorda il giochino enigmistico in cui bisogna unire i puntini per ottenere una figura, costruisce un delfino di sabbia sul bagnasciuga. Sugli avambracci dei due ragazzini che le gironzolano intorno, senza giocare con lei, luccicano granelli di roccia sedimentaria triturata dal millenario sferzare del vento e dell’acqua di mare. Il suo inglese dall’accento aperto e dall’incedere veloce si mescola alle intonazioni partenopee e venete di genitori che richiamano i figli fuori dall’acqua. Vibra nei loro richiami – come una corda d’arpa pizzicata male – una nota di illogica apprensione: la paura che il mare cominci a vorticare e risucchi via tutto, i moderni braccioli hi-tech, i costumini con le frange, le ciambelle a forma di giraffa, i lunghi capelli a raggiera sulla superficie dell’acqua di una bambina che galleggia lieve come un velo da sposa sfuggito al morso delle forcine, le dentature lattee, le ciglia piccoline dove restano impigliate minuscole perle di luce umida, pesante. L’antico timore, da fiaba tramandata oralmente, che il corpo dei figli possa liquefarsi, sciogliersi nel mare, farsi acqua nell’acqua, diventare spuma soffice e scintillante sotto la vigilanza umorale della luna; oppure che esso possa mutare in onde perpetue che incessantemente si schiantano contro gli scogli, come una imperitura minaccia votata a ricordare ai padri e alle madri che nulla appartiene loro, non questa carne bambina esposta al vento, non questi spartiti intonsi che piroettano nell’aria prima di tuffarsi, non questi cuoricini con i pattini che volteggiano leggiadri.

Con la schiena appoggiata contro una palma ed un libro adagiato ai miei piedi, osservo i miei di figli mentre salgono l’uno sulle spalle dell’altro e poi si tuffano all’indietro, scompaiono per un attimo negli abissi e poi riemergono agili, togliendo via l’acqua dagli occhi come fosse cera fresca, non ancora indurita dal contrasto con l’ossigeno, sputando rivoletti d’acqua respirati dal naso. Non posso fare a meno di avvertire brevi punture di spillo simili ad una mano guantata di aghi di pino che imprime sul mio petto una pressione incuriosita, come un esperimento di scienze naturali, alla vista del corpicino gracile e slanciato di mio figlio, i lineamenti femminei del volto, gli occhi tondi, sgranati, perplessi, la pelle uno strato translucido e sottile, troppo sottile, perché io possa sperare lo protegga dalle insidie dell’amore e dal vanto delle prepotenze. Lui esce dall’acqua, corre verso me, mi tira una bacio che mi è sembrato un calcio, afferra il retino e se ne va alla ricerca di molluschi, crostacei in miniatura, stelle marine e spugne di mare. Una bambina si avvicina a lui munita di secchiello e di una promessa passeggera di amicizia: lui si schermisce alzando le spalle, io sola sento il suo tremore impacciato, intrappola noncurante un granchietto, si volta e lo depone – con goffo sollievo – nel contenitore colorato. Poi finalmente alza lo sguardo e i due bambini si scambiano un sorriso dolce e attento. Mio figlio guida le dita della bambina sul carapace del dispettoso animaletto, accompagnando una carezza di cui nessuno – oltre me – conserverà mai memoria. Sopra la mia testa le fronde della palma sussultano al vento.

Cerco con gli occhi mia figlia, quasi senza accorgersene il mio corpo si prepara ad una morsa di altra fattura: un assillo non meno dolente ma più conosciuto. Intravedo i suoi capelli a spazzola sulle spalle solide, le aureole chiare intorno ai capezzoli infantili, gli occhi dello stesso nero lustro e intenso del lucido per scarpe con cui mi divertivo da piccola a pulire le scarpe di vernice di mia madre, la sua risata tersa e acuta. Corre avanti e indietro sulla riva, organizza giochi, impartisce ordini, seda conflitti, inventa attività e sciorina fiera le regole delle gare. La sua pelle assorbe il sole, intrappola la luce cocente e la restituisce al mondo in tonalità brunastre, come legno prezioso trattato con olii da alchimista. Sale dalla bocca dello stomaco, come un rigurgito acre, affiorando sulle labbra, la certezza di saperla destinata ad una sorte da cavalla riluttante, scalciante, in fuga dai lazzi roteanti dei cow-boy americani, con le loro stellette di latta e le falde dei cappelli infestate di mosche morte; oppure di saperla, domata e ingentilita, mentre si asciuga le mani su uno strofinaccio frustro dopo aver infornato crostate nutrienti e gelatinose per un altro pranzo di famiglia. La chiamo a gran voce, d’istinto, lei si gira e da lontano mi urla “che c’è, mamma, ora sto giocando”, la dividi con me una pesca?, “uffa, ti pare il momento, tienimela da parte per dopo”. Rinuncio alla pesca ed esploro l’orizzonte, con sguardo inquieto, alla ricerca di mio marito.

Il suo corpo è una canoa sinuosa che rema lontana dalla riva, nelle acque alte e calme dove non si avventurano i bagnanti. Riconosco le sue bracciate vigorose e imprecise, so la consistenza che hanno le bolle d’acqua quando immerge il viso nel mare e soffia forte, conosco il sibilante risucchio da tabagista quando riemerge per prendere fiato. Gli ho chiesto di sposarmi da una cornetta bianca di un telefono in un bilocale di Sidney mentre, con ogni probabilità, lui socchiudeva gli occhi – dubbiosi, felici, impensieriti – e si passava le mani tra i capelli nel suo appartamento lombardo. Una richiesta di amore eterno fatta in mutande rosse e canotta slabbrata dall’emisfero australe a quello boreale: una supplica adagiata nei fori dell’apparecchio ricetrasmittente, consegnata agli inestricabili algoritmi della telefonia contemporanea, al labirinto sotterraneo di cavi di acciaio, tubi, fili ricoperti da materiali isolanti, morsetti, ganci, saldature di stagno e gommini di plastica, un desiderio pedante che ha attraversato il continente australiano, ha indugiato nelle penisole del sud-est asiatico, ha incespicato lungo le autostrade arabe, ha valicato i Balcani e si è posata lì, a baciare gli occhi del promesso sposo. Io attendo in silenzio una risposta: l’unico suono è il crepitio disturbato di una telefonata intercontinentale. Le stelle brillano senza sosta. Non è la cosa giusta, mi dice. Non è la cosa giusta per noi. Sposami. Non sarà una vita facile. Sposami. No. Sposami. Ti sposo. Quante volte maledirai il mio sì?

E rannicchiata sotto questa palma generosa, rivedo me stessa, dieci anni fa, sola all’aeroporto di Hong Kong, futura promessa sposa in gonnellina batik blu e arancio, con la fascia tirata a sollevare la frangetta, lo zainetto sulle spalle, i sandaletti di cuoio. Mi rivedo su quella striscia di terra artificiale, appollaiata come una vedetta sull’albero di una nave, davanti alle enormi vetrate pulite che danno sulla baia di Osaka, mentre passo e ripasso l’unghia nella fessura di un profilo di alluminio tentando di eliminare una linea nera di sporcizia. Sono lì, perfettamente consapevole che bastano pochi passi, il passaporto al sicuro nel marsupio, un po’ di dollari in tasca, per varcare l’uscita, confondermi e perdermi nella città brulicante di grattacieli e cibo di strada, sparire per sempre, tentare un’altra vita. Sono restata lì, a tentare di sollevare la sporcizia con le unghie, per un tempo lunghissimo. L’altoparlante poi ha chiamato il mio volo, sono sobbalzata, era ora di andare. Ho messo i palmi delle mani aperti sulla vetrata, lasciando sui vetri le impronte di ciò che non sarà mai più e di ciò che mai avrei immaginato fosse.

Lo sposo, ora, esce dall’acqua grondante come un martin pescatore. Ho maledetto tante volte il suo sì. Ho benedetto tante volte il nostro matrimonio. Infilo la mano nel piccolo termos, con le mani scelgo una pesca grossa e matura. Gliela porgo. Lui mi sorride, ringrazia e la addenta tornando a guardare il mare.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:
1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale
2] Diario di una famiglia “tradizionale”
3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”
4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi
5] Di notte: storia di sangue e amore
6] Il mio contratto
7] Una preghiera piccina
8] Dedicato a Sara
9] A noi piace la “violenza”, come gioco sessuale, sicuro, consensuale

A noi piace la “violenza”, come gioco sessuale, sicuro, consensuale

Le note di un Preludio di Gershwin, rese sgraziate e disarmoniche da uno studente svogliato, si infiltrano moleste nella mia camera da letto attraverso le fessure delle persiane abbassate, senza riuscire a coprire lo sferragliare delle catenelle e i gemiti degli attori doppiati male da un cast sfinito da troppe ore di lavoro, in uno dei miei pomeriggi da risucchio psichedelico, come vivere in un campo di ovatta dal quale guardo – con stufa eccitazione – una donna dai seni illividiti legata ad una grata da fachiro mentre un uomo le sputa addosso, senza bellezza, saliva densa come albume d’uovo. La mia mano scivola comunque giù. Distolgo lo sguardo dai pixel pornografici ad alta definizione che proiettano le scene di un sesso manesco e dispotico che da sempre mi allaga, irrigando le sconfinate praterie dei mie desideri esauditi e di quelli che ancora sostano sul ciglio delle gravine. Il pensiero corre – prontamente taciuto dall’incalzare del ritmo delle mie dita – oltre gli Appennini che sembrano scaglie ossee di dinosauro lasciate lì a collegare l’Adriatico al Tirreno, corre verso il chiarore in controluce della barba mal rasata di un uomo che non dovrei permettermi di immaginare. Vengo emettendo un gemito troppo simile ad un singhiozzo.

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Dedicato a Sara

Due georgiani ed un senegalese si affaccendano attorno alla mia automobile, nei loro stivali impermeabili verde bottiglia, spruzzando un detersivo filamentoso simile a zucchero filato, facendo girare – sbuffanti – la manovella di una macchinetta simile ad un’impastatrice per asciugare trapezi di pelle di daino frusti e macchiati, concentrandosi con solerzia su brandelli di carta adesiva rimasti attaccati ai finestrini. Le loro ombre filiformi si sovrappongono, senza mai collimare, lungo un murales di ciminiere da desertificazione post-industriale sullo sfondo di un’accecante e incongruo blu cobalto. Mi stropiccio gli occhi arrossati da un mezzogiorno che non rinfranca. L’aria sa di sale, menta, lubrificante per motori, trementina e sudore essiccato. Un omone con un gilet da cacciatore indossato sul torso nudo con le braccia tatuate di raffinati galeoni ottocenteschi blatera da solo di vecchiaia e belle donne, mentre batte il martello contro chiodi arrugginiti per tenere insieme listelli di legno marciti, punteggiati di muschio. Quattro uomini in canottiera giocano a carte sotto l’ombra di una lamiera di alluminio ondulata. L’autolavaggio è disseminato di attrezzi, taniche di plastica, cassoni, funi e rotoloni di filo di nylon, contenitori di vernici e fusti di sostanze vischiose come petrolio. Intravedo, nelle baracche dissestate, luridi materassi affastellati, lattine di birra rotolanti contro i fornelletti da campeggio e inquietanti tele naïves senza cornice. Mentre uno degli operai mi rivolge un sorriso il cui scintillio forestiero non appanna la mestizia da discendente di un ex-colone sovietico, mi rendo conto di avere le cosce serrate, i muscoli contratti in difesa, la vagina con il fiato sospeso come fosse la feritoia di una fortezza medioevale lasciata incustodita. Realizzo, all’improvviso, di trovarmi completamente da sola con otto uomini in una periferia che sembra destinata a diventare nel tempo luogo perfetto per un’esercitazione nucleare. Respiro a fondo e scaccio la paura con le paure passate, rievocando a me – e puntando dritti i seni floridi e sapienti contro questo piccolo esercito di soldati che alla fine non mi farà del male – i traumi e le offese, le mortificazioni e gli oltraggi, le invasioni, tutti gli sbarchi militari sul mio corpo dissenziente, che non si è inumidito.

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Una preghiera piccina

Dio delle dimore moderne, dove le urla si acquietano e lasciano sussurri di scuse che si posano, come placidi volatili, sul design minimale dei tavoli da pranzo in rovere chiaro, sulle riviste di fotografia affastellate alla rinfusa, sulle tazze smaltate di azzurro della Grecia, strato su strato, sedimentandosi svogliatamente a dar vita alle stratificazioni geologiche delle brutalità e delle successive indulgenze famigliari, a te, dio dei corridoi interminabili, dio delle porte blindate, dio dei panni sporchi ammonticchiati sul pavimento, sia rivolta la mia preghiera in questa sera perfetta per pregare. Una sera che mi porta in casa il suono delle sirene di veicoli da soccorso su strade provinciali imbiancate da una improvvida, fatata grandine di Maggio insieme al suono secco della polpa che si stacca dal nocciolo di un’albicocca ancora acerba.

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Il mio contratto

94Il gonfiore compresso sotto la cucitura dei pantaloni dell’assessore di competenza, appoggiato al bordo della scrivania, il bacino leggermente proteso, avrei dovuto attraversarlo tutto con il dorso della mano, con accanita lentezza, muovendo piano le nocche a creare attimi sapienti di vuoto e pressione in una carezza attenta, promettente. Avrei dovuto puntare i miei occhi da lince nel suo sguardo in attesa, senza badare al fruscio secco della carta che scivolava sotto il suo culo, e compiere una genuflessione regale, lussuosa. Dischiudere le labbra, gli occhi tenacemente all’insù, succhiando il diritto al rinnovo del mio contratto di lavoro. Spingere più giù la testa, contargli sotto la lingua le tenui escrescenze di carne, nominarle mese per mese almeno fino a Luglio dell’anno a venire per poi raccogliere, goccia dopo goccia, il suo sciocco seme nell’antro a forma di culla del mio palato. Glielo avrei restituito tutto con un bacio senza scandalo, innocente, lungo tutto il tempo necessario perché ingioiasse – respirando solo dal naso – la secrezione opaca del suo piacere assieme alla mia certezza di un altro anno di stipendio. Invece, in questa mattinata che parte dai deserti nordafricani e scarica qui acqua e sabbia, una pioggerellina affilata e color di bronzo che fa risaltare la luce sulle facciate di alcune case bizantine ancora meravigliosamente stuccate, ho tenuto ferma la mano e serrata la bocca. Il suo gonfiore si è espanso e si è ritratto, reagendo alla mancanza di un inchino con un gesto svelto a prendere dal taschino della giacca un cartoncino elettorale e porgermelo, barattando i miei risucchi e la mia saliva con una croce su una scheda, almeno quella, in cambio di una firma su un contratto di due pagine.

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